Recensione della miniserie Netflix “Untamed”: il lato selvaggio delle emozioni umane
Recensione della miniserie Netflix "Untamed": il lato selvaggio delle emozioni umane.
La natura, con i suoi paesaggi sterminati e le sue forze incontrollabili, è sempre stata un potente specchio delle profondità più oscure dell’animo umano. Ed è proprio con questa premessa viscerale e inquietante che Netflix ci introduce alla miniserie in sei episodi Untamed, una serie tra thriller, dramma psicologico, introspezione esistenziale… e western!
Un mistero tra le ombre della natura selvaggia
Untamed segue la storia di Kyle, interpretato da Eric Bana, un agente della Sezione Investigativa del National Park Service indagare sulla morte di una donna precipitata giù da una parete rocciosa. Reduce da una tragedia famigliare, Kyle, insieme a Naya (Lily Santiago), una giovane investigatrice appena arrivata, si scontrerà con gli oscuri segreti all’interno del parco e del suo stesso passato.
Un dialogo incessante con la natura
La serie nasce sotto la guida di Mark L. Smith e sua figlia Elle Smith, entrambi autori e showrunner. Mark L. Smith è lo stesso sceneggiatore di The Revenant (2015) – film con Leonardo DiCaprio vincitore di diversi Oscar – e della serie Netflix American Primeval (2025). Questo pedigree garantisce a Untamed una scrittura di altissimo livello, radicata nella tradizione del thriller naturalista e nella profonda conoscenza del dramma umano isolato nel selvaggio.
La regia di Untamed – firmata da Thomas Bezucha, Nick Murphy e Neasa Hardiman – si distingue immediatamente per la sua abilità nel creare un costante dialogo tra l’uomo e la natura. I registi sfruttano magistralmente gli ambienti naturali, trasformando montagne, foreste e laghi non semplicemente in sfondi scenici, ma in veri e propri protagonisti della narrazione. Le scelte visive sono precise e consapevoli: inquadrature ampie catturano l’immensità dell’ambiente, enfatizzando l’isolamento e la vulnerabilità dei personaggi. Al contempo, primi piani serrati rivelano le tensioni nascoste e le emozioni contrastanti che affiorano nei momenti più intensi. L’uso della luce naturale e delle tonalità fredde contribuisce a creare un’atmosfera opprimente, perfettamente calibrata per sostenere la tensione narrativa che pervade tutta la serie.
Un viaggio lento e intenso nell’animo umano
La sceneggiatura di Untamed si distingue per la sua capacità di scavare lentamente e inesorabilmente nei segreti più profondi dei personaggi. Il ritmo narrativo è volutamente meditativo, a tratti ipnotico, richiedendo allo spettatore una pazienza che viene però premiata da una profondità emotiva rara nel panorama attuale. I dialoghi sono scritti con cura, autentici nella loro essenzialità: non c’è spazio per eccessi verbali, ogni parola è pesata, ogni silenzio carico di significato. La trama si sviluppa attraverso un’intensa esplorazione delle dinamiche umane, ma pecca in alcune occasioni per una lentezza eccessiva, che potrebbe scoraggiare gli spettatori più impazienti.
L’arte sottile del non detto
Le performance attoriali rappresentano uno dei maggiori punti di forza della serie. Eric Bana offre una delle interpretazioni più riuscite della sua carriera, incarnando un uomo tormentato e carico di segreti con una intensità controllata ma palpabile. Il suo lavoro è arricchito da un uso sapiente della fisicità e da una grande capacità espressiva nei momenti di silenzio. Accanto a lui, Lily Santiago risulta una rivelazione, capace di bilanciare forza e vulnerabilità con naturalezza. I comprimari sono tutti ben caratterizzati e interpretati, sebbene in alcuni casi il loro sviluppo psicologico non raggiunga la stessa profondità dei protagonisti principali.
La natura come specchio delle pulsioni
Al centro di Untamed troviamo temi universali come il senso di colpa, la redenzione, l’isolamento emotivo e il conflitto tra l’istinto primordiale e le regole della civiltà. Ambientata nei vasti spazi americani, la serie esplora in profondità il rapporto complesso e spesso conflittuale tra uomo e natura. Le questioni sociali e culturali emergono con discrezione, arricchendo la trama senza mai sovrastarla. L’opera si inserisce perfettamente in un filone narrativo che mescola crime, wilderness e dramma psicologico (e un pizzico di western), aggiungendo al genere sfumature introspettive degne dei migliori thriller contemporanei.
Consigliato.
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