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Recensione di “Ice Cream Man”: Eli Roth si diverte con un Piccoli brividi molto splatter

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Recensione di “Ice Cream Man”: Eli Roth si diverte con un Piccoli brividi molto splatter

Se un giorno qualcuno decidesse di realizzare un episodio di Piccoli brividi e lasciasse Eli Roth da solo nella stanza degli effetti speciali, potrebbe uscire qualcosa di molto simile a Ice Cream Man.

Ci sono una cittadina americana, un gruppo di ragazzini e un gelataio che nessun genitore dotato di buon senso dovrebbe lasciare avvicinare ai propri figli. Poi arrivano le mutilazioni. Parecchie.

Eppure il film mi ha divertito molto più di quanto mi abbia disturbato. Roth utilizza lo splatter con uno spirito talmente ludico da rendere la carneficina una specie di gioco proibito. Si ride anche quando sulla carta ci sarebbe ben poco da ridere, e la curiosità di vedere quale altra assurdità abbia preparato il regista accompagna buona parte della visione.

Attenti al furgoncino dei gelati

A Bayleen Bay l’estate procede tranquilla finché arriva un venditore di gelati dal sorriso poco rassicurante, interpretato da Ari Millen. I bambini accorrono al suo furgoncino, mangiano le sue specialità e cominciano a trasformarsi in piccoli assassini. Genitori, insegnanti e adulti in generale scoprono presto quanto possa diventare complicato tenere a bada il quartiere.

Jared, interpretato da Charlie Zeltzer, evita la degustazione grazie alla propria intolleranza al lattosio. Una condizione che, nel cinema horror, si rivela una forma di protezione piuttosto originale. Con la sorella Lizzie e altri ragazzi ancora in sé, dovrà cercare di sopravvivere e capire come fermare il massacro.

Eli Roth firma la sceneggiatura insieme a Noah Belson e costruisce su questa premessa un film di 86 minuti, abbastanza breve da poter puntare quasi tutto sull’accumulo delle trovate. La storia offre le indicazioni necessarie per arrivare alla prossima situazione sanguinosa. Il regista ha chiaramente molta fretta di mostrarcela.

Un Piccoli brividi gore, con la merenda che finisce malissimo

Il paragone con Piccoli brividi riguarda il modo in cui il film trasforma il quotidiano infantile in una minaccia. Un adulto strano, qualcosa da mangiare che sarebbe meglio lasciare dov’è, pochi ragazzi capaci di accorgersi del pericolo prima degli altri: sono ingredienti familiari a chi ha frequentato quelle storie.

Roth li utilizza con un gusto per il macabro che manda fuori scala le conseguenze. Gli oggetti domestici e gli spazi dove i bambini dovrebbero divertirsi diventano strumenti per una serie di scherzi atroci. A ogni nuova trovata sembra di assistere alla risposta sbagliata alla domanda: con che cosa giochiamo oggi?

Resta l’immediatezza di un racconto del terrore da leggere di nascosto, con in più litri di sangue e una fantasia anatomica che R.L. Stine difficilmente avrebbe potuto proporre alla propria casa editrice. L’accostamento descrive il tono, naturalmente: questo è un film destinato a un pubblico adulto.

L’aspetto divertente è che Roth conserva qualcosa dell’ottusità infantile del gioco. I piccoli carnefici continuano a comportarsi come bambini anche mentre fanno cose mostruose. Non serve che diventino solenni o demoniaci in ogni gesto: la loro allegria basta a rendere assurda la situazione.

Tanto splatter, poca voglia di lasciarti un trauma

La quantità di violenza potrebbe far pensare a una visione particolarmente pesante. Per me l’effetto è stato diverso.

Il disagio dipende anche dal tempo che un regista ci fa trascorrere con una vittima, da quanto insiste sulla sua paura e da come costruisce l’attesa del dolore. In Hostel Roth sfruttava proprio questa impotenza: qualcuno disponeva del corpo di un’altra persona e poteva decidere quanto farla soffrire.

Qui cerca spesso la reazione immediata, fra disgusto e risata. L’esagerazione degli effetti, l’inventiva degli attacchi e l’assurdità della premessa concedono una distanza che rende lo spettacolo più giocoso. La domanda diventa quanto potrà essere scema e cattiva la prossima idea.

Anche il contrasto con l’ambiente contribuisce al divertimento. Nelle strade luminose di una cittadina estiva, lo splatter ha qualcosa di fuori posto che lo rende ancora più sfacciato. Roth rovina un’immagine rassicurante dell’infanzia con la soddisfazione di chi ha appena scoperto che può usare il pennarello indelebile sulle pareti.

È un piacere di cattivo gusto, con una componente artigianale evidente nei corpi maltrattati e negli effetti. E il film funziona quando lascia al pubblico il tempo di riconoscere la gag dentro l’orrore.

Tre bambini davanti al furgoncino del gelataio in Ice Cream Man di Eli Roth
Ice Cream Man — © The Horror Section / STUDIOCANAL SAS, 2026.

Ari Millen e il sorriso del gelataio

Ari Millen dà al personaggio un’aria da mascotte che qualcuno avrebbe dovuto ritirare dal commercio. Il sorriso fisso e il silenzio lo rendono riconoscibile senza bisogno di grandi discorsi.

Intorno a lui Roth recupera il meccanismo dei bambini diventati una minaccia collettiva, ma abbassa la solennità e aumenta la malizia. Il gelataio fornisce l’occasione perché salti la disciplina; poi il quartiere si riempie di piccoli esecutori entusiasti.

Si può leggere il tutto anche come una caricatura della paura adulta di perdere il controllo sui figli. Per anni abbiamo ripetuto che troppi dolci li fanno diventare ingestibili. Roth prende l’avvertimento con una serietà criminale e ci costruisce sopra un film.

È una battuta lunga un’ora e mezza, più o meno. E come molte battute prolungate, ha bisogno di cambiare ritmo prima che si esaurisca la sorpresa.

Dove Ice Cream Man perde un po’ di gusto

La sceneggiatura è il limite più evidente. I personaggi rimangono abbozzati e l’accumulo delle aggressioni produce qualche ripetizione. Dopo un po’ riconosciamo il meccanismo: l’adulto ignora il pericolo, i bambini si avvicinano e Roth prepara il numero successivo.

Anche le spiegazioni sulle origini della minaccia rallentano il divertimento. La semplicità del gelataio misterioso aveva già una propria efficacia; aggiungere regole e retroscena richiede una precisione che il film, impegnato altrove, non possiede sempre.

Avrei preferito qualche variazione in più nei rapporti fra i sopravvissuti e qualche spiegazione in meno. Una buona sequenza di suspense avrebbe inoltre dato più forza allo splatter successivo: quando il regista mostra tanto e così presto, alzare ancora la posta diventa difficile.

Sono difetti riconoscibili, ma nel mio caso non hanno cancellato il piacere della visione. Mi interessava quel misto di avventura infantile, stupidità e crudeltà da fumetto, e Roth me ne ha dato abbastanza.

Ice Cream Man è un horror divertente, sanguinoso e piuttosto scemo, nel senso affettuoso che questa parola può avere quando si parla di un certo cinema.

Alla fine rimane soprattutto la sensazione di aver visto un racconto per ragazzi al quale qualcuno ha tolto il controllo dei genitori. Gli stessi ingredienti, la stessa curiosità per ciò che si nasconde dietro l’angolo, con conseguenze decisamente più sporche.

Un Piccoli brividi gore, appunto.

Ice Cream Man è al cinema dal 29 ottobre 2026, distribuito da Midnight Factory.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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