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Recensione di “Lazareth”: isolamento e paura nel post apocalittico con Ashley Judd

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Recensione di “Lazareth”: isolamento e paura nel post apocalittico con Ashley Judd

Lazareth, diretto da Alec Tibaldi e interpretato da Ashley Judd, Sarah Pidgeon e Katie Douglas, si muove dentro un territorio molto preciso: quello del post-apocalittico intimo, dove il mondo finisce fuori campo e tutto si concentra su pochi personaggi chiusi in uno spazio protetto.

L’idea di partenza è interessante, perché prova a raccontare la fine di qualcosa senza mostrarla davvero, ma filtrandola attraverso una famiglia che ha scelto di vivere ai margini. Il film funziona a metà, sospeso tra buone intuizioni e uno sviluppo che non sempre riesce a sostenerle.

Una casa, tre vite e una verità nascosta

Al centro della storia c’è Lee (Ashley Judd), che dopo la morte dei genitori delle due nipoti decide di crescerle in isolamento, lontano da un mondo esterno descritto come pericoloso e instabile. La casa nei boschi diventa un rifugio autosufficiente, una bolla in cui tutto è controllato.

Le ragazze crescono seguendo regole precise, senza mettere in discussione ciò che viene loro raccontato. Ma questo equilibrio inizia a incrinarsi quando un ragazzo arriva dall’esterno e porta con sé un dubbio semplice ma devastante: e se il mondo fuori non fosse come è stato descritto?

Da quel momento, la sicurezza costruita negli anni comincia a sgretolarsi.

Il film dà il meglio nella fase iniziale, quando gioca sull’ambiguità. Non è chiaro dove si trovi davvero il pericolo. L’ambiente è silenzioso, quasi sospeso, e la casa sembra allo stesso tempo un rifugio e una prigione.

La regia di Tibaldi lavora per sottrazione, evitando effetti inutili e costruendo una tensione sottile. È una scelta che funziona, perché ti tiene dentro senza bisogno di alzare il volume.

Il punto più interessante è legato alla figura di Lee. Ashley Judd regge il film con una presenza solida, costruendo un personaggio ambiguo, difficile da incasellare.

Non è semplicemente una madre sostitutiva, ma qualcuno che ha costruito una realtà per proteggere le ragazze. Il problema è capire dove finisce la protezione e dove inizia il controllo.

Il film suggerisce questa tensione in modo chiaro: per tenere al sicuro qualcuno, si può arrivare a limitarne la libertà, a deformare la verità. L’isolamento diventa così una scelta ambigua, che ha tanto a che fare con l’amore quanto con la paura.

Nel momento in cui il film introduce un conflitto più diretto e prova ad allargare il racconto, perde parte della sua forza. La tensione psicologica lascia spazio a sviluppi più prevedibili, più vicini al thriller tradizionale.

Anche il finale segue una strada più lineare rispetto a quanto ci si potesse aspettare, chiudendo in modo più rassicurante piuttosto che spingere davvero sulle implicazioni più inquietanti della storia.

Lazareth è un film che parte da un’idea forte – l’isolamento come forma di protezione e manipolazione – e riesce a costruire una buona atmosfera, soprattutto nella prima metà.

Quello che manca è il coraggio di portare fino in fondo i suoi temi. Resta un thriller contenuto, con qualche momento riuscito, ma che si ferma proprio quando potrebbe diventare qualcosa di più incisivo.

E lascia la sensazione di aver solo sfiorato ciò che aveva davvero da dire.

“Lazareth” è distribuito in home video da Blue Swan Entertainment in un dvd privo di extra. Il film è disponibile per il noleggio su diverse piattaforme streaming.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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