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La spada tra storia, miti e leggende

Segui Email “La spada deve essere più di una semplice arma; deve essere una risposta alle domande della vita.”

La spada tra storia, miti e leggende

“La spada deve essere più di una semplice arma; deve essere una risposta alle domande della vita.”

Questo ha detto Miyamoto Musashi, il più grande spadaccino della storia del Giappone.

Ma poi, che cos’è una spada? Se non un apostrofo nero messo tra le parole t’ammazzo?

Scherzi a parte, la spada è indubbiamente un’arma letale, ma è anche molto più di questo, è un simbolo, una compagna di avventure per molti eroi e condottieri leggendari o reali, nonché un raffinato arredo di design appeso sopra la testa di Damocle.

La nobiltà e la potenza evocativa di quest’arma, la rende la perfetta espressione del potere sconfitto o della potenza vincitrice. Ne è emblema il Trono di spade, dell’omonima serie: forgiato su ordine di Aegon il Conquistatore con le 1000 spade dei Lord che gli si arresero e giurarono fedeltà durante la Guerra della Conquista, fuse dal drago di Aegon, Balerion, per poi essere battute e prendere la forma imponente di un trono.

La spada come simbolo appartiene ad una sfera semantica relativamente ristretta e dalle valenze estremamente univoche. L’ambito è quello guerresco/cavalleresco, considerata la più nobile e la più onorevole delle armi era scelta come strumento nelle cerimonie di investitura, per difendere il proprio onore e, per l’appunto, morire dignitosamente. Infatti morire passato a fil di spada era considerata la morte più onorevole; se non mi credete, chiedete a San Paolo, quanto si è ritenuto fortunato nell’essere decapitato con una spada, in quanto cittadino romano!

Inoltre, scopriremo in questo viaggio, che il più delle volte, nei racconti e nelle leggende in cui il protagonista ha una spada, difficilmente quest’ultima non verrà connotata con aggettivi e definizioni che trascendono una mera arma; anzi, piuttosto sarà considerata come un’entità senziente con dei sentimenti e una propria volontà.

Mi sembra quasi di sentire Olivander che dice a Harry Potter: “È la bacchetta che sceglie il mago, lo ricordi.”

La spada è un’oggetto così importante che nei racconti la sua creazione viene spesso descritta come un vero e proprio rituale e il suo artefice, considerato al pari di un sacerdote o un alchimista.

Ma bando agli indugi e incominciamo la nostra avventura! Andando a scoprire quando vennero forgiate le prime spade.

La spada compare in Eurasia durante l’Età del bronzo – 3300-1200 a.C. – evolvendo dal pugnale. All’origine di questo sviluppo c’è stata l’introduzione del metallo – principalmente il rame – nella costruzione dei pugnali, prima realizzati in osso o pietra – principalmente selce e ossidiana – e quindi non replicabili in un formato più grande a causa dell’eccessiva rigidità/fragilità. Con l’introduzione del rame e successivamente del bronzo – una lega appunto composta di rame e stagno –i pugnali poterono allungarsi, divenendo spade. Le prime spade appaiono in Medioriente – le più antiche furono trovate ad Arslantepe, in Turchia, datate al 3300 a.C., anche se i reperti di spada sono comunque molto rari fino al 2300 a.C. circa – e sulle coste del Mar Egeo. Nel resto del mondo il nuovo tipo di arma si diffuse successivamente.

In seguito, in un momento non ben precisato tra il XII e l’VIII secolo a.C. – guarda caso nell’Età del ferro – sia in Eurasia sia in Africa, le spade in bronzo vengono sostituite da spade in ferro. Solo successivamente i fabbri compresero che l’aggiunta di carbonio al ferro, operato durante il processo di fusione aggiungendo del carbone al minerale ferroso, poteva portare a una migliore lega: l’acciaio.

Sono molte le spade divenute leggenda, appartenute a grandi condottieri oppure eroi del mito, ma vorrei soffermarmi proprio su quest’espressione “divenire leggenda”; perché sapete, difficilmente un racconto di fantasia è totalmente inventato, c’è sempre un fondo di verità; e ora andremo a scoprire cosa cela la leggenda della spada più famosa del mondo: Excalibur.

