Recensione di “Romería. Il mare dei ricordi”: Carla Simón e il pellegrinaggio verso se stessa
Segui Email Romería significa pellegrinaggio. In spagnolo e in galiziano indica la processione religiosa verso un santuario: un cammino
Romería significa pellegrinaggio. In spagnolo e in galiziano indica la processione religiosa verso un santuario: un cammino collettivo, rituale, compiuto per trovare qualcosa di sacro.
Carla Simón usa questa parola per il titolo del suo terzo film. E non è una scelta casuale.
Perché Marina, la diciottenne protagonista, non va a Vigo per turismo. Non va per curiosità. Va perché ha bisogno di un documento burocratico per la sua borsa di studio universitaria. Ma nel momento in cui arriva sulla costa atlantica della Galizia, nel momento in cui bussa alla porta dello zio che non ha mai conosciuto, quello che sembrava un viaggio amministrativo diventa qualcosa di molto più antico e molto più necessario.
Un pellegrinaggio verso le proprie origini. Verso i morti che non si sono potuti conoscere. Verso la verità che la famiglia custodisce con la stessa cura con cui custodisce i segreti.
Carla Simón e il cinema come atto autobiografico
Non si può parlare di Romería senza parlare di chi l’ha scritto e diretto.
Carla Simón è una delle voci più importanti del cinema spagnolo contemporaneo. Con Verano 1993 aveva vinto l’Orso d’argento al debutto a Berlino. Con Alcarràs aveva vinto l’Orso d’oro nel 2022, raccontando l’ultima estate di una famiglia di contadini catalani destinati a perdere la propria terra.
In entrambi i film, la stessa cifra stilistica: la macchina da presa che osserva senza giudicare, i non professionisti mescolati agli attori, il tempo che scorre lento come scorre nella vita vera.
E in entrambi i film, sempre, la famiglia come territorio narrativo principale. Come luogo di origine e di conflitto. Come spazio in cui l’identità si forma o si incrina.
Romería continua questo percorso portandolo al punto più personale e più esposto. Perché la storia di Marina è la storia di Carla Simón.
I genitori della regista sono morti di AIDS durante l’epidemia degli anni Ottanta in Spagna, parte di quella generazione che in Catalogna e nel resto del paese era stata travolta dall’eroina in un momento di libertà ritrovata e di fragiltà collettiva. Simón era una bambina. È cresciuta senza di loro. E ha impiegato una vita intera e tre film per trovare il linguaggio con cui raccontarlo.
Marina, Vigo, il 2004
Il film è ambientato nel 2004. Marina Piñeiro ha diciotto anni, sta per iniziare gli studi di cinema, e ha bisogno di un documento che certifichi le circostanze della morte del padre biologico per completare la pratica della borsa di studio.
Il padre è morto di AIDS. Come la madre. Quando Marina era troppo piccola per ricordare.
Armata del diario della madre, unico filo diretto verso un passato che le appartiene senza che lei lo conosca, Marina prende un treno per Vigo. La città atlantica, le sue brume, il suo Oceano che non assomiglia al Mediterraneo, il suo cielo che non promette mai niente di definitivo.
Ad aspettarla c’è lo zio Lois, il fratello del padre che non ha mai incontrato. Vive su una casa galleggiante con la moglie Denise e i loro figli. Accoglie Marina con la gentilezza un po’ rigida di chi non sa bene come comportarsi con qualcuno che è sangue del proprio sangue ma è anche uno sconosciuto.
Nei cinque giorni che seguono, Marina incontra la famiglia del padre pezzo per pezzo. Gli zii, i cugini, i nonni. Ognuno con la propria versione della storia. Ognuno con i propri silenzi strategici. Ognuno con quella particolare abilità familiare di dire tutto senza dire niente, di ricordare selettivamente, di proteggere i morti trasformandoli in qualcosa di più accettabile di quello che erano stati.
E Marina ascolta. Raccoglie. Confronta con quello che legge nel diario della madre. Cerca di costruire un ritratto di due persone che esistono solo come assenza, come spazio vuoto, come causa della propria orfanità.
Il pellegrinaggio come struttura narrativa
Simón costruisce il film con la stessa pazienza artigianale che ha sempre caratterizzato il suo lavoro.
Non c’è un plot nel senso convenzionale. Non ci sono colpi di scena. Non c’è una rivelazione finale che risolve tutto. C’è invece l’accumulo lento e inesorabile di dettagli, di conversazioni, di sguardi, di oggetti che raccontano storie più precise di qualsiasi confessione.
Il diario della madre è il centro di gravità del film. Marina lo legge a pezzi, di notte, nella casa galleggiante dello zio che dondola sull’acqua. E ogni pagina che legge le restituisce qualcosa e le toglie qualcosa. La madre che emerge da quelle pagine non è la santa che i familiari le hanno consegnato nella versione edulcorata della memoria. È una donna complicata, contraddittoria, capace di amori difficili e di scelte che la sua famiglia non ha mai del tutto perdonato.
