“Ciò che diciamo principio

spesso è la fine, e finire

è cominciare.”

(Thomas Stearns Eliot)

“Subito il becco del corvo si spalancò, ma invece del verso di un uccello, una dolce voce musicale domandò: «Chi viene prima, la fenice o la fiamma?»

«Mmm… tu cosa dici, Harry?» chiese Luna, pensierosa.

«Cosa? Non c’è una parola d’ordine e basta?»

«Oh, no, bisogna rispondere a una domanda» spiegò Luna.

«E se sbagli?»

«Be’, bisogna aspettare che qualcuno risponda giusto. Così s’impara, no?»

«Sì… il problema è che non possiamo permetterci di aspettare qualcun altro, Luna».

«No, capisco» replicò Luna seria. «Be’, penso che la risposta sia che un cerchio non ha inizio».

«Ottimo ragionamento» dichiarò la voce, e la porta si aprì.”

(JK Rowling, “Harry Potter e i doni della morte”)

Quando parliamo della Fenice, pensiamo subito a un uccello dal piumaggio vermiglio, estremamente longevo che, ciclicamente, brucia e rinasce dalle sue ceneri. Ma non è esattamente così, o meglio, non è così in tutte le leggende sulla Fenice. Inoltre, devo premettere che, sebbene il suo mito sia presente tanto in Africa e in Europa quanto in Asia, in quest’ultimo continente presenta caratteristiche lievemente diverse.

Ma procediamo un passo alla volta, incominciando dalla leggenda di questo animale fantastico in Occidente.

La Fenice in Occidente

Il mito della Fenice – che in greco significa “rosso porpora” – si libra sul corso del fiume Nilo; qui, gli antichi Egizi, chiamavano questo uccello Bennu – dal verbo benu, che significa risplendere, sorgere – i testi delle piramidi parlano di un uccello simile a un airone, comparso sulla prima collina emersa dalle acque primordiali e il cui melodioso canto, aveva dato origine all’intero Creato. Inoltre, la credenza della sua ciclica morte e autoriproduzione – non uso il termine rigenerazione per un motivo che vi spiegherò più avanti – lo legava non solo alla figura di Osiride – spesso lo vediamo raffigurato con l’atef, il cappellino di Osiride, sulla testa – alle periodiche inondazioni del Nilo, che portavano fertilità e prosperità ma, soprattutto, al ciclo temporale e, in particolare, solare.

Il Bennu era strettamente connesso al Sole; infatti, rappresentava il ba – l’anima – del dio del Sole Ra, di cui era l’emblema. A tal punto che, nel tardo periodo – dal 664 a.C. fino al 332 a.C. – il geroglifico del Bennu veniva impiegato per rappresentare direttamente Ra.

Sebbene in seguito il Bennu – e quindi la Fenice – verrà identificato anche con il pavone, l’ibis, l’aquila, la garzetta o il fagiano dorato, è probabile che gli Egizi lo ritrassero come un maestoso airone poiché, nell’area del Golfo Persico, cinquemila anni fa, viveva un airone molto più grande di quelli odierni, che, raramente, sorvolava la terra d’Egitto. È ragionevole pensare che questo popolo non sia rimasto indifferente al fascino e all’alone di mistero che emanava un simile solenne volatile, rendendolo leggenda.

Storici greci e romani hanno raccolto e riportato informazioni piuttosto precise sulle abitudini di questa creatura leggendaria; sebbene la descrizione del suo aspetto sia alquanto diversa e colorita rispetto alle raffigurazioni egizie. Ma lascio che siano le loro parole a raccontarvelo:

“Vi è anche un uccello sacro: la fenice. Io non l’ho vista con i miei occhi, ma ne ho visto l’immagine, poiché questo uccello giunge raramente in Egitto, solo una volta ogni 500 anni, come dicono gli abitanti di Eliopoli. Questo avviene alla morte di suo padre. Se le immagini dell’uccello corrispondono al vero, questo dovrebbe essere il suo aspetto: piumaggio in parte rosso e in parte d’oro. Si racconta di lui una storia piuttosto curiosa, che però mi sembra poco credibile: si dice che venga in volo dall’Arabia, trasportando il cadavere del padre tutto coperto di mirra e che gli dia sepoltura nel tempio di Elio. Per seppellirlo procede in questo modo. Anzitutto forma un uovo di mirra, così grosso che a malapena riesce a portarlo. Poi lo solleva per sperimentarne il peso, lo scava dentro, vi pone il padre morto, e chiude di nuovo il foro con la mirra: cosicché l’uovo torna del peso di prima e la fenice lo porta verso l’Egitto.”

