Quando ho iniziato a cercare materiale per questo articolo ho avuto la sensazione di essere una concorrente del programma “L’Eredità” alla manche della “Ghigliottina”.

Digito la parola “chiave” su Google e mi compare una tendina chilometrica con tutte le possibili opzioni di ricerca: chiave di violino, chiave di volta, chiave di basso, chiave inglese, chiave di lettura, chiave usb, parola chiave ecc…

In quel momento ho realizzato di essermi cacciata in un vero ginepraio… tanto per cambiare.

Non credo esista una parola che possa indicare così tante cose diverse, materiali e astratte.

Ma andiamo con ordine, facciamo un bel respiro e cerchiamo di trovare il fil rouge di Arianna in questo labirinto di chiavi!

Il termine chiave, deriva dal latino “clavis”, che ha la stessa radice di claudere: chiudere. Dunque si può dedurre che l’azione a cui è più legato quest’oggetto e, prima di tutto, chiudere, proteggere, celare qualcosa che, con ogni probabilità, si ritiene prezioso o che non deve essere svelato o reso accessibile a chiunque. Solo in seconda battuta, è interpretata con il ruolo da lei svolto di conseguenza; ossia aprire, mostrare, rivelare, rendere accessibile o comprensibile qualcosa.

Esemplari di chiavi in bronzo sono documentati presso le antiche civiltà dell’Indo, mesopotamica ed egizia e, in seguito, tra le popolazioni descritte nei poemi omerici. È sotto i Romani che la chiave assume la forma definitiva quale è giunta fino a noi. Dalle piccole dimensioni che essa presentava nel periodo paleocristiano passa ai grandi formati in uso nel Medioevo. Ed è nel corso di questi secoli e di quelli successivi che nel campo della produzione di chiavi si sviluppa un particolare settore per la creazione di esemplari rispondenti a esigenze di gusto artistico. Specie nel periodo rinascimentale la chiave si trasforma in alcuni casi in vera e propria opera d’arte, sia per l’originalità di forme sia per l’accurata qualità delle ornamentazioni, che riflettono nel disegno il gusto del tempo. Così sarà anche nei secoli successivi, in cui alcune chiavi si collocarono come raffinati prodotti di oreficeria, divenendo espressione degli stili artistici correnti.

Ma a volte la forma di una chiave è legata a qualcosa di diverso dallo stile artistico dell’epoca o dalla sua mera funzione meccanica, a volte cela un significato simbolico; come nel caso dell’ankh.

L’ankh, è meglio conosciuto come croce egizia, croce ansata o anche chiave della vita, è un simbolo molto antico appartenente alla civiltà egizia.

Sui papiri lo troviamo spesso in quanto geroglifico, con il significato di “vita”, ma anche come strumento molto particolare, nelle mani degli dei.

Sono diverse le interpretazioni che si sono date di questo oggetto/simbolo, tutte legate alla sfera della vita, della riproduzione e del ciclo vitale: secondo una teoria la croce egizia sarebbe la rappresentazione dell’unione degli organi riproduttivi maschili stilizzati nel segno T – e femminili – costituiti dal cerchio – durante l’atto sessuale, da cui scaturisce la vita; una altra ipotesi vede nell’ankh la rappresentazione simbolica del percorso ininterrotto del sole – da identificarsi nel cerchio – che si eleva sull’orizzonte – rappresentato dalla linea orizzontale – per compiere il suo viaggio quotidiano, stilizzato nella linea verticale.

La croce egizia sta ad indicare anche l’unione mistica tra il Cielo e la Terra, ovvero il contatto tra il mondo divino e il mondo umano, dunque l’unione dei due principi, intesa come generatrice dell’esistenza. La denominazione “chiave della vita”, oltre che un richiamo alla forma del simbolo stesso, sta ad indicarne anche il significato escatologico: l’ankh, infatti, rappresenta anche la vita eterna, grazie alla quale l’uomo riesce a superare la morte, per giungere alla rinascita.

