Intervista (con sfida al lettore) a Laura Costantini, autrice della collana “Diario Vittoriano”

Oggi parliamo della presentazione del volume conclusivo della collana “Diario vittoriano”, di Laura Costantini: “Voi mi chiedete se l’amavo”. Avvenuta nella libreria Cultora di Roma il 31 ottobre. L’evento è stato unico nel suo genere perché si è svolto in abiti d’epoca vittoriana. Io e la mia amica Vittoria abbiamo colto l’occasione per cosplayare due dei personaggi principali del racconto; io ho interpretato uno di quelli più odiati dell’intera opera, per la serie: come farti amare dalle fan dell’autrice!

Ma facciamo un salto indietro e presentiamo come si deve l’autrice di cotanta opera letteraria: Miss Laura, una vera forza della natura: giornalista RAI e scrittrice che, con molta autoironia, ama definirsi “Sciupafogli, imbrattacarte, consumatastiere, e chi più ne ha…”.

Il Diario vittoriano è una collana costituita da quattro libri – considerando anche quello appena presentato – e due spin-off; in cui si narrano vicende dei protagonisti, secondarie alla trama principale, estremamente gustose. Ma il Diario è prima di tutto un romanzo storico, che ha il pregio – come I Promessi Sposi – di narrare vicende non vere, ma verisimili: come nel passato saranno vissuti milioni di “Renzi” e “Lucie”, così, purtroppo, ci saranno stati miliardi di anime innamorate, come i protagonisti dell’opera di Laura, che non hanno potuto vivere felicemente il loro amore, solo perché appartenenti allo stesso genere.

Questa storia mi ha conquistata per ogni suo singolo aspetto, a partire dalla trama, passando per i personaggi e concludendo con le atmosfere.

Se non lo avete ancora letto, finite l’articolo e correte a procurarvelo in libreria o su qualsiasi sito!

È una notte del 1881, quando in un luogo surreale e remoto del vasto impero coloniale di sua maestà la regina Vittoria, l’Occidente e l’Oriente si scontrano e s’incontrano: due ragazzini di tredici anni, d’aspetto e carattere quanto più distanti non potrebbero essere, ma al contempo complementari.

A Calcutta, quella notte dall’aria spessa e densa di umidità, sulle rive del fiume Hooghly illuminate da una luce calda, diafana e innaturale, inizierà l’amicizia, l’avventura e la corsa contro il tempo verso un fato ineluttabile di queste due anime legate da un’affinità elettiva che sfiderà il tempo, l’ipocrisia della società e, forse, persino la morte.

La storia si dipana sinuosa e affascinate tra le pagine del Diario vittoriano grazie all’estrema bravura della sua “mamma”, poetessa della più dolce e accurata vivisezione dell’animo umano e abile tour operator che, con le sue descrizioni sensoriali, dona un’esperienza 4D a chiunque si avventurerà tra le pagine della sua opera.

I lettori di questo articolo sono estremamente fortunati perché ho avuto il piacere e il privilegio di intervistare questa fantastica donna, prima ancora che autrice. E “monna” Laura non si è limitata a rispondere semplicemente alle domande, ma ha lanciato una sfida a tutte/i le/i lettrici/tori e future/i lettrici/tori.

Leggete l’articolo fino alla fine per scoprire di cosa si tratta!

L’intervista si dividerà in due parti: una convenzionale, per coloro che ancora non hanno letto nessuno dei volumi del Diario vittoriano e l’altra spoiler, per i/le fan che hanno seguito questa storia con passione e il fiato sospeso; a loro è dedicata la seconda parte, in cui verranno rivelate alcune chicche e curiosità sui personaggi del racconto.

Ma non perdiamoci in chiacchiere e cominciamo!

Laura, solitamente scrivi a quattro mani con Loredana Falcone, cosa ti ha condotta a desiderare una “partenogenesi” per quest’opera?

La base del Diario vittoriano è un manoscritto (sei quaderni a quadretti scritti fitti fitti fitti) che risale a quando avevo 15 anni. Kiran e Robert nacquero allora nella fervida fantasia di un’adolescente che si era imbevuta di avventure salgariane, ma che aveva – e ha mantenuto – una vena malinconica e crepuscolare. Il romanzo originale si fermò a un certo punto perché Kiran (che all’epoca, a causa dei suoi occhi da felino, si chiamava Tiger) e Robert (che invece si chiamava proprio così ed era lentigginoso e timido com’è rimasto) volevano qualcosa di più di quell’amicizia fraterna. Ma io, all’epoca, non ero in grado di dargliela. Loro però non si sono rassegnati e mi sono rimasti nella mente e nel cuore per molti, moltissimi anni. Poi è arrivato il lungo trasferimento in Molise, la solitudine e la malinconia. E ho ripreso, da sola, quell’antico progetto potendo fornire alla storia e ai miei personaggi una scrittura più matura e quell’amore “che non osa pronunciare il proprio nome” cui aspiravano.