È un meccanismo narrativo che Simón usa con una precisione assoluta. Il diario come documento, come prova, come specchio. La famiglia come istituzione che filtra la realtà. E Marina in mezzo a tutto questo che cerca di tenere insieme le versioni senza perdere se stessa.
La Galizia come personaggio
Uno degli elementi più straordinari del film è il paesaggio.
La Galizia atlantica di Simón non è una cartolina. Non è lo sfondo pittoresco di un film che avrebbe potuto essere girato ovunque. È una presenza attiva, quasi narrativa. Il mare che si vede fuori dalla casa galleggiante non è lo stesso mare del Mediterraneo catalano di Alcarràs: è più grigio, più vasto, meno rassicurante. Ha quella qualità dell’oceano aperto che non promette arrivi ma suggerisce partenze, fughe, scomparse.

La fotografia di Hélène Louvart è uno degli elementi più alti del film. Louvart ha uno sguardo straordinario per la luce naturale e per il modo in cui i corpi abitano gli spazi. Ogni inquadratura ha quella qualità di documento e di poesia insieme che solo la grande fotografia riesce a tenere in equilibrio.
L’Oceano, le brume, la pioggia galiziana, le strade di Vigo, la casa galleggiante che dondola come una culla. È un paesaggio che rispecchia lo stato interiore di Marina senza mai essere didascalico, senza mai sottolineare quello che lo spettatore ha già capito.
Llúcia Garcia: una performance di silenzi
Llúcia Garcia è semplicemente meravigliosa nei panni di Marina. Non c’è un momento in cui si percepisca l’attrice dietro il personaggio. Garcia abita Marina con una naturalezza che sembra documentaristica, con quella capacità di stare nel frame senza costruirsi, di rispondere alle situazioni invece di anticiparle.
La sfida del ruolo è enorme. Marina non spiega quasi mai quello che prova. Non ha monologhi interiori, non ha sfoghi catartici, non ha quel tipo di scena madre che i film normalmente usano per mostrare la profondità emotiva del personaggio. Quello che sente lo porta nel corpo, negli occhi, nel modo in cui si siede a tavola con una famiglia che è la sua e non è la sua, nel modo in cui apre il diario della madre con quella delicatezza di chi sa che quello che troverà cambierà qualcosa in modo irreversibile.
La candidatura al Premio Gaudí come migliore interpretazione rivelazione è meritata. Questa è una delle migliori performance di un’attrice emergente degli ultimi anni nel cinema spagnolo.
La Spagna dell’eroina e dell’AIDS: storia collettiva dentro una storia privata
Uno degli aspetti più coraggiosi di Romería è il modo in cui Simón inserisce la storia privata di Marina dentro una storia collettiva molto più grande.
I genitori di Marina sono morti negli anni Ottanta. In quegli anni la Spagna appena uscita dal franchismo si trovava a fare i conti con un’epidemia doppia e silenziosa: l’eroina da un lato, l’AIDS dall’altro. Due crisi che si sovrapponevano e si alimentavano, che colpivano soprattutto i giovani di quella generazione nata con la libertà e senza gli strumenti per gestirla.
Simón non ne fa un film sociale nel senso didascalico del termine. Non ci sono spiegazioni, non ci sono cifre, non ci sono contesti storici esplicitati. Quella tragedia è invece il terreno invisibile su cui tutto il resto poggia. È la ragione per cui Marina non ha genitori. È la ragione per cui la famiglia galiziana ha i propri silenzi, i propri pudori, le proprie versioni depurate della storia.
È cinema autobiografico che non si chiude in se stesso. Che trova nella storia individuale il punto di accesso verso qualcosa di più collettivo e di più necessario.
Un film che non consola
Romería non è un film che offre risposte, e forse questo è anche il suo limite.
Marina non trova quello che cercava nel senso in cui normalmente i film risolvono le ricerche. Trova qualcosa di più complicato e di più reale: una famiglia che l’accetta con riserva, una versione dei propri genitori che non corrisponde né all’idealizzazione né alla condanna, un senso di appartenenza parziale che è più doloroso del non appartenere del tutto.
Il finale non scioglie la tensione narrativa. La sospende. Come si sospende un pellegrinaggio non quando si arriva al santuario, ma quando si capisce che il santuario non esiste. Che quello che cercavamo non era la meta, ma il cammino stesso.
LE PROIEZIONI SPECIALI
Martedì 9 giugno – ore 21:15
Bologna – Pop Up Cinema Arlecchino
ANTEPRIMA al Biografilm 2026 con la regista del film Carla Simón in collegamento video e con la regista Alina Marazzi in sala. A seguire Q&A con la regista Carla Simón in diretta video.
La diretta verrà trasmessa in una serie di sale selezionate (elenco in aggiornamento al sito https://iwonderpictures.it/romeria/):
Roma – Barberini
Cagliari – Alkestis
Perugia – Zenith
Napoli – CasaCinema
Pisa – Odeon
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