Intanto, vi siete mai fermati a riflettere che, se pensiamo ad Artù e di come sia venuto in possesso della magica spada, nella nostra mente si fanno strada due immagini ben distinte: La scena del cartone “La spada nella roccia”, in cui Semola estrae miracolosamente la spada e il film “Superfantozzi” in cui Fantozzi, parodiando Artù, riceve l’invincibile arma da una mano emersa dalle acque di un lago che prima lo insulta e poi gli chiede un lauto pagamento in cambio della spada.

Quindi, Artù ha estratto Excalibur dalla roccia, oppure gliel’ha consegnata la misteriosa Dama del Lago?

E se le spade del re bretone fossero state due?

Musichetta di suspense…

Ebbene , molto probabilmente le spade di Artù erano due, delle quali Excalibur era quella donatagli dalla dama del Lago; ma l’altra spada ha una storia molto più interessante…

Tutto inizia con la colonna coclide di Marco Aurelio, o meglio, con quello che i suoi bassorilievi narrano: le Guerre Marcomanne, un lungo periodo di conflitti militari combattuti dall’esercito romano contro le popolazioni germano-sarmatiche dell’Europa continentale dal 167 al 189 d.C. circa. A noi interessa in particolare, il destino di una delle popolazioni sconfitte e poi annesse all’Impero Romano: i Sarmati o, per meglio dire Sauromati (infatti rappresentavano draghi sui propri vessilli e sugli scudi).

Nel periodo compreso tra il 183 e il 185 d.C., la popolazione celtica dei Caledoni oltrepassò il Vallo di Adriano, ragion per cui l’imperatore Commodo, spedì 5.500 Sarmati – arruolati nell’esercito romano – lungo il confine settentrionale della Britannia romana (odierna Inghilterra); sotto il comando di Lucio Artorio Casto, prefetto della VI Legione Victrix.

Invece di rimandare a casa questi guerrieri, una volta terminati i loro 20 anni di servizio, le autorità romane li insediarono in una colonia militare nell’odierno Lancashire, dove fonti del 428 d.C., attesterebbero ancora la presenza di loro discendenti con la denominazione di “truppa dei veterani sarmati”.

La cultura dei Sarmati presenta varie connessioni con le leggende arturiane. Oltre alla loro abilità come cavalieri pesanti – e i guerrieri di Artù sono cavalieri – i Sarmati avevano un’enorme devozione, quasi religiosa, per le spade; il loro culto tribale era rivolto, infatti, a una spada conficcata a terra, che presenta suggestive analogie con la nota Spada nella roccia. Portavano draghi su scudi e vessilli, come abbiamo già detto, un simbolo utilizzato anche da Artù e dal suo presunto padre: Uther Pendragon. Infine, la pratica dei Sarmati di seppellire i propri capi accanto ai fiumi, dove i loro corpi e averi erano presto dispersi dalla corrente, avrebbe delle affinità con le ultime volontà di Artù in punto di morte di restituire Excalibur alla Dama del Lago e per questo, ordina al suo servo di gettarla in acqua.

Le più antiche fonti su Artù non si riferiscono a lui col titolo di re, ma con quello di dux bellorum, cioè di comandante delle guerre. E Casto aveva proprio il titolo di dux, e collocano il quartier generale di Artù non a Camelot, ma a Caerleon (cioè la “Fortezza delle legioni”). Ed Eboracum, a volte definita Urbe Legionum (cioè “Città delle legioni”), era proprio il quartier generale di Casto e delle legioni che davano supporto alle forze romane che sorvegliavano il Vallo di Adriano. Per non parlare della palese assonanza tra Artorio e Artù.

Ma sebbene Quella di Re Artù e la spada nella roccia più famosa, ne esistono altre due! Di cui una è in Italia.

È la spada di San Galgano, conservata nell’omonima abbazia nei pressi di Chiusdino, in Toscana. Galgano fu un cavaliere toscano del XII secolo, che condusse una vita violenta e dissoluta fino a quando, guidato da un’apparizione dell’arcangelo Michele, fu condotto all’eremo di Montesiepi. Qui ebbe una visione, nella quale i dodici apostoli, Gesù e Maria lo esortarono a condurre lassù una vita eremitica. Galgano allora conficcò la sua spada a terra come potente gesto di conversione, dove si trova tuttora, al centro della Rotonda di Montesiepi.