C’è un episodio del tuo vissuto personale che ha ispirato il tuo racconto o alcune delle sue vicende?

No. Quello che ho posto nella storia sono alcune realtà e alcune aspirazioni. Ho detto più volte che Robert ha molte delle mie caratteristiche reali mentre Kiran è un ideale. A parte gli orrori che è stato costretto a vivere, mi piacerebbe essere coraggiosa/incosciente come lui.

I personaggi del Diario vittoriano sono tutti frutto della tua fantasia o qualcuno è ispirato a persone reali?

Kiran e Robert sono profondamente miei, nessun rimando a persone reali. Poi ci sono i comprimari: il dottor Mallard ha l’ironia e lo sguardo pieno di comprensione di Michael Caine; Sir William, il padre di Robert, ha la dirittura morale e il volto piacevole di Colin Firth; il duca di Cavendish ha il fascino torbido di Mads Mikkelnsen mentre Sir Antony ha, nella mia fantasia, il sorriso criminale di Daniel Day Lewis. Ma un discorso speciale merita un personaggio che è entrato di prepotenza nella storia, sulle ali di una canzone. Mentre scrivevo ascoltavo la radio e andava per la maggiore “Lost on you” di LP. Quelle parole e quel volto intenso hanno preteso che Henry O’Donaghue entrasse nella vita di Kiran. Con tutte le conseguenze del caso.

Quanto la formazione classica ha influito sui sentimenti che provano i due protagonisti?

Kiran e Robert sono stati molto autonomi da questo punto di vista. Loro volevano amarsi come solo le anime affini sanno. Per questo mi trovo in difficoltà nel definirlo un male to male. Il Diario vittoriano è una serie a tema Lgbt (l’acronimo completo non me lo ricordo mai, quindi mi fermo alle prime 4 lettere) che risente, com’è ovvio, di un sostrato di amori arcobaleno che fanno parte della storia dell’umanità. La verità è che ho approfondito i temi dell’omosessualità e della bisessualità solo dopo aver scritto la storia. Il saggio di Eva Cantarella (Seconda natura. La bisessualità nel mondo antico) mi ha confermato ciò che sentivo mentre mi ha sorpreso Queer City di Peter Ackroyd, mostrando l’involuzione della libertà sessuale di Londra dall’epoca romana e medievale fino all’epoca vittoriana che fu veramente oscura per chi amava in modo “diverso”.

Hai mai visitato l’Inghilterra o l’India?

Il mondo anglosassone mi affascina. Negli anni ho visitato Londra, Stonehenge, la Scozia, l’Irlanda abbeverandomi delle atmosfere che sento molto più affini a me di quelle mediterranee che mi appartengono per nascita. In India non sono mai stata, ma ho soggiornato per un mese in Nepal, ospite di una famiglia nepalese. Ho vissuto con loro e quello è un mondo che ricalca l’India in piccolo, con i fiumi sacri, i templi, le scimmie e le mucche sacre, la stagione dei monsoni, le cime eterne dell’Himalaya all’orizzonte. E Kiran da lì viene, da un piccolo principato sulle pendici del tetto del mondo. Per inciso, il principe Bhanuprakash ha il volto e il fisico di Kabir Bedi, nella mia mente.

Ed ora iniziamo la tanto attesa parte “spoiler” per i fan e tutti i curiosoni che vogliono saperne di più.

“Ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato ama il tuo peccato e sarai innocente.” Ha scritto Shakespeare nel suo Giulietta e Romeo. Potremmo utilizzare quest’affermazione come chiave di lettura dell’intera opera e definire Kiran e Robert i Giulietta e Romeo 2.0?

