“I Primi Cento”, Andrea Guglielmino ci racconta il suo fumetto
Segui Email Oggi abbiamo la possibilità di intervistare Andrea Guglielmino tra gli autori del fumetto I Primi Cento. Chi
Oggi abbiamo la possibilità di intervistare Andrea Guglielmino tra gli autori del fumetto I Primi Cento.
Chi è realmente il protagonista della storia: Damien Donovan o i suoi lettori?
‘I Primi Cento’ nasce dall’esigenza di riflettere sul rapporto tra il fandom e i personaggi di finzione, a partire dal fumetto. Il riferimento è chiaramente a Dylan Dog e ai leggendari “primi cento numeri”, che per molti fan sono gli unici veramente validi, al limite dell’ottusità. Damien è solo un alias, che ci permette di parlare di tutto questo ed estendere il discorso anche se non possiamo usare il nome Dylan Dog. Quindi direi che sì, i veri protagonisti sono i suoi fan, che simbolicamente coincidono con noi lettori. Dico “noi” perché anche se sono l’autore del fumetto, assieme a Marco Scali, sono stato e sono un grande lettore sia di Dylan che di fumetti in generale, e sono il primo a mettersi in discussione. Ogni tanto perfino io penso che i primi cento numeri siano i migliori. Ma forse è solo perché mi ricordano il periodo dell’adolescenza, che per molti coincide con il migliore della vita.
Perché la vicenda è ambientata in una New York anni Ottanta volutamente indefinita?
Serviva una città che facesse le veci di Londra, dove abita l’Indagatore dell’Incubo Bonelli. New York è altrettanto iconica, soprattutto se pensiamo al cinema anni ‘80, a cui pure Tiziano Sclavi si ispirava. Le torri gemelle, King Kong, Ghostbusters… e chi più ne ha più ne metta. La collocazione temporale è stata argomento di discussione. Se avessimo voluto a tutti i costi aderire alla nostra realtà, il momento “erano meglio i primi cento!” si ascrive al periodo tra la seconda metà degli anni Novanta e i Duemiladieci, diciamo fino alla fine della gestione Recchioni, che ha portato molte innovazioni. Ma d’altro canto volevamo omaggiare direttamente le storie di cui parlavamo, quindi quelle dei primi cento numeri, che uscivano tra gli anni Ottanta e i primi Novanta. Abbiamo deciso di fare un salto indietro nel tempo, mantenendo una collocazione vaga per avere più libertà: “da qualche parte negli anni Ottanta”. Anche le storie di Dylan Dog erano così. Da quelle parti sono stati gli anni Ottanta per trent’anni!
Quale funzione narrativa ha il fatto che Damien sia vegetariano, astemio e sensibile?
Ovviamente, anche in questo caso sono caratteristiche mutuate da Dylan. La grossa differenza sta nel fatto che su Damien posso insinuare dei dubbi. Siamo sicuri che sia veramente così, o è solo la sua immagine pubblica? Forse è vero che ha tradito i suoi fan. O forse no. Il bello di usare un alias è che puoi fargli fare cose che non ti permetterebbero mai di far fare al personaggio principale. Pensa a Patriota dei The Boys. Né Superman né Capitan America potrebbero mai comportarsi come lui, eppure il suo essere derivativo è fondamentale per la sua narrazione. Senza arrivare a fare di Damien un villain, per certi versi è una liberazione, che non sia Dylan. Se avessimo dovuto scrivere la storia con Dylan Dog protagonista – non lo nego: ci ho provato e ho anche proposto il soggetto in Bonelli, ma è andata male – sarebbe stato molto più complicato.
In che modo gli ammiratori diventano una minaccia concreta per il protagonista?
Beh, questo sarebbe un enorme spoiler. Diciamo che alcuni di loro travalicano limiti che i fan non dovrebbero mai oltrepassare. Altri sono solo invadenti, ma la cosa importante è che ciascuno di loro – anche i più negativi e antipatici – ha una sua storia personale che lo rende umano e spiega i reali motivi per cui è così arrabbiato con Damien. Questo lo abbiamo imparato proprio da Tiziano Sclavi. L’umanità a vario titolo (perfino dietro a efferati assassini, pensiamo a ‘Memorie dall’Invisibile’) è il motore delle storie dei primi cento numeri di Dylan. Ed è quello che li rende speciali.
