Oggi il sole si sente timido e ogni tanto fa capolino dalle nubi per poi ritrarsi non appena lo scorgi: la giornata ideale per fare una bella gita e scoprire posti nuovi.

Salgo sulla mia popy-car e imposto il navigatore: rotta per Tuscania!

Tuscania, non Toscana, avete capito bene; è vicina alla toscana, ma è ancora nel Lazio.

Ne ho sentito parlare molto bene.

Quando il navigatore mi indica che sto per giungere a destinazione scorgo le sue imponenti mura merlate, scandite da torri; più mi avvicino, più mi rendo conto che l’intero apparato difensivo è stato realizzato con una quantità incalcolabile di mattoni di tufo. Davvero singolare.

Parcheggio ai piedi della cinta muraria e, salendo una rampa di scale, accedo attraverso un ingresso voltato a botte, al paese.

Ad accogliermi c’è una piazzetta non troppo grande, di cui la protagonista è un lungo fontanile alimentato da sette cannelle che sembrano essere tenute tra le labbra, come cannucce, dai volti grotteschi di altrettanti mascheroni scolpiti a bassorilievo.

Proseguendo sulla sinistra mi inerpico per via della scrofa che, con la sua lieve pendenza, mi conduce alla piazza principale, dove, quasi dinanzi alle pendici di una massiccia torre si apre un “giardino segreto” ricavato nello spazio che divide la cinta muraria esterna da quella più interna. Il paesaggio che si offre alla vista è splendido, una distesa verdeggiante da cui emerge una collina coronata da antiche rovine merlate e dal profilo di ciò che sembra un edificio religioso. La visione di questo ameno scorcio è accompagnata dalla colonna sonora della fontana del giardino che zampilla dolcemente.

Uscita da questo piccolo eden mi avvio per quello che sembra essere il corso principale; devo assolutamente trovare un posto dove fare colazione o sverrò dalla fame. Fortunatamente scorgo un bar molto grazioso, illuminato da scintillanti lampadari di cristallo. Chiedo al proprietario se ci sono prodotti tipici da acquistare nel paese e lui mi informa che Tuscania vanta delle super fantastiliose coltivazioni di lavanda – grazie alle quali nei weekend tra giugno e luglio si svolge la “festa della lavanda” – e che proprio di fronte al suo locale c’è il negozio dell’azienda che vende i prodotti ricavati da questa profumatissima pianta. Così ringrazio, esco e vado a curiosare.

Non appena varco la soglia vengo avvolta da nuvole di inebriante profumo, ed è subito Provenza!

Saponette, olii essenziali, miele, candele profumate, prodotti per la cosmesi tutti ricavati da questo balsamico fiorellino violetto. La mia attenzione viene attratta però da un prodotto che si trova accanto alla cassa, dei tubetti di burro cacao – dovete sapere che ho fetish per qualsiasi tipo di lipsticks – così con lo sguardo adorante, chiedo alla negoziante la loro composizione. Mi spiega che il prodotto è realizzato con miele di lavanda e olio di oliva, entrambi delle loro coltivazioni. Lo compro.

La signora mi informa inoltre che la loro azienda agricola ospita anche un agriturismo di cui la peculiarità più incredibile è avere una casa che si erge su un enorme albero al centro dei campi di lavanda. E per darmi un assaggio di ciò che si offre alla vista dei clienti dell’agriturismo, mi regala una cartolina: è un’immagine così bella che sembra esser stata dipinta dal pennello di un’impressionista.

Mi dirigo nuovamente verso la Popy-car perché voglio visitare assolutamente un luogo di cui ho scoperto l’esistenza durante le mie ricerche per l’articolo sul Labirinto: la tomba della regina, che si trova nel complesso della necropoli etrusca “Madonna dell’Olivo”, a un tiro di sasso dalla cittadella di Tuscania.