(Erodoto, “Storie”, 11, 73).

“Perché quando il numero degli anni è compiuto e la morte è vicina, la fenice, si dice, costruisce un nido nel paese in cui è nata e vi infonde un germe di vita da cui nasce una prole, la cui prima cura, una volta che è nata, è seppellire suo padre. Questo non è fatto avventatamente, ma prendendo un carico di mirra e dopo aver provato la sua forza con un lungo volo, non appena è uguale al fardello e al viaggio, porta il corpo di suo padre, lo porta all’altare del Sole e lo lascia alle fiamme. Tutto questo è pieno di dubbi e leggendarie esagerazioni. Tuttavia, non c’è dubbio che l’uccello sia occasionalmente visto in Egitto.”

(Tacito, “Annali”, Libro VI)

“L’Etiopia e l’India, più in particolare, producono uccelli dal piumaggio diversificato, e come tali superano di gran lunga ogni descrizione. In prima fila c’è la fenice, il famoso uccello d’Arabia; anche se non sono del tutto sicuro che la sua esistenza non sia tutta una favola. Si dice che ne esista solo uno in tutto il mondo, e che non sia stato visto molto spesso. Ci è stato detto che questo uccello ha le dimensioni di un’aquila e ha un brillante piumaggio dorato intorno al collo, mentre il resto del corpo è di colore viola; tranne la coda, che è azzurra, con lunghe penne mescolate di una tonalità rosata; la gola è ornata da una cresta e la testa da un ciuffo di piume. Il primo romano che ha descritto questo uccello, e che l’ha fatto con la massima esattezza, è stato il senatore Manilius, così famoso per la sua cultura; che doveva anche lui alle istruzioni di nessun insegnante. Ci dice che nessuno ha mai visto questo uccello mangiare, che in Arabia è considerato sacro al sole, che vive 540 anni, che quando diventa vecchio costruisce un nido di cassia e rametti di incenso, che riempie di profumi, e poi adagia il suo corpo su di loro per morire; che dalle sue ossa e dal suo midollo scaturisce dapprima una specie di piccolo verme, che col tempo si trasforma in un uccellino, che la prima cosa che fa è compiere le esequie del suo predecessore, e portare il nido intero nella città del Sole vicino a Panchaia, e lì lo depositano sull’altare di quella divinità.

(Plinio, “Naturalis historia”, Libro X)

Da questi passi, dunque, si comprende che la Fenice appena nata, non solo, nel mito egizio, non nasca dalle ceneri, ma non sia neppure la stessa appena spirata, bensì un’altra. Quindi, se nel mito egizio si parla di una specie di partenogenesi e non di rigenerazione, da dove è tratta la credenza che la Fenice, sorta dalle ceneri, sia la stessa appena arsa?

Per trovare l’origine di questa leggenda nota in tutto il mondo, dobbiamo cercare nei testi ebraici apocrifi e non.

Nell’“Apocalisse di Baruc” – un testo apocrifo dell’Antico Testamento databile alla fine del I secolo d.C. – l’autore narra una visione, in cui un angelo lo porta su un carro di fuoco nel punto dal quale il sole inizia ogni mattina il suo tragitto:

“Ed ecco che un uccello si mise a correre davanti al sole, ed era grande come nove montagne, io dissi all’angelo: «Cos’è quell’uccello?» Lui rispose: «E’ il guardiano della terra abitata». Io dissi: «Signore, come è il guardiano della terra abitata? Insegnamelo». L’angelo mi disse: «Questo uccello corre a fianco del sole e, allargando le ali, ne riceve i raggi infuocati; se non li intercettasse la razza umana, né alcuna specie di animale potrebbe vivere […]». E l’uccello stese le sue ali ed io vidi su quella destra delle lettere gigantesche, paragonabili ad una estensione della superficie di quattromila moggi; ed erano delle lettere d’oro. L’angelo mi disse: «Leggi quelle lettere». Ed io lessi ed esse dicevano: «Non mi genera né la terra né il cielo, sono le ali di fuoco che mi generano». E dissi: «Signore, che cosa è questo uccello e come si chiama?». L’angelo rispose: «Fenice è il suo nome».”

