Visita al borgo di Castell’Arquato: dove si girò Ladyhawke e dove si torna indietro nei secoli con la rievocazione di un torneo medioevale

L’Italia è un paese meraviglioso e per girarlo tutto non basterebbe una vita, ma appena posso, soprattutto durante le vacanze estive, cerco di conoscerne un nuovo pezzetto. Quest’anno ho voluto fare la hipster, e invece di decidere la meta della mia villeggiatura tra mare e montagna ho fatto una scelta assolutamente trasgressiva per una ventenne: l’Emilia-Romagna.

Lo so starete già pensando alle spiagge sconfinate di Rimini e Riccione, i locali dove si fa after prima di finire in coma etilico.

Acqua, non sono andata in Romagna, bensì in Emilia; nelle ridenti e fiabesche terre di quello che fu il Ducato di Parma e Piacenza: patria di castelli imponenti, dolci prosciutti, compositori d’opera, profumate violette, film indimenticabili, irresistibili torroncini e tanto, tanto parmigiano!

E questa volta non ero sola nella mia avventura, ma in compagnia della “Ranocchia” del mio cuore – ho sempre pensato che i principi fossero meno interessanti del loro alter ego – con cui mi sono lanciata come Indiana Jones, alla scoperta dei tesori di questi luoghi. Uno in particolare ci ha colpito per la sua bellezza e le vicende cui è legato: Castell’Arquato.

Tutto ha avuto inizio parcheggiando la Popy-car nella parte bassa del paese – come tutti i paesini arroccati che si rispettino – ed incominciando la nostra passeggiata seguendo il moto spiraliforme e in lieve pendenza della strada principale. L’intero abitato ha un aspetto così meravigliosamente medievaleggiante e caldo grazie ai laterizi, che disposti in un reticolato fittissimo, connotano l’aspetto di molti dei palazzi che scorrono ai lati della strada.

Ad un certo punto la strada si amplia dinanzi a noi in un piccolo spiazzo che ci dà modo di avere una visione d’insieme di una massiccia torre quadrangolare dall’aspetto cinquecentesco, che però termina con un loggiato che le conferisce una leggerezza inaspettata: la Torre Farnese. E proseguendo nel nostro percorso sulle pareti nude e riarse di laterizio di un edificio leggiamo un’insegna: “Scuola di scherma antica”.

Wow! Penso che imparare a duellare come un cavaliere in una simile cornice debba essere molto affascinante.

Arrivati a circa metà del percorso dalle pendici dell’abitato alla rocca, si apre all’improvviso alla nostra destra, un ingresso, decorato da un grazioso affresco a mezzaluna, che di lato riporta la targa “Museo Geologico” che dà accesso ad un piccolo giardinetto ombroso che termina con una balaustra da cui si spazia con lo sguardo su una tavolozza di campi coltivati che riportano ogni sfumatura dei colori della terra. Il museo purtroppo è chiuso, poiché di questo periodo, si organizzano visite solo su prenotazione; così usciamo da questo piccolo eden e riprendiamo il nostro cammino.

Pochi metri più avanti, la nostra attenzione viene catturata da un elegante palazzo in stile liberty, dalle pareti sui toni del crema e del rosso, che scopriamo essere la casa di Luigi Illica, un famoso drammaturgo e librettista che lavorò per Giacomo Puccini e altri grandi compositori d’opera.

Ormai sono impaziente di giungere al cuore del centro storico di Castell’Arquato e proseguendo per un breve tratto, finalmente arriviamo nella piazza principale: alla nostra destra si staglia il massiccio Palazzo del Podestà, dalle splendide sembianze duecentesche.

S’innalza su tre piani in cui si aprono una loggia e numerose finestre ad arco acuto; queste ultime sono impreziosite da delicate “merlettature” e fregi sempre in cotto. L’edificio termina in una corona di merli a coda di rondine da cui s’innalza solitaria una torre a pianta pentagonale nelle cui pareti sono incastonati due grandi orologi. Mi colpisce in particolar modo l’ampio scalone d’onore e la balconata coperta che dava sulla piazza da cui, secoli fa, venivano comunicati a gran voce editti e proclami.