Molti papiri mostrano divinità come Iside o Anubi avvicinare la chiave della vita alla bocca del faraone o della sua sposa per infondergli l’immortalità, ossia la vita dopo la morte.

Ma lasciamo l’antico Egitto per tornare in Italia, per conoscere una divinità italica ancor prima che romana il cui attributo è proprio la chiave: Giano.

Per la serie “un nome, un programma”, la parola “Giano” è di origine indoeuropea e significa “passaggio”. Giano presiede infatti a tutti gli inizi, i passaggi e le soglie, materiali e immateriali, come le soglie delle case, le porte, i passaggi coperti e quelli sovrastati da un arco, ma anche l’inizio di una nuova impresa, della vita umana, della vita economica, del tempo storico e di quello mitico, della religione, degli dei stessi, del mondo, dell’umanità. E quale attributo migliore per una divinità “portinaia” se non la chiave?

Con il tramonto dell’era pagana, Giano lascia il posto ad una figura celebre, che possiede non una, ma ben due chiavi (anche se rare volte, viene raffigurata con una chiave sola, per economizzare!); è una star del Cristianesimo… ovviamente sto parlando di San Pietro!

Ma perché San Pietro ha due chiavi?

Tutto incominciò con il Vangelo di Matteo (16, 18–19), che riporta queste parole che Gesù rivolse a Pietro:

“Ed io dico a te, che tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno mai prevarranno contro di lei. E a te darò le chiavi del regno dei cieli: e qualunque cosa avrai legata sulla terra, sarà legata anche nei cieli; e qualsiasi cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche nei cieli.”

Dal passo del Vangelo si deduce che il legame tra Cielo e Terra è duplice: ciò che viene legato in Terra, verrà legato in Cielo, e ciò che è sciolto in Terra, verrà sciolto anche in Cielo.

Per questo San Pietro viene raffigurato con una chiave d’oro e una d’argento; la chiave d’oro allude al potere nel Regno dei Cieli e la chiave d’argento indica l’autorità spirituale del papato sulla terra.

Essendo attributi di colui che è considerato il “primo papa” è stato naturale per i suoi successori, decidere di inserire le chiavi nei propri stemmi e in quello della Città del Vaticano.

E proprio in riferimento a questo simbolo distintivo del papa, Dante, nel XIII Canto dell’Inferno, nella selva dei suicidi, assimila Pier della Vigna – colui che era stato il potentissimo consigliere dell’imperatore Federico II, suicidatosi perché incolpato e imprigionato ingiustamente con l’accusa di tradimento – proprio in merito all’omonimia con il “primo papa” – Piero è diminutivo di Pietro – e per l’enorme autorità di cui era stato investito dal sovrano:

“Io son colui che tenni ambo le chiavi

del cor di Federigo, e che le volsi,

serrando e disserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;

fede portai al glorioso offizio,

tanto ch’i ne perde’li sonni e’ polsi.”

Dunque le chiavi sono anche considerate un simbolo di potere, autorità e responsabilità. Proprio con questo significato le ritroviamo in araldica.

Sebbene sia necessario fare una piccola parentesi su alcuni stemmi in cui troviamo le chiavi perché il papa concesse a città o nobili famiglie di fregiarsi dei suoi attributi o – durante la guerra tra Guelfi e Ghibellini – che questi ultimi fossero presi dalla fazione guelfa – fedele al papa – per sottolineare la sua posizione.

Nei restanti casi, se troviamo delle chiavi in un blasone, voleva dire che il nobile in questione era stato insignito della carica di castellano o di governatore.

La consegna di una chiave, la sua attribuzione diviene quindi un onore di cui si viene omaggiati. Tuttora la consegna delle “chiavi della città” da parte del sindaco è un’onorificenza di cui viene insignito un personaggio illustre.