Ma la presenza della Fenice nella tradizione ebraica si riscontra ed ha rilevanza soprattutto in alcune leggende midrasiche, che si trovano cioè nei Midrasim – dei commenti al testo della “Torah” – dove il mitico pennuto porta il nome di Milcham, con il significato di “Re (degli Uccelli)”. Uno di questi miti narra che Eva, dopo aver commesso il peccato originale e aver mangiato del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, e aver dunque corrotta la sua ingenua innocenza, gelosa della purezza e dell’immortalità delle quali continuavano a godere gli altri animali dell’Eden, li convinse tutti a nutrirsi a loro volta del frutto proibito, cosicché anch’essi acquisirono un penoso stato di degrado e mortalità. Tutti tranne Milcham, la quale, in premio della sua fedeltà, fu ricompensata da Dio, che la pose in una città fortificata dove avrebbe potuto vivere come una divinità per mille anni, trascorsi i quali, sarebbe risorta dalle proprie ceneri; oppure, in un’altra versione, dopo aver perso le piume e le penne, si rattrappiva fino a diventare un uovo che infine si schiudeva, facendola nascere nuovamente.

Ed è la peculiarità narrata in questa leggenda che ha preso piede, diffondendosi capillarmente con l’avvento del Cristianesimo – in particolare nel Medioevo – sebbene gli antichi Romani utilizzassero la Fenice come simbolo di longevità del loro impero. Infatti mi domando se l’aquila, emblema delle insegne di Roma, in realtà non potrebbe interpretarsi anche in veste di Fenice, dato che l’aquila era uno degli uccelli con i quali questa creatura si identificava…

Non per nulla, nella cultura russa, derivante da quella bizantina e, a sua volta proveniente da quella dell’antica Roma, la Fenice è identificata come un’aquila; come accade all’interno della fiaba russa “L’uccello di fuoco”.

Comunque, con l’avvento del Cristianesimo, la Fenice divenne il simbolo di Cristo per antonomasia, grazie alla sua particolare caratteristica di risorgere; cui il “Fisiologo”– opera redatta tra il II e il III secolo d.C. da autore ignoto che contiene la descrizione simbolica di animali, piante (sia reali che immaginari) e di alcune pietre, i quali, vengono presentati in chiave allegorica attraverso alcune citazioni delle Sacre Scritture – specifica che, dopo essere bruciata, questa creatura impiega tre giorni per tornare all’acme delle sue forze e del suo splendore. Il numero dei giorni necessari è, naturalmente, stato scelto per favorire ancor più il parallelismo cristologico.

È interessante, sull’onda della metafora cristiana, notare come il periodo di preparazione alla Pasqua inizia con il Mercoledì delle Ceneri, che stanno proprio a simboleggiare la morte e la caducità dell’essere umano – perché “polvere eravamo e polvere ritorneremo” – per poi concludere il periodo della Quaresima con un messaggio di resurrezione, dunque della vita che ha sconfitto la morte; rappresentata dal suo simbolo più ancestrale: l’uovo. Quindi dalla morte rappresentata dalle ceneri si giunge alla risurrezione a una nuova vita in nuce, simboleggiata dall’uovo. Che quest’ultimo sia proprio quello della Fenice…?

In epoca rinascimentale la Fenice diverrà anche simbolo alchemico. Rappresentando i cambiamenti durante le reazioni chimiche, la progressione attraverso i colori e le proprietà della materia, nella realizzazione della Grande Opera, altrimenti definita la “Pietra filosofale”.

La Fenice in Oriente

In Oriente l’archetipo della Fenice ha origini antichissime. Infatti, la prima attestazione di questo animale fantastico risale a più di 7500 anni fa: nella Cina sud–occidentale, vicino alla città di Hongjiang, è stata ritrovata un’antica giara sulla quale sono raffigurati due uccelli dalla lunga cresta, il collo serpentino e una grande coda. Gli studiosi sono tutti concordi con l’identificarli con due fenici e, dal dipinto, è evidente che l’uccello cui la mitica creatura s’ispira, è il pavone.

Il nome con cui in Cina viene chiamata questa creatura leggendaria è Feng Huang.

