Recensione di “Sirāt”: il rituale techno di Óliver Laxe tra fango e misticismo
Segui Email Sirāt, l’opera di Óliver Laxe premiata a Cannes 2025, è un’aggressione sensoriale che non chiede il permesso.
Sirāt, l’opera di Óliver Laxe premiata a Cannes 2025, è un’aggressione sensoriale che non chiede il permesso. Siamo di fronte a un cinema che vibra e che riesce nell’impresa di creare un ponte tra la spiritualità ancestrale e la cultura dei rave moderni.
Luis (un monumentale Sergi López) attraversa le montagne dell’Atlante con il figlio Esteban alla ricerca della figlia Mar, svanita nel nulla durante un rave nel deserto marocchino.
Quella che inizia come una ricerca privata diventa rapidamente una discesa allucinata dove il confine tra realtà e allucinazione si dissolve sotto i colpi di una colonna sonora techno-industrial curata da Kangding Ray.
Un’esperienza tribale tra polvere e casse a palla
Laxe ci scaraventa in un contesto dove la musica è la protagonista assoluta. La genialità del regista sta nel trovare il punto di contatto tra il ritmo dei tamburi millenari e i bassi distorti di un rave contemporaneo.
È una sintonia fisica: i battiti delle casse sono così potenti da sovrapporsi al battito del cuore dello spettatore. La telecamera si muove in mezzo alla polvere e al sudore con una vicinanza estrema, facendoci sentire parte di quella massa umana che cerca la trascendenza attraverso il movimento e il suono.
Spiritualità e danza ancestrale
In questo film la ricerca dell’anima passa per la danza estenuante e il contatto violento con la terra. Perchè a partire dal rave, il film passa ad un’avventura che non lascia prigionieri e di cui non vi dirò nulla per non rovinarvi la sorpresa (fatevi un favore: non guardate il trailer!).
È un’opera emotivamente devastante perché impedisce qualsiasi distacco. Mentre i protagonisti entrano in trance, viaggiano, soffrono, veniamo trascinati in un vortice che tocca corde profonde senza bisogno di dialoghi filosofici. Tutto passa attraverso lo sguardo dei personaggi e la vibrazione dell’aria.
Il titolo fa riferimento al sottilissimo ponte che nella tradizione islamica separa i giusti dall’inferno; ci sentiamo sospesi su quel filo mentre i bassi ci scuotono le ossa.
Un film che cambia la frequenza
Il lavoro sul comparto sonoro crea una vera e propria architettura emotiva. La sintonia tra il ritmo del film e la fisiologia di chi guarda è un’esperienza rara. Óliver Laxe ha firmato un capolavoro di sintonie che obbliga a vibrare con la storia. Usciti dalla sala ci si sente svuotati, con la sensazione di aver toccato qualcosa di sacro in mezzo a una cava abbandonata.
In conclusione, Sirāt è un film potentissimo, tribale e viscerale. È la prova che Óliver Laxe è oggi uno dei pochissimi registi capaci di usare la tecnologia e il suono per toccare vette di misticismo che credevamo perdute, un Autore che non scende a compromessi.
Non guardatelo se cercate relax; guardatelo se volete che il vostro cuore batta all’unisono con l’universo, anche se l’universo in quel momento sta urlando attraverso una cassa da duemila watt.
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