Il titolo “I Primi Cento” a cosa allude esattamente all’interno della storia?
All’interno della storia sono “i primi cento casi” affrontati da Damien Donovan. Abbiamo costruito questo parallelismo perché, pur essendo una storia metafumettistica, era importante che Damien si percepisse come un personaggio reale. Poi c’è l’escamotage che nel suo mondo dai primi suoi cento casi sono stati tratti altrettanti fumetti. Al contrario di Dylan, Damien nel suo mondo è una piccola star.
Perché gli autori insistono sul fatto che non si tratti né di una parodia né di un plagio?
Perché non lo è, o almeno noi non lo viviamo così. Per noi è un saggio teorico a fumetti, una riflessione sulla cultura pop e su come la percepiamo. Poi, se la chiamano “parodia” non ci offendiamo, sia chiaro, anche quello è un genere. Quanto al plagio, ormai è chiaro che si tratta di un’altra cosa. Non c’è trucco e non c’è inganno: come Sclavi e gli autori di Dylan citavano e rimescolavano elementi da storie precedenti in chiave post-modernista, noi abbiamo applicato il post-modernismo a Dylan, che viene omaggiato senza essere copiato. Abbiamo dato il via al post-post-modernismo!
Quale significato assume il confronto tra il “Damien di una volta” e quello attuale?
Nella nostra storia Damien si percepisce come una persona reale, dunque fatica a capire questa differenza. Non tiene un registro dei suoi casi e non ricorda nemmeno quali siano i primi cento. I fan lo accusano di qualsiasi cosa, di essersi venduto ai media, e forse è vero, di essersi commercializzato, ma per loro lui non è libero nemmeno di usare le espressioni che preferisce. Non può dire “Campane dell’Inferno!” perché la sua esclamazione storica è “Barabba Libero!”, e così via. Il confronto è tutto nella testa dei fan. Per Damien esiste un solo Damien, ovviamente.
L’assistente che ricorda un comico famoso serve solo come citazione o ha un ruolo più profondo?
Rispetto a Groucho, Smiley ha anche una funzione diretta verso il lettore. In una delle sequenze che preferisco rompe la quarta parete e si mette a parlare di smartphone e sms, che negli anni ‘80 non esistevano. Volevamo che almeno in una scena fosse chiaro che questo è un fumetto degli anni 2020, anche se cita quelli degli anni ‘80. Del resto, si dice che Smiley, come un personaggio del comico a cui si ispira, sia un “piccolo diavolo”, ci sta che abbia del poteri particolari.
Come vengono rappresentate le “forze oscure” del fandom tossico: in senso letterale, metaforico o entrambi?
In modo abbastanza diretto: dato che nel suo mondo Damien è famoso, sono direttamente i suoi fan che vanno a rompergli le scatole. Qualcuno poi ordisce un piano oscuro per costringerlo a vivere un caso esattamente conforme ai sani vecchi “primi cento”. In questo caso saltiamo la dialettica tra autore e lettore per mettere direttamente il protagonista contro i propri fan. In effetti, in ottica editoriale, è una cosa controintuitiva. A nessuno conviene mettere un personaggio contro i propri lettori. Ma a noi invece sì.
In che modo il fumetto rompe la barriera tra finzione e realtà quando afferma che i protagonisti siete “voi”?
Tecnicamente, il fumetto non lo afferma, ma speriamo che i lettori possano prendere parte attiva facendosi la propria opinione. Noi non lasciamo mai intendere se anche per noi i primi cento casi fossero i migliori. Preferiamo renderci conto che siano quello che di solito si dice “luogo dell’anima”. Ci riconosciamo nei “primi cento” perché hanno popolato la nostra fase più autentica e sincera, libera dal peso della vita adulta e delle responsabilità. Mentre ripercorrevo i primi cento numeri di Dylan per scrivere questo fumetto insieme a Marco, mi sono reso conto che molte storie significative sforavano la numerazione del cento, eppure io avrei detto con certezza che fossero tra i primi cento. Analogamente, i primi cento sono pieni di episodi mediocri e riempitivi. La percezione dei ricordi fa tantissimo.
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