Recensione di “Disclosure Day”: Spielberg guarda alle stelle ma parla dell’uomo
Segui Email C’è un dato biografico che non si può ignorare quando si parla di Disclosure Day. Steven Spielberg
C’è un dato biografico che non si può ignorare quando si parla di Disclosure Day.
Steven Spielberg è nato nel 1946. Ed è esattamente nel 1946 che la storia del suo nuovo film colloca l’inizio della grande menzogna: il momento in cui i governi del mondo hanno scelto di nascondere all’umanità la verità sull’esistenza di forme di vita extraterrestri. Ottant’anni di segreti. Ottant’anni di disinformazione. Ottant’anni di un potere che ha deciso che la gente comune non fosse abbastanza matura per sopportare la realtà.
Spielberg è nato in quell’anno. E Spielberg ha quasi 80 anni.
È come se dicesse che è dalla fine della Seconda Guerra Mondiale che viviamo in un mondo dove il potere pensa che il bene collettivo si raggiunga nascondendo delle verità, e che quindi è da allora che stiamo diventando sempre meno capaci di comprendere l’altro e di metterci in relazione con lui.
Disclosure Day non è un film sugli alieni. È un film di un uomo di ottant’anni che fa i conti con se stesso, con il proprio cinema, con il proprio tempo. È il bilancio di una vita passata a raccontare il meraviglioso e il terribile, e la domanda che rimane alla fine di tutto: cosa ne abbiamo fatto, di quella meraviglia?
Il ritorno alle origini
Per capire il peso di questo film bisogna capire cosa rappresentano gli alieni nel cinema di Spielberg.
Non sono mai stati mostri. Non sono mai stati invasori nel senso distopico del termine. Sono stati specchi.
In Incontri ravvicinati del terzo tipo erano la proiezione del divorziato Roy Neary, un uomo in fuga dalla propria famiglia che cercava nell’ignoto quello che non riusciva a trovare nella vita ordinaria. In E.T. erano l’elaborazione del divorzio dei genitori del regista stesso, il bambino abbandonato che trova un amico venuto da lontano. Persino ne La guerra dei mondi, il film più cupo e traumatizzato della sua filmografia post-11 settembre, gli extraterrestri erano il volto del terrore contemporaneo.
Spielberg usa ancora una volta gli alieni per parlare di altro, come il grande cinema di genere sa fare così bene.
Con Disclosure Day quel meccanismo si compie in modo più consapevole e più personale. Nel suo voler abbattere i filtri dell’inganno per raccontare la verità, c’è una qualche forma di riflessione critica su quanto ha fatto finora col suo cinema. È il vecchio maestro che torna al tema della sua vita non per nostalgia, ma per dire qualcosa che non aveva ancora detto del tutto.
Un thriller che diventa qualcos’altro
Margaret Fairchild è una meteorologa televisiva di Detroit la cui vita prende una piega imprevista dopo uno strano incontro con un uccello cardinale sul tavolo della sua cucina.
Dall’altra parte c’è Danny (Josh O’Connor), un ex dipendente di Wardex, agenzia governativa che gestisce da decenni il segreto più grande della storia. Ha documenti. Ha prove. E ha la convinzione che la verità appartenga a sette miliardi di persone, non a una manciata di funzionari.
I due si trovano coinvolti in una caccia frenetica che attraversa il paese, inseguiti da Scanlon (Colin Firth), uomo dell’agenzia dal volto impassibile e dalla logica di ferro, e protetti intermittentemente da Hugo (Colman Domingo), ex membro di Wardex passato dall’altra parte.
Per circa un’ora Spielberg orchestra il film come un’action movie frenetico e adrenalinico, in un registro che ricorda più X-Files che Incontri ravvicinati e che evoca da vicino la struttura di Intrigo internazionale di Hitchcock.
Ma è nella seconda metà che il film cambia pelle. Che il thriller si apre verso qualcosa di più grande, più silenzioso, più personale.
Adamo ed Eva
Qui vale la pena fermarsi su uno dei livelli interpretativi più ricchi del film. Margaret e Danny sono, a tutti gli effetti, una coppia adamitica.
Lei è la donna che riceve il primo contatto, il segnale inspiegabile, il cardinale rosso che si posa sul tavolo della cucina come una visita dell’arcangelo. Lui è l’uomo che custodisce la conoscenza, che ha visto la verità e non riesce a tenerla per sé.

