Recensione de “L’uomo nel furgone bianco”: un coming of age venato di paura nell’America degli anni 70
Segui Email L’uomo nel furgone bianco, diretto da Warren Skeels e interpretato da Madison Wolfe, Brec Bassinger, Ali Larter
L’uomo nel furgone bianco, diretto da Warren Skeels e interpretato da Madison Wolfe, Brec Bassinger, Ali Larter e Sean Astin, è un thriller che lavora su una paura molto concreta, quasi quotidiana: quella di essere osservati, seguiti, presi di mira senza un motivo apparente.
Non punta sul colpo di scena o sulla spettacolarizzazione, ma su una tensione lenta, costruita attraverso piccoli dettagli e segnali che inizialmente sembrano insignificanti.
Un’ossessione che prende forma
Siamo negli Stati Uniti degli anni ’70. Annie, una giovane ragazza, inizia a notare un furgone bianco che compare sempre più spesso nei luoghi che frequenta. All’inizio è solo una presenza strana, qualcosa che resta sullo sfondo.
Ma col passare del tempo, quella presenza diventa sempre più insistente.
Il furgone non è più un caso. È qualcuno che osserva, che studia, che aspetta. E mentre Annie prova a convincere chi le sta intorno che c’è qualcosa di sbagliato, si scontra con l’incredulità degli adulti, incapaci di percepire il pericolo.
Da lì il film costruisce una discesa lenta nella paranoia.

La scelta più efficace di Skeels è quella di non mostrare troppo. Il pericolo resta spesso fuori campo, suggerito più che esplicitato. Il furgone diventa un simbolo, una presenza muta che può comparire ovunque. Non serve sapere chi c’è dentro, anzi: il fatto di non saperlo rende tutto più disturbante.
Il film gioca su questo: sulla ripetizione, sull’attesa, sulla sensazione che qualcosa stia per succedere ma non succeda mai nel momento in cui te lo aspetti.
Madison Wolfe regge bene il film, costruendo un personaggio fragile ma lucido. Annie non è un’eroina, è una ragazza che percepisce qualcosa prima degli altri e che non riesce a farsi ascoltare.
Ed è proprio questo uno degli elementi più inquietanti: la solitudine. Il pericolo cresce anche perché nessuno lo riconosce davvero.
Il film sceglie deliberatamente un ritmo dilatato. Non cerca l’adrenalina immediata, ma costruisce tensione nel tempo.
È una scelta coerente, ma non sempre efficace allo stesso modo. In alcuni momenti il rischio è quello di allungare troppo l’attesa senza aggiungere nuovi elementi, creando una certa ripetitività.
Quando però il film colpisce, lo fa nel modo giusto: senza bisogno di alzare la voce, con lo stile di un regista che ha studiato a fondo la filmografia di Carpenter.
L’uomo nel furgone bianco è un thriller che punta tutto sulla sensazione di disagio più che sullo shock. Ha dei limiti, soprattutto nel ritmo, ma possiede un’intuizione forte: raccontare la paura come qualcosa che si insinua nella quotidianità, senza bisogno di effetti o spiegazioni.
E quando funziona, riesce a farti guardare con sospetto anche la cosa più banale. Anche un furgone parcheggiato sotto casa.
“L’uomo nel furgone bianco” è distribuito in home video da Blue Swan Entertainment in un dvd privo di extra. Il film è disponibile per il noleggio su diverse piattaforme streaming.
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