Recensione di “No Other Choice”: Park Chan-wook e la guerra spietata per un posto fisso
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Se pensavate che la ricerca di un lavoro fosse un incubo fatto di LinkedIn e colloqui falliti, non avete ancora visto l’ultima geniale follia di Park Chan-wook.
Presentato in concorso a Cannes 2025, No Other Choice è un pugno nello stomaco assestato con un guanto di velluto. Il regista coreano abbandona le atmosfere rarefatte di Decision to Leave per tornare a quello che sa fare meglio: il thriller barocco, violento e terribilmente cinico. È un film che ti incolla alla poltrona, ma che ti fa anche sentire un po’ sporco per quanto riesca a farti ridere delle miserie umane.
Quando il licenziamento diventa un thriller di sopravvivenza
La trama è un ordigno a orologeria. Seguiamo Man-soo (un immenso Lee Byung-hun), un colletto bianco che, dopo anni di onorata carriera, viene licenziato improvvisamente. Disperato e ossessionato dall’idea di riprendersi il suo posto, Man-soo non si limita a mandare curriculum: decide che l’unico modo per essere riassunto è eliminare fisicamente i suoi concorrenti.
Quello che inizia come un dramma sociale si trasforma rapidamente in un gioco al massacro metodico e allucinante. Accompagnato da una moglie (la splendida Son Ye-jin) che diventa sua complice in questa discesa agli inferi, Man-soo inizia una caccia all’uomo tra le mura domestiche e gli uffici asettici, convinto che nella giungla del mercato del lavoro non ci sia “nessun’altra scelta”.
Sangue d’autore
Park Chan-wook gira con una precisione chirurgica. Ogni inquadratura è un quadro, ogni movimento di macchina è studiato per creare una tensione insostenibile. Ma non è solo esercizio di stile: la violenza qui è grottesca, quasi fumettistica, un marchio di fabbrica che ci riporta ai fasti della trilogia della vendetta. Eppure, sotto il sangue e le trappole mortali, batte un cuore politico ferocissimo.
Il film mette a nudo la ferocia del capitalismo coreano (e globale) con un’ironia così nera che a tratti diventa difficile distinguere il dramma dalla commedia. È uno spettacolo appagante che arriva abbondantemente alle due ore e mezza, ma ogni minuto serve a costruire quel senso di soffocamento che Man-soo prova nella sua corsa verso il baratro.
Un’emotività distorta che ti vibra dentro
A differenza dei suoi lavori precedenti, qui l’emotività non passa per l’amore romantico, ma per l’angoscia della perdita. La “sintonia” che si crea con lo spettatore è inquietante: ci ritroviamo quasi a fare il tifo per questo serial killer improvvisato, perché Park è un maestro nel manipolare i nostri sentimenti, facendoci vibrare all’unisono con la disperazione del protagonista.
La colonna sonora è un mix di musica classica e suoni industriali che accentuano il senso di alienazione. È un’esperienza sensoriale potente che, proprio come i film migliori di Park, ti lascia addosso una strana sensazione di malessere e ammirazione.
No Other Choice non è un film per tutti. È un’opera tesa, divertente, politicamente scorretta e tecnicamente impeccabile. Park Chan-wook ha preso la lotta di classe e l’ha trasformata in un bagno di sangue girato con la classe di un veterano.
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