Insieme attraversano un mondo che non è pronto per quello che sanno. Sono cacciati, braccati, costretti a fuggire da un sistema che ha costruito la propria autorità sulla menzogna. E il momento in cui finalmente scelgono di rivelare tutto al mondo ha una qualità biblica che non è accidentale.
Spielberg non è un regista di fede nel senso religioso del termine. Ma è da sempre un regista del sacro – dell’esperienza che supera la comprensione razionale, del momento in cui l’ordinario si apre verso qualcosa di irriducibile.
Il messaggio è l’empatia. Non come slogan, ma come atto teologico. Come l’unica risposta possibile di fronte all’inconoscibile.
I momenti di grande cinema
Ci sono sequenze in Disclosure Day che ricordano perché Spielberg è Spielberg.
Potrei citare quelle più frenetiche e adrenaliniche. Ma ce n’è una in particolare, a metà film, che ho trovato esemplare: Emily Blunt perde improvvisamente la capacità di parlare in diretta televisiva. La macchina da presa non taglia. Rimane lì, sul suo viso, mentre lei cerca di capire cosa sta succedendo, mentre i colleghi in studio cominciano a preoccuparsi, mentre il silenzio si espande in modo sempre più inquietante. È cinema puro: tensione costruita senza effetti speciali, senza musica, solo con il potere di un’attrice e di una macchina da presa che sa aspettare.
Emily Blunt porta tutto il peso emotivo del film. Margaret non è un personaggio costruito per l’azione. È una donna normale, credibile, radicata nella sua vita ordinaria, che si trova a dover fare i conti con qualcosa per cui nessuna vita ordinaria può prepararsi. E Blunt lo interpreta con quella qualità che la distingue: la capacità di rendere visibile il pensiero, di far sentire allo spettatore esattamente il momento in cui un personaggio decide di fare la cosa difficile invece di quella sicura.
Josh O’Connor interpreta Danny con una fragilità calibrata. È un uomo che ha già pagato il prezzo della verità prima ancora che il film inizi. Non è un eroe: è qualcuno che non riesce a smettere di fare la cosa giusta anche quando non gliene viene niente di buono.
Colin Firth come antagonista è la scelta più interessante del cast: un villain senza retorica, senza background, senza monologhi giustificativi, che crede genuinamente in quello che fa. È la banalità del male applicata alla burocrazia del segreto.
Le zone d’ombra di un film che a volte inciampa
Disclosure Day non è un film senza difetti. La computer grafica è discontinua. Ci sono momenti in cui l’effetto visivo funziona in modo potente e momenti in cui la resa digitale tradisce l’ambizione del film. Non è un problema raro nei blockbuster contemporanei, ma in un film di Spielberg – dove la fiducia del pubblico negli effetti speciali si porta dietro decenni di aspettativa – si nota di più.
La sceneggiatura di David Koepp ha zone d’ombra. Il copione a volte inciampa su se stesso. Alcuni personaggi secondari sono introdotti con la promessa di uno sviluppo che non arriva.
Laddove le visioni di Spielberg sembravano un tempo guidare la cultura, qui si ha la sensazione che stia seguendo decenni di immaginario e mitologia già consolidata. Disclosure Day arriva dopo anni di desecretazione di documenti UAP del Pentagono, dopo decenni di serie come X-Files che hanno plasmato il modo in cui il grande pubblico pensa ai fenomeni inesplicabili. Spielberg non sorprende come sorprendeva nel 1977. Il territorio è meno vergine.
Un uomo di ottant’anni che guarda alle stelle
C’è una frase che Spielberg ha ripetuto in più interviste durante il tour di presentazione del film: “Non so se la verità sia là fuori. Ma so che l’empatia è qui dentro.”
È una frase semplice, quasi ingenua. Ed è esattamente il tipo di semplicità che può permettersi solo chi ha il coraggio di essere sincero dopo una carriera lunga cinquant’anni.
Disclosure Day esprime una straordinaria, candida e pacificata fiducia nell’umanità. È il suo I WANT TO BELIEVE: riguarda la speranza per il pianeta e i suoi abitanti, non gli alieni.
Spielberg torna alle stelle e trova gli esseri umani. Torna agli alieni e trova se stesso.
Non è il film perfetto. Ma è un film onesto, coraggioso nella sua semplicità, generoso in certi momenti di pura maestria cinematografica. E un film che vuole dire qualcosa di vero – anche a costo di qualche imperfezione, anche a costo di essere ingenuo, anche a costo di essere un uomo di ottant’anni che crede ancora nell’empatia come risposta universale – merita rispetto.
Segui
Email




