Recensione di “Clayface”: un buon body horror DC che somiglia a tanti altri film
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Il problema di Clayface comincia quando, mentre guardi un uomo cercare di rimettersi insieme la faccia, nella tua testa compare Liam Neeson con le bende.
Darkman. Sam Raimi. 1990.
Un uomo sfigurato dalla criminalità, la scienza che gli offre una possibilità di recuperare il proprio aspetto, una nuova identità costruita attraverso la deformazione e la vendetta. Cambiano il protagonista, gli effetti e la città, ma per chi conosce quel cinema la sensazione di essere già passato da queste parti arriva presto.
E dispiace, perché il film di James Watkins ha diverse cose che funzionano. Alcuni ottimi momenti di body horror, un protagonista convincente e il piacere di vedere una produzione DC sporcarsi le mani con un racconto di carne, ossessione e risentimento. Mi è piaciuto abbastanza da seguirlo volentieri, anche quando intuivo con un certo anticipo la direzione che avrebbe preso.
Il prezzo di un volto nuovo
Matt Hagen, interpretato da Tom Rhys Harries, è un attore che ha conquistato il successo dopo un’infanzia trascorsa nelle strade di Gotham. Un’aggressione legata alla criminalità locale lo lascia sfigurato e interrompe la sua carriera. Le persone che fino a poco prima gli stavano intorno si allontanano, mentre lui cerca una soluzione capace di restituirgli la vita precedente.
La trova nel trattamento sperimentale della dottoressa Caitlyn Corr, interpretata da Naomi Ackie. La terapia gli restituisce il volto, ma comporta effetti collaterali sempre più difficili da controllare. Matt acquista la capacità di modificare il proprio aspetto e comincia a utilizzare quella possibilità per vendicarsi.
James Watkins dirige da una sceneggiatura di Mike Flanagan e Hossein Amini. Il materiale permette di tenere insieme il thriller criminale, la tragedia del mostro e l’orrore della trasformazione fisica. La parte più interessante riguarda però il mestiere di Matt.
Per un attore il volto è anche uno strumento di lavoro. Quando qualcuno glielo distrugge, Hagen perde insieme la propria immagine e la possibilità di farsi riconoscere per ciò che aveva costruito.
Il body horror è la parte migliore del film
Watkins sfrutta bene il disagio di un corpo che smette di comportarsi come dovrebbe.
La pelle cede, i lineamenti perdono stabilità, il volto diventa qualcosa che Matt deve sorvegliare e correggere. La guarigione ha una precarietà che rende inquietante persino il ritorno alla normalità: basta poco perché ciò che sembra sistemato ricominci a disfarsi.
È un buon punto di partenza per il body horror, perché coinvolge una paura comprensibile anche senza conoscere Clayface o aver letto un fumetto di Batman. Ci guardiamo allo specchio contando sul fatto di ritrovare una faccia che conosciamo. Hagen perde questa sicurezza.
Nei passaggi più riusciti si sente il fastidio della materia. Trucco, protesi ed effetti danno alla trasformazione una consistenza sgradevole, con momenti che fanno venire voglia di distogliere lo sguardo e subito dopo di controllare fin dove il regista abbia intenzione di arrivare.
Il film rende soprattutto quando rimane vicino a questa fragilità. Matt può assumere altri aspetti, ma deve convivere con un corpo del quale non riesce più a fidarsi. Il potere comporta una manutenzione mostruosa.
Tom Rhys Harries e un attore che perde la propria immagine
Tom Rhys Harries riesce a tenere presente l’uomo anche sotto la deformazione.
Nel suo Matt convivono il terrore di avere perso tutto e la convinzione di meritare una restituzione. È una sfumatura importante: possiamo comprendere il dolore che prova senza dover considerare giusta ogni scelta che compie.
L’aspetto più fertile del personaggio sta proprio nel rapporto tra recitazione e metamorfosi. Prima dell’aggressione Hagen utilizzava il proprio volto per interpretare altre persone. Dopo, può indossare quelle persone. Una capacità che potrebbe sembrare il sogno professionale di un attore diventa un modo per allontanarsi da sé.
Anche la dipendenza dal trattamento possiede un risvolto interessante. Matt cerca di tornare alla persona che era, ma ogni intervento lo porta più lontano da quella condizione. Possiamo leggere nel suo percorso l’ossessione per un’immagine da conservare a qualsiasi costo, soprattutto in un ambiente che decide con grande rapidità chi meriti ancora di essere guardato.
Avrei voluto che il film insistesse di più su questo rapporto fra identità, lavoro e desiderio di approvazione. È il terreno sul quale Clayface avrebbe potuto distinguersi con maggiore decisione.
Darkman e gli altri
Il confronto con Darkman riguarda l’intera struttura del racconto.
Nel film di Raimi, Peyton Westlake tentava di ricostruirsi un volto e di recuperare un’esistenza che la violenza gli aveva sottratto. La possibilità di assumere altre identità alimentava la vendetta, mentre rabbia e sofferenza rendevano sempre più difficile il ritorno alla vita precedente.
Sono somiglianze ingombranti. E Raimi affrontava quel materiale con una personalità visiva talmente riconoscibile da rendere ancora vivo il ricordo del film a distanza di decenni: il melodramma esasperato, l’umorismo cattivo, la macchina da presa trascinata nella furia del protagonista.
Watkins costruisce un film più controllato. Sa gestire l’attesa e colpire attraverso la trasformazione fisica, ma sul piano narrativo segue un percorso del quale conosciamo molte tappe.
Alle spalle si intravedono anche La mosca, per la degradazione del corpo e dei rapporti, e una lunga tradizione di cure miracolose che presentano il conto. Il richiamo a The Substance viene spontaneo quando entra in gioco il valore sociale dell’aspetto fisico, anche se qui la vendetta occupa molto più spazio.
Avere questi precedenti non rappresenta di per sé un difetto. Il cinema di genere vive anche del piacere di ritrovare situazioni conosciute. In Clayface, però, la somma delle somiglianze finisce per limitare la sorpresa. Possiamo apprezzare una trasformazione e, pochi minuti dopo, riconoscere lo snodo di sceneggiatura che la seguirà.
Un horror DC che può reggersi sulle proprie gambe
L’appartenenza all’universo DC offre al film una cornice riconoscibile senza richiedere una preparazione particolare. La vicenda di Hagen si comprende attraverso ciò che gli accade e le decisioni che prende.
È una scelta che apprezzo. Per seguire un uomo disperato davanti a uno specchio bastano il suo corpo, la sua paura e qualcuno capace di filmarli.
Bisogna però giudicare Clayface anche accanto agli horror con cui sceglie di confrontarsi. L’insolita quantità di carne e sangue per una produzione di questo tipo costituisce un motivo d’interesse; l’originalità del racconto rimane una questione diversa. Chi frequenta il genere troverà più familiarità di quanto la novità dell’operazione DC possa far supporre.
Clayface è un buon film, con elementi body horror che meritano la visione e un interprete capace di dare peso alla sofferenza del protagonista.
L’ho seguito con piacere e in qualche momento con lo stomaco contratto. All’uscita, però, insieme alle immagini di Matt Hagen mi sono portato dietro anche una gran voglia di rivedere Darkman. Un buon segnale per Sam Raimi, un piccolo problema per Clayface.
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