Parcheggio l’auto accanto ad una chiesa diroccata e suono il citofono accanto al cancello; dopo pochi istanti mi viene incontro il custode e con lui mi dirigo, attraverso un viale costeggiato da pini, verso la necropoli vera e propria. La prima tappa della visita è proprio la tomba della regina, che scopro essere stata chiamata così, perché quando venne varcata la soglia della camera funeraria per la prima volta, ciò che attirò subito l’attenzione degli esploratori, fu una testa di donna dipinta su una delle pareti. Ma una volta scesa nell’umido e tetro ambiente, scarsamente illuminato, penso che sicuramente quello era stato il luogo di sepoltura di due personaggi – perché due erano i sarcofagi contenuti – estremamente importanti per quella città etrusca, forse il lucumone e la sua sposa. Anche perché altrimenti, come spiegarsi il complesso labirinto che si snoda da questo ambiente sotterraneo, per ben tre livelli inferiori? Inoltre, a sostenere questa ipotesi c’è anche la leggendaria tomba-labirinto del re etrusco Porsenna… chissà.

Dal canto mio, chiedo all’accompagnatore se il labirinto è percorribile e lui mi spiega che è praticabile solo un piccolo tratto che parte e riconduce alla camera funeraria. Con uno spirito d’avventura verso l’ignoto degno d’Indiana Jones, armata di mini-torcia led, mi avventuro nel cunicolo, che scopro essere densamente popolato da un tipo d’insetto che sembra un incrocio tra un ragno e un grillo, davvero molto grazioso. Il corridoio si dipana in forma di losanga e sebbene si presenti angusto sin dall’entrata, nell’ultimo tratto diventa ancor più stretto – e ve lo dice una ragazza di 1 metro e 64 – ma l’esperienza è davvero unica e intrigante, assolutamente da provare.

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” e visitare le altre tombe, principalmente a camera; vaste, imponenti e ora abitate da allegre famigliole di pipistrelli. È incredibile, ma ho l’impressione che questa suggestiva necropoli riceva visitatori molto raramente, una cosa assurda pensando alla sua bellezza, al fascino misterioso che emana e soprattutto al fatto che sia meravigliosamente gratis!

Una volta terminata la visita salto sulla popy-car e mi dirigo verso un luogo che voglio vedere prima di pranzo: la chiesa di San Pietro di Tuscania; infatti, ho scoperto durante le ricerche per l’articolo su Castell’Arquato, che questo edificio è stato in gran parte ricostruito negli studi di Cinecittà per girarvi la scena finale di Ladyhawke. Quindi voglio assolutamente visitarla.

Ma lungo la strada, sulla destra, scorgo l’ingresso di un’altra chiesa, romanicaSanta Maria Maggiore, leggo su un cartello – che sembra davvero interessante; prima di tutto perché ha la torre campanaria claustrofobicamente dinanzi la porta d’ingresso, che strano…

Anche la facciata è molto particolare: su una distesa di mattoncini di tufo sono incastonate decorazioni marmoree di spoglio e non. Tre porte danno accesso alla chiesa, quella centrale è profondamente strombata con candide colonnine. Ma ciò che più attira lo sguardo e incuriosisce è il grande rosone; realizzato con un motivo di colonnine che, dal centro si dipartono in due raggiere concentriche, facendolo assomigliare ad un’immensa ruota, o girandola, visto che due dei simboli alati degli evangelisti che lo circondano, hanno le ali rivolte in due direzione opposte; come se, con il loro battito, volessero imprimergli il movimento.

Varco la soglia, mi accoglie uno spazio ricoperto da capriate lignee a vista, suddiviso in tre navate da morbidi archi a tutto sesto; tutta l’attenzione però non può che essere assorbita dall’affresco trecentesco dipinto sull’arco dell’abside: un coloratissimo e spiazzante Giudizio Universale, di cui, come sempre, la parte più interessante è quella di destra con le anime tormentate dai diavoli. L’artista doveva essere particolarmente amante del genere splatter, visto che Lucifero non si limita a maciullare i dannati tra le sue fauci, ma, con un apparato intestinale degno di un palmipede, li espelle interi dal lato B, dove vengono accolti dalla terrificante bocca spalancata di un drago. Il pittore in questione aveva decisamente ben chiaro il concetto di storytelling efficace!

Sto per uscire dall’edificio quando vengo fermata da una voce alle mie spalle:

«Anche se adesso è una chiesa rimane pur sempre pagana».