Un alone di mistero circonda invece la spada nella roccia di Rocamadour, un paesino francese dell’Occitania, che si trova sul cammino di Santiago. La spada è conficcata nella roccia, questa volta in orizzontale, con una catena che collega il pomolo alla parete rocciosa. Secondo la leggenda più accreditata dal folklore locale, si tratterebbe nientemeno che della mitica Durlindana, la spada del paladino Orlando che appare in numerose opere medievali del ciclo carolingio. Secondo questa versione dei fatti Orlando, prima di morire nella battaglia di Roncisvalle, tentò inutilmente di distruggere la magica spada sacra. Non riuscendo nell’impresa, invocò l’aiuto di San Michele Arcangelo, il quale gli diede la forza di scagliarla lontano, in un lancio così poderoso che Durlindana finì per conficcarsi proprio nella roccia di Rocamadour.

Nella Chanson de Roland si dice che la spada contenesse un dente di San Pietro, il sangue di San Basilio, i capelli di San Dionigi e un pezzo di vestito della Vergine Maria e che fosse stata donata a Orlando da Carlo Magno in persona. Anche perché la spada del paladino e quella del re dei Franchi erano sorelle: Gioiosa, la spada di Carlo Magno era stata realizzata con lo stesso materiale di Durlindana, conteneva però una reliquia della lancia di Longino e un chiodo della Croce di Cristo.

Questo particolare, di rendere le spade dei “reliquiari” aveva l’obiettivo di conferirgli un nucleo di potenza intrinseca, che quasi animava la spada; legandola a doppio filo al destino del suo possessore.

E per la seconda volta mi tornano alla mente le parole di Olivander in “Harry Potter e la pietra filosofale”: “Ogni bacchetta costruita da Olivander ha il nucleo fatto di una potente sostanza magica, signor Potter. Usiamo peli di unicorno, penne della coda della fenice e corde del cuore dei draghi”.

Come stavamo accennando, lo stesso atto di forgiare una spada era considerato quasi un sacrale.

Nella mitologia nordica si attribuiva ai fabbri forgiatori di armi, forze soprannaturali, ed era tanto alta la considerazione di cui godeva questa categoria di artigiani che gli stessi dei, nelle saghe, nei racconti e nelle leggende ne facevano parte, e veniva attribuita discendenza divina ai fabbri più famosi.

La spada giapponese gode di una fama tutta propria e autonoma rispetto a quella dello spadaccino che la brandiva. Forse l’aura che avvolge la Katana nasce dalla mitologia che l’accompagna, che attinge alle origini dello Shintoismo, o dall’essere l’effige della classe che ha dominato il Giappone per cinque secoli, i Samurai. Senz’altro però, molta parte di questa fama è dovuta proprio alla natura mistica e leggendaria dei maestri forgiatori che facevano nascere le loro lame quasi evocandole dalla sabbia ferrosa, attraverso le fasi della cerimonia della forgia.

La realizzazione di una lama era infatti un autentico rituale sacro, presieduto dal Maestro spadaio che vestiva abiti sacerdotali, sceglieva il giorno più adatto, curava la purificazione di corpo e spirito, provvedeva a proteggere la fucina dagli spiriti maligni che potevano compromettere la buona riuscita dell’opera. La figura del Maestro forgiatore racchiudeva quindi in sé le conoscenze e le competenze del tecnologo, dell’alchimista, dello scienziato, dell’artista, del divinatore.

Il Maestro forgiatore per antonomasia, il più famoso fra i maestri spadai del Giappone, è il leggendario Masamune Okazaki. Si ritiene che abbia operato nel periodo compreso fra il 1288 e il 1328 d.C., nella provincia di Sagami, dove costruiva spade e pugnali.

Ma la katana più famosa di tutte è la leggendaria Ame no Murakumo; letteralmente “Spada del Paradiso”.

La sua storia è narrata nel “Kojiki”:la più antica cronaca del Giappone pervenutaci, composta da Ō no Yasumaro nei primi anni del VIII sec., racconta le origini del Giappone dall’era mitologica delle divinità shintoiste (kami), al regno dell’imperatrice Suiko (592-628 d.C.).