Ma in passato, lo stesso gesto, in un diverso contesto, ha avuto anche una altra accezione: la resa di una città, come mostra l’emozionante tela “La resa di Breda” che Diego Velasquez realizzò nel 1635.

Come potete vedere, la chiave è tutt’altro che un semplice oggetto che apre o chiude una serratura; in realtà rimane quasi impigliata nella ragnatela di significati che da lei si originano.

Tra i suoi tanti “poteri” c’è quello di precludere o dare accesso a determinate conoscenze, offrendone una decodificazione che le renda comprensibili. Come ad esempio in musica, in cui ogni riga del pentagramma inizia con una delle tre chiavi: chiave di sol (o di violino), di fa (o di basso) oppure di do.

Le chiavi musicali sono collocate in posizioni diverse, dando la possibilità di centrare sul pentagramma la peculiare tessitura di ogni voce e strumento. I segni che le identificano provengono da una progressiva alterazione grafica delle lettere dell’alfabeto gotico, ovvero: G (chiave di sol), F (chiave di fa), C (chiave di do).

E parlando di chiavi che danno accesso a particolari conoscenze, di tutt’altro tipo sono quelle di cui trattano “La Chiave di Salomone” e “La Piccola Chiave di Salomone”, due grimorialibri di magia – risalenti il primo al tardo Medioevo e il secondo al Seicento. Entrambi i manuali contengono dettagliate descrizioni di spiriti e demoni, dei rituali necessari per evocarli e costringerli a eseguire gli ordini del “mago”. Vengono fornite istruzioni dettagliate circa i simboli da tracciare – per lo più pentacoli – le procedure rituali da eseguire, le azioni necessarie per impedire che le “entità sovrannaturali” prendano il sopravvento, i preparativi che devono precedere l’evocazione e il modo in cui costruire gli strumenti necessari per l’esecuzione di tali riti.

Ciò che non sapete e non potete immaginare è che questi libri vengono stampati e venduti tuttora, e chi li acquista non è guidato da un mero interesse antropologico. Ho letto alcune recensioni di persone che hanno comprato il manuale e si dicevano molto soddisfatte per come ogni spiegazione fosse molto dettagliata.

Quindi se per Natale volete regalare ai vostri figli il kit del “piccolo occultista”, questi libri sono assolutamente indispensabili! E non dovete far altro che ordinarli su internet.

Dunque, per accedere a qualsiasi conoscenza o “mondo” a noi ancora sconosciuto è necessaria una chiave; anche l’Alice di Lewis Carroll entra nel Paese delle Meraviglie grazie ad una chiave:

“A un tratto vide un tavolino a tre gambe, tutto di vetro, sul quale non c’era altro che una piccolissima chiave d’oro. Alice pensò subito che fosse la chiave di una delle porte. Invece non era così: o la chiave era troppo piccola, oppure le serrature erano troppo grandi; la cosa certa era che nessuna porta si apriva. Provò a fare il giro della stanza un’altra volta e a un tratto si trovò davanti a una tendina che prima non aveva veduta; dietro c’era una porticina alta quasi trenta centimetri. Provò a far entrare la piccola chiave d’oro nella serratura e fu proprio contenta di vedere che s’adattava benissimo.

Alice allora aprì la porticina: essa dava su un piccolo corridoio, non più grande della tana d’un topo. S’inginocchiò e, in fondo al corridoio, vide il più bel giardino che si possa immaginare.”

E per parlare di ben altri “Paesi delle Meraviglie”, lo sapevate che “La chiave” è il titolo del film – del 1983 – considerato il capolavoro del regista – maestro del cinema erotico italiano – Tinto Brass?

Ora penserete a quanto possa essere sconveniente e inappropriata una simile citazione… se non vi dicessi che il film è tratto dall’omonimo racconto di Jun’ichirō Tanizaki (1886-1965), scrittore giapponese ritenuto uno dei maggiori autori dell’epoca, noto per i suoi racconti e romanzi incentrati sul tema della bellezza femminile legata ad ossessioni erotiche distruttive; che, nel 1964, fu nominato per il premio Nobel per la Letteratura. Insomma, mica pizza e fichi.