Secondo il “Guangyun” – un antico dizionario cinese scritto in rima, compilato tra il 1007 e il 1008 d. C. – la Fenice aveva la testa di gallo, il becco di rondine, il collo di serpente, il dorso di tartaruga e la coda di pesce. Si dice inoltre che il suo canto contenesse le cinque note della scala musicale cinese, che la sua coda includesse i cinque colori fondamentali – blu, rosso, giallo, bianco e nero – e che esistesse un parallelismo tra le parti del corpo della Fenice ed “elementi cosmici”. Secondo questa credenza la sua testa era paragonata al cielo, gli occhi al sole, la schiena alla luna, le ali al vento, i piedi alla terra e la coda alla trama dell’universo.

Nei tempi più antichi il termine Feng Huang non era riferito a un solo volatile, ma a due. Feng era l’uccello maschio, mentre Huang era quello femmina. Insieme costituivano una metafora per il simbolo dello yin e dello yang, così come una rappresentazione del solenne rapporto tra uomo e donna. Più tardi Feng e Huang sono stati combinati in un unico uccello femmina, spesso in coppia con un drago, di sesso maschile.

La Fenice e il drago sono gli animali che simboleggiano la coppia imperiale; rispettivamente l’imperatrice e l’imperatore.

L’apparizione della Feng Huang era considerato annuncio di prosperità e segno che il paese era governato da un sovrano saggio e illuminato; altresì, la sua scomparsa era interpretata come un evidente sintomo di malgoverno da parte dell’attuale regnante.

A differenza del mito della Fenice occidentale, nelle sue diverse varianti, la Feng Huang si riproduce come gli altri volatili.

La Fenice nella cultura contemporanea

Molteplici sono i riferimenti a quest’uccello leggendario nella cultura pop.

La longevità della Fenice che le permette di attraversare imperturbabile e indenne i secoli è stata ripresa nella serie animata Disney “Gargoyle – andata in onda in Italia tra il 1996 e il 1999 – in cui “La porta della Fenice” è un prezioso manufatto magico che permette di viaggiare nel tempo.

Una palese citazione della Fenice orientale si trova in “Calendar Men” – un anime giapponese prodotto nel 1981 – in cui la principessa Domenica, erede al trono di Calendar, chiede aiuto ai due protagonisti per ritrovare il cosmopavone, l’animale sacro di Calendar che è necessario avere accanto a sé per legittimare l’ascesa al trono del nuovo regnante. L’uccello dagli straordinari poteri è fuggito attraverso le varie epoche della storia, per evitare di legittimare l’usurpatore al trono, il principe Sabato, fratello della malvagia Lunedì.

La Fenice cinese compare anche nel live action Disney di “Mulan”, del 2020, della regista Niki Caro, in cui diventa in modo davvero perfetto, l’animale guida di Mulan, nonché la rappresentazione simbolica della sua stessa essenza e testimone ideale dell’intera vicenda. Infatti, non solo la Fenice, come la protagonista, racchiude in sé la forza maschile e femminile, armonizzandole in una creatura femminile, ma, secondo la tradizione, compare a persone giuste e pure, durante il governo di sovrani illuminati e, quando sono in vista importanti cambiamenti. Tutto questo avviene nella storia di Mulan: la forza di una donna giusta e coraggiosa che viene riconosciuta, valorizzata e premiata dall’imperatore in persona e dal suo esercito.

Una citazione della Fenice, a metà tra Occidente e Oriente, la troviamo nel film Disney del 2019 “Maleficent – Signora del male”, di Joachim Rønning. In questa pellicola Malefica scopre che la sua razza ha origine dalla mitica Fenice, di cui lei è l’ultima discendente diretta. E, senza svelarvi troppo della trama, nel finale, Malefica viene trafitta a morte da un dardo letale per le fate; quindi, si tramuta in cenere, ma, grazie alle lacrime di Aurora, cadute su ciò che resta di lei, risorge, letteralmente, dalle sue ceneri, assumendo le sembianze di una maestosa Fenicenera! Ora, il fatto che la Fenice in questo film sia nera, unito al contrasto, nella sua locandina, tra questo colore, di cui Malefica è ammantata, e il restante spazio lasciato bianco, credo sia stata una scelta degli ideatori della pellicola per identificare Malefica con l’elemento yin del simbolo cinese Yin e Yang; infatti, quest’ultima rappresenta la forza femminile primigenia e caotica della natura e quindi della terra, simbolo materno di fertilità, come la luna, cui è connessa.