Prospiciente il Palazzo del Podestà, impone la sua monumentale presenza la Collegiata di Santa Maria Assunta, la cui prima particolarità che notiamo è che l’ingresso più sontuoso è quello laterale di sinistra; poiché con un’alta e sforzosa loggia guarda proprio la facciata del Palazzo del Podestà. Ma ciò che più mi conquista della parte esterna di questo edificio è la zona absidale, decorata con una miriade di archetti ciechi, da cui nasce, come lo stelo di un fiore, la torre campanaria. Ma ora andiamo a dare un’occhiata all’interno.

Nonostante fuori regni la luce implacabile di mezzogiorno, all’interno aleggia una fresca penombra che bagna di una luce quasi umida le tre navate in austero stile romanico, scandite da massicci pilastri a fascio che sorreggono, in ultima istanza, una copertura a capriate a vista. Nella chiesa regna la monocromia della pietra nuda; per questo rimango piacevolmente sorpresa quando mi affaccio, nella navata di destra, nella piccola cappella di Santa Caterina, dove vengo inaspettatamente accolta da uno sfarzoso e coloratissimo ciclo pittorico che dovrà risalire ai primordi del 1400.

Usciti dalla chiesa, a sinistra scorgiamo il sagrato di quest’ultima e al suo interno un piccolo, ma graziosissimo chiostro su due ordini, che scopriamo dare accesso al museo della Collegiata, in cui sono conservati argenterie, arredi sacri, dipinti, sculture, mobili e antichi codici.

Terminata questa piccola visita, percorriamo a ritroso il perimetro della chiesa verso la Rocca Viscontea; tutto ha un aspetto stranamente familiare, nonostante io non sia mai stata in questo luogo… un déjà-vu?

Proseguendo verso sinistra giungiamo finalmente alla Rocca Viscontea che, nella pur pallida sembianza di ciò che doveva essere, incute comunque un certo timore con il suo aspetto slanciato e altero dai profili affilati. Entriamo nella corte dopo aver attraversato il ponte di legno gettato sul fossato e ci si spalanca alla vista tutta la vastità di questa severa e maestosa fortezza che potrebbe essere cantata da un bardo.

Scopriamo così che la “Rocca Viscontea”, è una fortezza costituita da due cinte murarie – intervallate da torri – il cui cuore è costituito dall’imponente torrione: il mastio; e si chiama “Viscontea” perché rinforzata e ultimata da Luchino Visconti nel 1347.

Attraverso una prima rampa di scale accediamo al torrione e partiamo alla scoperta dei suoi ambienti. Nelle sale sono esposti modellini di macchine d’assedio, pannelli con strategie per far cadere una cittadella fortificata… mi rendo conto, un po’ divertita, dell’antitesi che regna nel “museo”: all’interno di quella che fu una fortezza inespugnabile viene illustrato come espugnarla!

Fantastico.

E poi nella nostra ascesa ci imbattiamo in stanze dove è stato riprodotto l’arredamento di quello che poteva essere l’alloggio di un comandante e altre in cui troneggiano armature, spade, picche e alabarde; fino a giungere in cima, dove il vento gioca con i miei capelli ed i merli ghibellini sono la sola cosa che si frappone fra lo sguardo e l’orizzonte.

Rimango attonita a fissare come ipnotizzata, il panorama che si spalanca attorno a me, e mi lascio cullare dai versi che riemergono dai ricordi di una canzone di Guccini dagli echi lontani:

“Quando la sera colora di stanco dorato tramonto le torri di guardia,
la piccola Ophelia vestita di bianco va incontro alla notte dolcissima e scalza,
nelle sue mani ghirlande di fiori e nei suoi capelli riflessi di sogni,
nei suoi pensieri mille colori di vita e di morte, di veglia e di sonno…”

Una volta usciti dalla fortezza, noto che davanti a noi, sulla sinistra, si aprono due botteghe di prodotti locali; ci dirigiamo prima verso quella che sembra vendere specialità mangerecce del luogo; ma dopo una rapida occhiata, decido di lasciare la mia Ranocchia in estatica contemplazione di seducenti cosce di prosciutto e di recarmi a vedere cosa c’è di bello nell’altro negozio. Quale meraviglia vedono i miei occhi… alle pareti un trionfo di spade, balestre e pugnali cesellati, sulle mensole degli scaffali fatine e creature del bosco dalle ali sbrilluccicanti e nelle vetrine gioielli degni di un cavaliere templare e di una gran dama di corte. Lo sguardo indugia languidamente su degli orecchini in filigrana d’argento con pendenti di perle dalla forma irregolare che rendono il loro bagliore ancor più singolare.

