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Recensione di “The Invite” di Olivia Wilde: una cena per decostruire una coppia

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Recensione di “The Invite” di Olivia Wilde: una cena per decostruire una coppia

C’è un paradosso abbastanza evidente dentro The Invite: quando il film funziona davvero, quasi sempre sta funzionando qualcosa che esisteva già prima. Quando invece comincia a mostrare con più decisione la propria identità americana, arrivano anche i problemi.

Olivia Wilde dirige e interpreta questo remake di Sentimental, la commedia spagnola di Cesc Gay nata a sua volta da un testo teatrale – che ha avuto anche un remake italiano del 2022, Vicini di casa, con Claudio Bisio, Vinicio Marchioni, Valentina Lodovini e Vittoria Puccini – e si confronta con una struttura che ha già dimostrato di essere praticamente indistruttibile: due coppie, un appartamento, una cena che diventa progressivamente un’autopsia sentimentale.

È una macchina narrativa semplice e cattiva, costruita soprattutto sulle parole. Basta mettere quattro adulti nello stesso spazio, versare abbastanza vino e aspettare che qualcuno dica la cosa sbagliata.

Ed è esattamente quello che accade.

Due coppie (che esplodono)

Joe e Angela sono sposati da anni e sembrano ormai vivere più per abitudine che per desiderio.

Lui, interpretato da Seth Rogen, è un musicista mancato diventato insegnante. È sarcastico, frustrato, passivo-aggressivo e soprattutto perfettamente consapevole di tutte le cose che nella sua vita non sono andate come sperava.

Angela, interpretata da Olivia Wilde, sembra invece ancora alla ricerca di qualcosa che possa interrompere la routine nella quale è rimasta imprigionata.

Al piano di sopra vivono Piña e Hawk, interpretati da Penélope Cruz ed Edward Norton.

Sono praticamente l’opposto. Sessualmente liberi, sicuri di sé, cosmopoliti, apparentemente privi di tutte quelle nevrosi che hanno trasformato il matrimonio di Joe e Angela in una convivenza armata.

E soprattutto fanno sesso. Molto.

Talmente rumorosamente che i vicini di sotto sanno perfettamente quando succede.

Angela decide così di invitarli a cena.

Naturalmente è una pessima idea.

O forse è esattamente l’idea di cui avevano bisogno.

Quattro persone e il solito cadavere sul tavolo: il matrimonio

The Invite appartiene a quel filone ormai vastissimo di film che prendono una coppia apparentemente normale e cominciano metodicamente a smontarla.

Non c’è niente di nuovo nell’argomento.

Desiderio che scompare, routine, frustrazioni accumulate, fantasie non confessate, risentimento per le occasioni perdute. Il matrimonio viene ancora una volta trattato come una costruzione dentro la quale due persone si sono barricate così a lungo da dimenticare perché ci fossero entrate.

Ma la buona notizia è che la struttura funziona.

Il confronto con Piña e Hawk obbliga Joe e Angela a guardarsi da fuori.

Finché le loro battute acide rimangono private possono sembrare il linguaggio normale di una coppia che vive insieme da anni. Quando vengono pronunciate davanti ad altre persone iniziano invece ad apparire per ciò che sono: piccole aggressioni quotidiane diventate abitudine.

Non serve una grande rivelazione per capire che una relazione sta morendo. A volte basta ascoltare come due persone si parlano.

Il problema del remake

Ed eccoci al punto.

The Invite possiede fondamenta eccellenti perché le eredita.

La situazione iniziale, la tensione sessuale, il confronto tra coppia tradizionale e coppia aperta, il progressivo scoperchiamento delle frustrazioni: sono tutti elementi che appartengono alla solidità dell’originale.

La sceneggiatura di Rashida Jones e Will McCormack sposta l’azione a San Francisco e accentua alcune nevrosi contemporanee, ma il motore rimane quello.

Quando il film si limita a far parlare i quattro protagonisti funziona magnificamente.

Quando invece Olivia Wilde sente il bisogno di dimostrare che sta dirigendo, le cose diventano più complicate.

Soprattutto nella prima parte c’è una certa tendenza a sovraccaricare una situazione che non ne avrebbe alcun bisogno. È come se il film non si fidasse abbastanza del proprio materiale.

Ma il materiale non aveva bisogno di essere aiutato.

Quattro attori bravi dentro una stanza e un dialogo ben scritto sono già cinema.

Olivia Wilde e l’ansia di rendere tutto più americano

È proprio nell’adattamento culturale che emergono alcune delle debolezze.

La versione americana tende inevitabilmente a spiegare di più. I personaggi parlano molto di sé, analizzano le proprie dinamiche e possiedono un vocabolario emotivo quasi terapeutico.

Il rischio è che quello che nell’originale poteva emergere attraverso l’imbarazzo o il non detto venga qui trasformato in discorso.

È una caratteristica molto contemporanea del cinema americano: i personaggi non devono soltanto vivere una crisi, devono anche dimostrare di averne compreso perfettamente la terminologia.

E così The Invite perde qualcosa proprio quando cerca di diventare più esplicito.

La decostruzione della coppia funziona meglio quando resta concreta.

Uno sguardo. Una battuta cattiva. Il silenzio dopo una confessione.

Non serve sempre una teoria sull’amore.

Il film è più intelligente quando suggerisce che ogni relazione costruisce le proprie regole e poi deve convivere con le conseguenze.

Non esiste una formula capace di eliminare dolore, insicurezza o paura di perdere qualcuno.

Esistono soltanto accordi differenti.

Una commedia sul sesso che in realtà parla della paura di cambiare

Naturalmente si parla moltissimo di sesso. Ma il sesso è quasi un’esca.

Il vero argomento è la paura.

Paura di essere diventati noiosi. Paura che il proprio partner desideri qualcun altro. Paura di scoprire che esiste una versione della nostra vita più interessante di quella che abbiamo scelto.

E soprattutto paura di modificare un equilibrio infelice soltanto perché almeno quell’infelicità la conosciamo.

The Invite non prende davvero posizione.

Non ci dice che la monogamia è morta o che l’apertura sessuale sia la soluzione.

Ci mostra semplicemente quattro persone che hanno costruito quattro modi diversi di proteggersi.

E poi toglie lentamente quelle protezioni.

The Invite è quindi un film riuscito a metà in maniera piuttosto curiosa.

La sua parte migliore appartiene alla precisione della struttura originale e alla qualità dei suoi interpreti.

La parte più debole nasce invece proprio dal tentativo di personalizzarlo, americanizzarlo e renderlo più esplicitamente contemporaneo.

È difficile non avere la sensazione che Olivia Wilde possieda tra le mani un materiale talmente forte da funzionare quasi nonostante alcune sue decisioni.

Ma quando finalmente smette di aggiungere e lascia parlare Seth Rogen, Penélope Cruz, Edward Norton e se stessa, il film trova il ritmo giusto. E allora quella cena diventa ciò che dovrebbe essere fin dall’inizio: non una provocazione sullo scambio di coppia, ma una specie di esperimento.

Metti due coppie in una stanza.

Una pensa di essere infelice.

L’altra pensa di essere libera.

Falle parlare abbastanza a lungo.

Alla fine scoprirai che nessuno dei quattro è esattamente ciò che pensava di essere.

Il sesso è soltanto il detonatore.

Il vero esplosivo erano le coppie.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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