Il dio del mare e delle tempeste Susanoo un giorno incontrò, lungo il suo cammino, una famiglia disperata: i genitori avevano perso sette figlie, sacrificate al malvagio mostro Yamata no Orochi, che richiedeva vergini in sacrificio in cambio della promessa di non devastare la provincia, e adesso rischiavano di perdere anche Kushinada, la loro unica figlia rimasta in vita. Invaghitosi della giovane il dio decise di sconfiggere il mostro. Susanoo uccise Yamata no Orochi tagliando le sue otto teste e, dopo averlo decapitato, iniziò a recidere le code del mostro. Riuscì a tagliare le prime sette senza difficoltà, ma quando giunse all’ottava coda, la sua spada impattò contro qualcosa di molto resistente. Fu così che Susanoo trovò la spada Ame no Murakumo nella coda maggiore di Yamata no Orochi. La spada fu consegnata alla dea del Sole Amaterasu, sorella di Susanoo, come dono di riconciliazione per appianare un antico diverbio. Insieme allo Specchio di forma ottagonale e alla Gemma, simboli di Amaterasu, Ame no Murakumo è uno dei Tre Tesori Sacri del Giappone.

Infine, rimanendo in Giappone, vorrei parlarvi di un manga/anime della mia infanzia, che, a mio modesto parere, può essere considerato un vero e proprio “poema cavalleresco”; non solo per il contesto feudale in cui si svolge, ma anche perché ne ha tutti i crismi: a partire dalla ricerca di un oggetto magico-mistico, ai combattimenti, alle donne angelicate e quelle guerriere, all’esaltazione di valori e virtù, senza ovviamente tralasciare mai il percorso iniziatico di crescita interiore dei protagonisti.

L’opera cui mi riferisco è “Inuyasha”, scritto e disegnato da Rumiko Takahashi. Desidero menzionarvi questo piccolo capolavoro per il ruolo unico e fondamentale che qui rivestono le spade; non solo in quanto armi, ma in quanto entità spirituali, senzienti e organiche al contempo e dell’evoluzione che hanno nel corso dell’evolversi del racconto, in una perfetta corrispondenza biunivoca con i loro proprietari.

Vado a spiegarmi meglio, entrando un po’ più nel dettaglio.

I protagonisti maschili sono due fratelli: Inuyasha e Sesshomaru, figli dello stesso padre, ma non della stessa madre; infatti, mentre Sesshomaru è un demone completo, Inuyasha è solo un mezzo demone. Alla morte del padre, questi lascia a ciascuno dei due figli una spada, ricavata da una delle sue zanne. Le due spade sono diverse ma complementari: Tessaiga, la spada di Inuyasha è fatta per essere brandita solo da un mezzo demone, è in grado di annientare cento demoni con un solo fendente, controlla la parte demoniaca del suo possessore, affinché non prevalga sul suo lato umano e acquisisce le proprietà dei nemici che sconfigge (un po’ come la spada di Godric Grifondoro che assorbe tutto ciò che la fortifica); Tenseiga, invece, è la spada di Sesshomaru, e, se quella di Inuyasha dava la morte, questa al contrario, è in grado di riportare in vita cento esseri umani con un solo colpo.

Se pensate che i due fratelli siano stati da subito contenti e consapevoli di cosa comportava l’eredità lasciatagli dal padre, vi sbagliate di grosso; queste due armi – assieme ad altre che non vi rivelo per non spoilerare troppo a chi ha intenzione di vedere o leggere la serie – li porteranno a crescere, comprendere meglio sé stessi, superare i propri limiti, le proprie debolezze, le proprie mancanze, diventando migliori.

Siamo giunti, anche questa volta, alla fine di questo viaggio attraverso simboli, oggetti magici e arcani. Vorrei tanto salutarvi lasciandovi la mia firma a fil di spada, come Zorro, ma forse e meglio congedarmi con le epiche parole de “L’ultimo samurai”: “Che cosa significa essere samurai? Dedicarsi anima e corpo ad una serie di principi morali e giungere alla perfezione per la via della spada”.

About Author

Sabrina Amato

Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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