Decido però di recarmi a vedere più attentamente le armi esposte sulla parete alle spalle del bancone; alcune sono più semplici, altre sfoggiano un’elaborata e ricca cesellatura. Non sono le classiche riproduzioni di quelle dei personaggi di film, videogiochi od opere fantasy; infatti il proprietario mi spiega che a Castell’Arquato non c’è solamente una scuola di scherma storica, ma anche una produzione di armi ispirate più o meno fedelmente a modelli antichi e, detto questo, mi mostra due spade molto simili, una più lunga e una più corta. Mi spiega che queste sono due fedeli riproduzioni, per quanto riguarda dimensioni, peso e materiali, delle armi che facevano parte del corredo funebre di una delle due tombe scoperte da poco nella Collegiata di Santa Maria, appartenenti probabilmente ad un condottiero.

E c’è di più, mi racconta che una volta all’anno, il primo weekend di settembre, l’intero paese sembra tornare indietro di secoli, trasformandosi in una cittadella medievale in cui giungono gruppi storici e scuole d’armi da ogni parte d’Italia e non solo – visto che la competizione è internazionale – per sfidarsi in un torneo che prevede tre discipline: duello con la spada, lancio dell’ascia e tiro con l’arco lungo inglese – quelli utilizzati nella Guerra dei cent’anni per intenderci – ed è possibile prendere parte all’evento con un abito d’epoca noleggiandolo per soli cinque euro al giorno.

Nella mia testa parte già un film mentale bellissimo nel quale mi trovo sugli spalti a tifare per l’uno o l’altro campione lanciando candidi fazzoletti ricamati…

Ma vengo subito riportata alla realtà da un’altra rivelazione del negoziante, che supera di gran lunga le mie più rosee fantasie fantasy: Castell’Arquato è stata un delle scenografie del film Ladyhawke! L’indimenticabile pellicola con Michelle Pfeiffer e quel figaccione di Rutger Hauer – che ahimè ci ha lasciati quest’anno – in cui a causa di una maledizione i due non potevano amarsi perché costretti a tramutarsi lei in falco di giorno e lui in lupo di notte. E ora mi ricordo perché la piazza principale aveva un aspetto familiare… è dove hanno girato la scena della processione del vescovo poco prima del finale!

Ormai entusiasta ed infervorata da cotanto spirito medievaleggiante decido di comprarmi qualcosa a tema. Gli orecchini che ho visto sono molto belli, ma anche un pugnale templare che ho scorto alle spalle del negoziante non è affatto male… mmm ci penserò su un momento, a stomaco pieno si ragiona meglio, e per fortuna il negozio fa orario continuato fino alle 18, dopodiché, il padrone del negozio mi ha detto che chiude tutto e va a caccia di cinghiali!

Esco dal negozio e assieme al mio Ranocchio – che nel mentre ha acquistato un misterioso infuso alla gramigna – vado alla ricerca di un posto dove pranzare e, giustappunto, quasi inconsciamente, noto alla nostra sinistra, l’insegna di un ristorante: Taverna del falconiere, quale luogo sarebbe più adatto dopo le rivelazioni cinematografiche di prima?

Così, dopo un pasticcio di lepre con frutta secca, gustato su una veranda panoramica, ritorno all’atmosfera calda e profumata di fiori e di fieno che si respira nel primo pomeriggio sull’“acropoli” di Castell’Arquato.

Il pranzo porta consiglio e ho deciso di acquistare il pugnale. Ma quando entro sicura di ciò che voglio, mi rendo conto che per tutto il tempo che ho parlato con il proprietario del negozio, con la sua figura ha coperto un altro pugnale, altrettanto bello ma completamente diverso, un coltello da caccia riccamente decorato a sbalzo: è amore a prima vista, e la mia love story diventa ancor più intensa appena mi rivela che quest’arma si porta alla coscia grazie ad una fascia di cuoio… ora sì che mi sento una Tomb Raider d’altri tempi; l’acquisto.

Mentre ci dirigiamo verso la macchina facendo il percorso a ritroso, immagino tornei, menestrelli, dame dalle ricche vesti che danzano leggiadre, profumi di vino speziato e carne arrostita che si diffondono nell’aria. E nella mente alberga un solo pensiero: September is coming…

P.S. Se non avete visto Il Trono di Spade guardatelo.

 

About the author

Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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