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La burocrazia e la bontà: One life ovvero lo Schindler’s List inglese

Segui Email Bisogna essere onesti: leggendo la sinossi è difficile non avere un senso di deja vu. Nicholas Winton

La burocrazia e la bontà: One life ovvero lo Schindler’s List inglese

Bisogna essere onesti: leggendo la sinossi è difficile non avere un senso di deja vu.
Nicholas Winton (Johnny Flynn/Anthony Hopkins) un giovane ebreo della Londra bene decide, dopo un viaggio a Praga, di salvare più bambini possibili dalla follia espansionistica di Hitler che aveva appena annesso i Sudeti con il beneplacito di Italia, Francia e Regno Unito.
Dove abbiamo già sentito questa storia? Chiaramente il pensiero va al capolavoro di Spielberg, Schindler’s List, quindi sarà difficile, anche per me, evitare paragoni, più o meno consci.
Eppure, come nel caso appena menzionato, anche One life è tratto da una storia vera, adattamento cinematografo della biografia omonima del 2015 che la figlia di Nicholas, Barbara Winton, ha dedicato al padre.


La scintilla da cui nasce tutto è un viaggio di Grete, la moglie di Nicholas, per andare a trovare la figlia incinta. Nicholas ne approfitta per fare le pulizie di casa, da cui riemerge questo vecchio libro dei tempi di Praga, una vera e propria lista con foto e dati anagrafici di tutti i bambini cecoslovacchi che si volevano far espatriare a Londra, tramite un sistema di visti e adozioni presso volenterose famiglie londinesi.
Il film viaggia nel doppio binario presente (Londra anni 80) passato (Londra/Praga 1939) e tra la gioa per i bambini salvati e il  rimpianto per quelli che non ce l’hanno fatta ad espatriare, a causa dell’annessione della Polonia da parte della Germania che di fatto mise fine all’organizzazione capitana da Nicholas, bloccando tra l’altro il treno con il maggior numero di bambini da espatriare.
Nel presente Nicholas, dopo vari tentativi, trova le persone giuste per poter rendere pubblica la sua storia (la trasmissione di infontaiment That’s Life!) e questo dualismo viene infine superato.
Nicholas viene presentato come una persona qualunque, una persona dal cuore enorme ma senza particolari capacità, se non quella di essere “bravo con le scartoffie”. Il film pertanto si limita a mostrare le procedure “amministrative”(visti, adozioni, visite a consolati e uffici comunali) tramite le quali ben 669 bambini furono salvati da un destino crudele, mentre non vengono caratterizzati molto i vari personaggi.


Non esiste un vero e proprio antagonista, a parte qualche burocrate tedesco vagamente antipatico, lo stesso Hitler è una figura relegata agli strilli dei radiogiornali.
Tutto ciò forse rende il film un po’ impersonale, non entriamo in totale sintonia con i bambini salvati, anche se durante il finale a sorpresa è difficile non essere coinvolti.
Anthony Hopkins è misurato nella sua interpretazione, minimale e assolutamente in parte.
Helena Bonham Carter, nonostante capeggi nella locandina quasi da coprotagonista, ha invece un ruolo marginale (la madre del giovane Nicholas) mentre colpisce la somiglianza tra Johnny Flynn e il vero Nicholas Winton.
Lineare e minimale la regia James Hawes, al suo vero esordio al cinema, dopo una lunga e consolidata gavetta televisiva, con serie tv di vario genere (Penny Dreadful, Black Mirror, Slow Horses tra le altre).
Parafrasando Grete (che nel film per spronare Nicholas a rendere pubblico il suo libro gli dice che non è un atto di vanagloria) la memoria è fondamentale per combattere l’umana abitudine a ripetere sempre gli stessi errori. Pertanto il film risulta di stretta attualità, basti pensare alle guerre in Ucraina e Gaza, milioni di persone sfollate e costrette a lasciare le proprie città, spesso anche i propri cari. Proprio come a Praga nel 39.

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Andrea Cesaretti

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