Mi volto e vedo che al tavolino delle cartoline e santini è seduto un vecchietto vestito di nero che, con camaleontica abilità, si era completamente mimetizzato nella densa penombra.

Gli chiedo cosa intenda con quell’affermazione.

«Lo vede quel pulpito là in fondo a sinistra?» mi indirizza lo sguardo con un gesto secco del dito «sopra si predica, ma sotto hanno tenuto ancora l’altare su cui i sacerdoti pagani facevano i sacrifici e pronunciavano i vaticini».

Effettivamente non avevo proprio notato che esattamente sotto il pulpito c’è veramente una piccola ara sacrificale, che davanti alla magnificenza del primo scompare, rimanendo alquanto anonima.

«E nella navata di destra ha visto quel bel fonte battesimale ottagonale? È stato costruito sopra un’altra vasca a dodici lati, che veniva usata nel culto della dea madre per le abluzioni con le acque termali del luogo per favorire la fertilità. Al centro della vasca si ergeva un grosso fallo di pietra scolpito. E sa dove si trova adesso? Lì.» e con un altro movimento del suo indice mi indica… la zona absidale! All’inizio non capisco, così guardo con più attenzione: vedo l’altare, il ciborio sovrastante e, subito a destra una colonnina. Oh caspita, non è una colonnina!

Incredula ripercorro la navata maggiore a grandi falcate e quando me lo trovo di fronte non riesco a credere ai miei occhi: è proprio “lui”.

Si è fatto tardi, devo ancora vedere l’altra chiesa prima che chiuda per la pausa pomeridiana, così ringrazio l’anziano signore per le sconvolgenti rivelazioni e corro a San Pietro di Tuscania.

Accanto il cancello che introduce al vasto spazio erboso antistante l’edificio di culto, si trova un cartello riportante tutti i film cui San Pietro ha fatto da set cinematografico; sono numerosissimi, e tra questi vedo che c’è anche Giulietta e Romeo di Franco Zeffirelli, che meraviglia. Mentre attraverso il prato diretta al portale, noto numerosi coperchi antropomorfi di sarcofagi etruschi, da uno dei quali, ormai senza testa, spunta quella piuttosto viva di qualcun altro, un uomo con il papillon dal volto stranamente familiare che si sta facendo riprendere con una telecamera… un momento: telecamera + luogo d’interesse culturale+ papillon. Non ci credo, non può essere lui… mi avvicino con tutta la discrezione possibile e una volta davanti al noto sconosciuto gli chiedo esitante:

«Lei è Philippe Daverio?» lui mi sorride e mi risponde di .

Ho di fronte il mio idolo, il conduttore di programmi di arte come Passepartout, il direttore di Art e Dossier. Per una storica dell’arte come me quest’incontro può essere equiparato ad un’apparizione mistica. Preda dell’emozione bisbiglio qualcosa di inudibile che però, grazie alla gentilezza e al garbo di quest’uomo, mi fa ottenere un autografo con dedica – sulla cartolina dell’azienda agricola – e una foto che appenderò nella mia camera come una santa reliquia.

Ci salutiamo cordialmente e mi catapulto all’interno della chiesa che ormai è in chiusura. Entro trafelata, l’interno è pressoché identico a quello mostrato nella pellicola di Ladyhawke, salvo per alcuni dettagli. L’ambiente è diviso in tre navate separate l’una dall’altra da una bassa balaustra; in quella maggiore campeggia un esteso tappeto musivo di foggia cosmatesca che accompagna fino ai gradini della schola cantorum per poi continuare al suo interno. Chiedo alla custode quale scena di Giulietta e Romeo è stata girata all’interno della chiesa – ebbene sì, sono una brutta persona, ho persino acquistato il dvd, ma non l’ho ancora visto – e lei mi risponde che la scena della morte dei due innamorati si è svolta all’interno della cripta. E mi ripete che la chiesa è in chiusura; così, ormai, senza fiato corro alle scale che conducono alla cripta che si trova sotto il presbiterio. La vista che mi accoglie è un’intricata e affascinante selva di colonne che, proprio come gli alberi sono ognuna diversa dall’altra, per lavorazione del fusto o del capitello.