Nel libro vengono riportati, alternandoli, i diari di un professore cinquantaseienne e della moglie di lui, di una decina di anni più giovane. Il professore ha deciso di rendere più interessanti i propri rapporti sessuali con la moglie stimolandosi grazie alla gelosia provocatagli dalla sempre più intensa attrazione che la donna prova per il signor Kimura, un amico di famiglia. Il marito tende a favorire tale nascente passione mentre cerca anche di sostenere la propria declinante virilità con vari farmaci. La chiave citata nel titolo fa riferimento alla chiave del cassetto dove l’uomo conserva il proprio diario, lasciata intenzionalmente in vista, con la velata speranza che sua moglie, approfittandone, apra il cassetto, legga segretamente il diario e si comporti poi secondo le aspettative del marito.

Il film vanta nella sua realizzazione, nomi illustri del cinema, il produttore è Giovanni Bertolucci, nel cast compaiono attori come il Premio Oscar Frank Finlay, Stefania Sandrelli e Ugo e Ricky Tognazzi; per non parlare della colonna sonora, per cui si è scomodato niente di meno che il maestro Ennio Morricone!

Infine, lasciando il mondo del cinema e della letteratura, non posso non menzionare il ruolo svolto dalla chiave nel “mondo nerd”; in particolare, nel famosissimo videogioco Kingdom Hearts, prodotto dalla collaborazione tra la Square Enix e la Disney. Infatti, in ogni capitolo di questo videogioco compaiono i Keyblade, armi che assomigliano a delle chiavi, in modo più o meno marcato, e sono molto diversi da esemplare a esemplare. Applicando alla base di un Keyblade dei portachiavi magici detti Keyholder, l’aspetto e le prestazioni cambiano.

Sono principalmente armi contundenti, ma all’occorrenza si rivelano ottime spade, in grado di tagliare di netto anche materiali molto resistenti. Sono imbevuti di un grande potere che gli permette di incanalare la magia e lanciare incantesimi. Inoltre, hanno la capacità di aprire qualsiasi porta, cancello, scrigno, o altro che sia chiuso a chiave, così come sigillarlo.

I Keyblade però non funzionano con chiunque, si scelgono un “Custode” e solo questi li può impugnare. Il prescelto dal Keyblade può farlo apparire in mano nel momento del bisogno, così come farlo sparire quando non gli occorre più. Queste armi misteriose, nella scelta del proprio Custode, non fanno distinzioni tra persona buone o malvage: prediligono chi ha un cuore dalla grande forza, chiunque egli sia.

Il primo Keyblade, il χ–blade, nonché il più potente di tutto l’Universo, non è opera dell’uomo, ma è stato generato assieme allo stesso Kingdom Hearts, e nascosto agli occhi di tutti, poiché è l’unica chiave in grado di aprirlo. Infine, queste armi possiedono anche un’altra particolarità, non scelgono semplicemente il loro Custode per la natura del suo cuore, ma, in un certo senso, si potrebbe dire che si originano dal cuore stesso.

Eee…se solo anche noi possedessimo un Keyblade nel nostro cuore…

Ma giunti alla fine di questo nostro viaggio in un mondo di chiavi che danno vita, conoscenza, aprono porte che si spalancano su “Paesi delle Meraviglie”, su ossessioni e perversioni inconfessabili o su sconfinati mondi della fantasia, posso confessarvi che in realtà anche noi possediamo due chiavi dentro di noi…

Le clavicole!

Non sto scherzando, clavicola in latino significa piccola chiave.

E con questo, ho veramente detto tutto. Alla prossima avventura!

*Sorride soddisfatta per la battuta idiota appena proferita, si alza e se ne va*.

 

About the author

Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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