Naturalmente, dopo una Fenice nera, non posso non citare Fenice della Marvel Comics, creato da Chris Claremont e Dave Cockrum nel 1976. Questo “personaggio” è, in realtà, un’entità cosmica dagli enormi poteri che nel corso della sua plurimillenaria esistenza ha scelto degli esseri di molte specie che la ospitino affinché possa compiere la propria missione – solitamente favorire il progresso evolutivo di alcuni mondi rispetto ad altri, anche se non sempre è così, infatti, in alcuni, casi ha distrutto interi sistemi solari – assolto il proprio compito, Fenice torna ad uno stato di quiescenza dentro alla cosiddetta “White Hot Room”, una sorta di luogo remoto nello spazio e nel tempo dove resta in incubazione fino al suo successivo ritorno. Sulla Terra ha sviluppato uno stretto legame con la mutante Jean Grey. Il rapporto con Jean è stato sempre ambivalente. Dopo averla salvata e tenuta in uno stato di ibernazione, per un lungo periodo la Fenice ha assorbito i suoi ricordi, poi preso l’identità e il suo posto tra gli X-Men, per poi diventare Fenice Nera, un essere terribilmente pericoloso e dannoso. In seguito Jean è tornata di persona ed è riuscita a controllare con un certo successo questa entità. Alla sua morte, Jean Grey è invece diventata la Fenice Bianca della Corona, uno spirito saggio ospitato nella White Hot Room, assieme a tutti gli spiriti di coloro che nel tempo sono stati posseduti dall’entità.

La Fenice compare inoltre nei film X-Men – Conflitto finale – del 2006 diretto da Brett Ratner – X-Men – Apocalisse – del 2016 diretto da Bryan Singer –e, ovviamente, X-Men – Dark Phoenix, del 2019, diretto da Simon Kinberg.

Dulcis in fundo – pensavate che me la fossi dimenticata – desidero menzionare la Fenice che ci ha traumatizzati nella prima scena del film in cui compare: Fanny, la Fenice di Silente, che fa perdere cinque anni di vita a Harry Potter, esplodendo e riducendosi in cenere sotto i suoi occhi nello studio del preside, mentre questi è assente. Dunque, parliamo di Fanny. O forse, dovrei dire… di Fawkes.

E sì, perché non solo alle scale di Hogwarts “piace cambiare”, ma, ahimè, anche ai traduttori. Così la Fenice maschio Fawkes, è diventata la Fenice femmina Fanny. Perdendo la colta, quanto divertente citazione originaria a Guy Fawkes, il membro più noto della “Congiura delle polveri”, che tentò di assassinare re Giacomo I d’Inghilterra, facendo esplodere la Camera dei Lord a Londra il 5 novembre 1605. Dico tentò, perché la congiura venne sventata e il piano andò… in fumo!

Sì, lo so, sono una persona dalla triste ironia.

Ma il punto è che questo atto sovversivo e, in particolare, Guy Fawkes, sono stati in seguito interpretati come un coraggioso attacco alla tirannia, in favore della giustizia e della libertà dall’oppressione.

Non per nulla, la maschera sorridente di Fawkes è stata indossata e resa celebre dal misterioso, controverso ed eroico protagonista di “V per vendetta”, film del 2006 diretto da James McTeigue, tratto dal romanzo a fumetti “V for Vendetta”, scritto da Alan Moore e illustrato da David Lloyd.

Ricordiamo, a tal proposito, proprio nella saga di Harry Potter, l’Ordine della Fenice: un’organizzazione fondata da Albus Silente allo scopo di riunire tutti i maghi e le streghe che si oppongono apertamente a Voldemort e ai Mangiamorte e che dà anche il nome al quinto capitolo della saga.

Infine, bisogna ricordare che due delle piume di Fawkes, sono state utilizzate da Garrick Ollivander per costituire il nucleo della bacchetta di Lord Voldemort e quella di Harry Potter. Due personaggi che, come la Fenice, possiamo decisamente definire “hard to die”!

Conclusioni

Senza ulteriori indugi mi appresto a concludere questo articolo che, come la Fenice, ci ha fatto volare attraverso i secoli e le epoche. Forse l’immaginario umano ha creato la figura della Fenice percependo l’eterno ritorno dell’identico nel proseguire inesorabile della storia. Ma io voglio credere che l’abbia immaginata anche per spingere le persone a migliorare, ad essere sagge, giuste; per far tornare una creatura così splendida a librarsi nel cielo con il suo canto melodioso, e per farci riflettere. Perché noi, a differenza della Fenice, non avremo una seconda possibilità per vivere la vita come i migliori noi stessi che possiamo essere.

About the author

Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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