È tardi, se non mi sbrigo ad uscire rimarrò veramente chiusa qui dentro come Giulietta!

Esco dall’edificio e l’unica cosa che ho il tempo di notare, prima di essere nuovamente invitata verso l’uscita dell’intero complesso ecclesiastico, è la facciata, molto simile a quella della chiesa visitata poco prima, e una decorazione davvero singolare, visto che si può vedere solo se la si guarda di profilo: due altorilievi speculari ai lati del rosone che rappresentano un drago anguipede che rincorre un cane.

Dopo un pranzo veloce e gustoso nel grazioso ristorante della piazza principale mi dirigo verso l’ultima meta di questa gita fuori porta: il museo archeologico; infatti il custode che mi ha accompagnata nella visita della necropoli, mi ha detto che tutti i corredi funerari che sono stati ritrovati in questa e nelle altre necropoli limitrofe – ebbene sì, ce ne sono anche altre nei dintorni – sono esposti in questa struttura.

Guidata dall’“oracolo” Google maps, percorro vie del centro storico fino ad uscire fuori dalle mura, costeggiarle per un tratto e poi proseguire per un ampio viale in lieve pendenza fino ad una chiesa dalle pareti rosate; il museo, infatti, è ospitato nelle strutture dell’adiacente ex convento francescano, che si snodano attorno ad un delizioso chiostro affrescato.

Anche qui rimango colpita e perplessa nell’apprendere che l’ingresso è gratuito; dentro di me penso che forse è dovuto al fatto che all’interno saranno esposti due coccetti in croce. Invece rimango ancor più allibita quando mi rendo conto che i reperti esposti sono centinaia e tutti di gran pregio, spiegati con dovizia di particolari in pannelli esplicativi e in un piacevolissimo video documentario.

Mi aggiro per le sale deserte… ciste e specchi bronzei finemente cesellati, neri buccheri, vasi a figure rosse di foggia greca e tanti, tanti sarcofagi dai coperchi antropomorfi, con le loro figure scolpite o modellate nella creta, mollemente adagiate su delle kline, come se vivessero un eterno simposio, la cui spensierata felicità il tempo non potrà scalfire. Tutte le figure sono curate in ogni più piccolo dettaglio dell’abbigliamento e degli accessori e si scorge ancora traccia della pittura policroma che un tempo le rendeva ancor più vive. Due in particolare mi colpiscono, conducendomi in una dimensione fuori dal tempo, migliaia di anni fa: un sarcofago femminile, sopra il quale una giovane, con occhi profondi, fissa un punto indefinito con sguardo assorto e pensoso, come stesse riflettendo su interrogativi cui non si potrà mai dare risposta, e un sarcofago maschile, dove un giovane, vinto ormai dai fumi del vino, si è disteso lascivamente con una mano a fare da cuscino, mettendo così in risalto la porzione di petto nudo, e l’altra mollemente abbandonata sul basso ventre.

Finito di vedere il museo, scendo le scale e attraverso nuovamente il chiostro ombroso e verdeggiante; prima di uscire lascio una frase sul libro delle presenze e dei ricordi, cercando di condensare in poche parole, la meraviglia di un luogo così bello e ammaliante.

Mentre percorro a ritroso il tragitto che mi condurrà all’auto, rivivo in un silenzioso replay tutte le cose meravigliose che ho visto in questa giornata. Arrivata nel parcheggio fuori le mura noto zampettare attorno alla popy-car una bella gallinella dall’aria minacciosa…sarà la parcheggiatrice abusiva del posto?

Evidentemente oggi si sente clemente, così, anche se non ho del becchime con me, mi lascia salire in macchina e andare via.

P.s. Questo articolo è stato scritto prima che Philippe Louis François Daverio ci lasciasse il 2 settembre del 2020. Anche se le nostre vite si sono incrociate solo per un istante, è stato per me un grandissimo onore fare la sua conoscenza, dandomi conferma dell’ottima opinione che avevo di quest’uomo, non solo dal punto di vista professionale, ma umano.

About the author

Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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