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Recensione di “28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa”. Bentornati in una solida Apocalisse orfana del lirismo di Boyle

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Recensione di “28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa”. Bentornati in una solida Apocalisse orfana del lirismo di Boyle

28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa arriva nelle sale come il secondo tassello di una trilogia che ha il compito gravoso di riaccendere l’incubo virale nato all’inizio del millennio.

Dopo il ritorno di Danny Boyle dietro la macchina da presa per il capitolo precedente, il testimone passa ora a Nia DaCosta, che ci trascina in un’appendice geograficamente più compressa ma visivamente più brutale del Galles post-apocalittico.

La storia riprende quasi immediatamente dopo gli eventi che avevamo lasciato in sospeso, seguendo il giovane Spike attraverso una terra desolata dove il virus della rabbia sembra aver lasciato il posto a una forma di follia umana ancora più strutturata e spaventosa.

Un labirinto di ossa e di follia umana

La narrazione si divide tra due mondi opposti che finiscono inevitabilmente per scontrarsi. Da un lato troviamo il rifugio del dottor Ian Kelson, interpretato da un monumentale Ralph Fiennes, che vive isolato in un’abbazia trasformata in un vero e proprio ossuario monumentale: il Tempio delle Ossa del titolo.

Kelson non è solo un custode della memoria, ma uno scienziato che ha stabilito una connessione inquietante con Samson, un infetto “Alpha” che sembra mostrare barlumi di una coscienza residua. Dall’altro lato, Spike finisce nelle grinfie dei “Jimmies”, una setta di sopravvissuti guidata dal sadico Jimmy Crystal, un Jack O’Connell biondo ossigenato che modella il suo dominio su miti distorti della cultura pop pre-collasso.

Il film sceglie di esplorare la crudeltà dei sani di mente, rendendo gli infetti quasi un rumore di fondo, una minaccia naturale come il meteo, mentre il vero orrore scaturisce dai rituali di iniziazione e dalle gerarchie tribali dei Jimmies. La scrittura di Alex Garland continua a scavare nei fallimenti della nostra società, ma qui la riflessione si fa più cruda, meno mediata dalla speranza, trasformando il viaggio di Spike in un percorso di formazione traumatico.

Il peso dell’eredità di Boyle

Nonostante si tratti di un’opera solida e capace di intrattenere con un ritmo feroce, è impossibile non avvertire il cambio di passo rispetto alla visione di Danny Boyle.

Dove Boyle riusciva a trasformare l’orrore in una sorta di poesia astratta, grazie a quel montaggio frenetico e quasi ipnotico che è diventato il marchio di fabbrica del franchise, la direzione di Nia DaCosta appare decisamente più convenzionale. Manca quel lirismo viscerale che rendeva magiche anche le inquadrature più sporche e quel senso di urgenza dato da scelte tecniche sperimentali.

Il passaggio dalle riprese “grezze” in iPhone del capitolo precedente a una cinematografia più pulita e tradizionale con le Alexa 35, se da un lato regala paesaggi di una bellezza pittorica, dall’altro asciuga parte di quella tensione nervosa che ci aspettavamo.

La regia della DaCosta è ordinata, costruisce bene la suspense nel terzo atto, ma non riesce a replicare quella sintonia magica tra immagini e colonna sonora che Boyle e Anthony Dod Mantle avevano scolpito nell’immaginario collettivo.

Il risultato è un film d’azione horror estremamente efficace, ma meno “visionario” rispetto al suo predecessore, un’avventura che vibra per la violenza ma resta più ancorata a terra sul piano dell’emotività pura.

Ralph Fiennes è indubbiamente il pilastro che regge l’intera operazione, regalando un personaggio malinconico e bizzarro che illumina ogni scena. La sua danza macabra tra le ossa è uno dei momenti più alti della pellicola.

Ma se cercate la tragedia esistenziale e la sperimentazione visiva che hanno reso celebre la saga, potreste uscire dalla sala con un pizzico di nostalgia per il tocco di Boyle. Resta comunque un buon sequel, un passaggio necessario che prepara il terreno per un gran finale che speriamo sappia recuperare quel calore lirico smarrito in questo tempio di cenere e violenza.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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