Beh, mi inchino al paragone inarrivabile, ma sì. Gli amori contrastati hanno sempre una grandissima presa su lettori e lettrici, anche se in questo caso la relazione tra Kiran e Robert è anche – o forse soprattutto – una cartina al tornasole per descrivere un’epoca che appare lontana, nel tempo e nello spazio, ma ci assomiglia molto più di quanto ci piacerebbe pensare. Condannare l’amore in base al genere di appartenenza di chi lo vive è un peccato dell’anima. E, per parafrasare Wilde, sono i peccati dell’anima quelli che arrecano vergogna.

C’è un legame e se sì, in quali termini con il De Profundis di Oscar Wilde?

Il “De profundis” è una lunga lettera. Nel mio caso siamo di fronte a un diario che mette a nudo l’anima di Robert. E sì, il nostro appassionato scozzese dalle molte lentiggini potrebbe senz’altro dire “I don’t write … to put bitterness into your heart, but to pluck it out of mine”. Fermo restando che il rapporto tra Oscar Wilde e il suo Bosie non ha alcun punto di contatto con quello che unisce Robert e Kiran. I miei ragazzi sono coetanei e il loro afflato è simultaneo, non ci sono squilibri nell’intensità del sentimento che li unisce. Però una curiosità c’è. Sebbene io abbia sempre amato Wilde – soprattutto “Il ritratto di Dorian Gray” – non avevo coscientemente realizzato che il suo Bosie fosse Lord Alfred Douglas. E il nome completo di Kiran è Kiran Benedict Douglas, conte di Lennox. Nome scelto senza alcuna consapevolezza della citazione.

I primi tre libri che compongono il Diario vittoriano s’intitolano “Il ragazzo ombra”, “Lord Kiran di Lennox” e “Miss Adele Dickinson”; tre modi diversi per indicare un’unica persona. Tre inquadrature in cui la “telecamera” dell’autrice ci ha mostrato lo stesso personaggio in un percorso di crescita e cambiamento. Era un dettaglio già stabilito e voluto dall’inizio di questa avventura grafica? Puoi raccontarci un po’ del dietro le quinte del Diario vittoriano?

Io dico sempre che la scrittura ne sa più dell’autore. Il Diario vittoriano è nato come un lungo, lunghissimo manoscritto la cui stesura ha portato via quattordici mesi, dall’agosto del 2015 all’ottobre del 2016. Quando ho messo la parola fine – e ho sofferto moltissimo nel farlo, come ho raccontato sul mio sito – mi sono resa conto che era un malloppo da un milione e duecentomila battute. Un azzardo imperdonabile, dal punto di vista editoriale. Ed ero già pronta a rinunciare a qualsiasi velleità di pubblicazione. Infatti chiesi ospitalità al portale www.cultora.it per farne un feuilleton 2.0. Poi una carissima amica, e brava scrittrice, venne ad avvisarmi di un sospetto di plagio e a tirarmi le orecchie per la scarsa fiducia in me stessa. Così ci ho provato e la goWare di Firenze ha accolto con gioia i miei ragazzi e la proposta di farne una serie di quattro volumi. Le cover, delle meravigliose fumettiste Dany&Dany – sono nate dalla necessità, come hai giustamente notato, di mettere a fuoco l’evoluzione di Kiran. Ma nella cover del quarto volume Kiran non c’è… *crea la suspense e fugge*.

Durante la lettura di questa splendida storia mi sono sovvenute bizzarre affinità con la Traviata, ma ancor più con il suo diretto discendente Moulin Rouge. Probabilmente è frutto della mia fervida fantasia, ma non riesco a non pensare a Robert che duetta con Kiran nella “Scena dell’Elefante”!

Partiamo da una confessione: sono una melomane e impazzisco per il melodramma. Tra l’altro “La traviata” di Giuseppe Verdi è una delle mie opere preferite e ha quell’afflato romantico e tragico proprio di un amore senza diritto di cittadinanza che molto si avvicina al mood del Diario vittoriano. L’idea di Kiran e Robert nella scena di “Moulin rouge” mi fa sorridere, ma sarebbe stupendo sentirli cantare. Nella storia il fatto che Kiran abbia, anche, una bella voce e sappia cantare emerge quando intona una struggente ninna nanna in hindi per la piccola Margaret, la sorellastra di Robert. In quanto al nostro adorato scozzese, anche se non si esibisce, l’ho sempre immaginato capace di cantare quelle splendide e malinconiche melodie tipiche delle Highlands.

Leggendo le pagine di quest’opera si prende amara consapevolezza del fatto che il fenomeno del turismo sessuale minorile non è purtroppo una piaga così recente; ma il sentimento malato che lega Lord Cavendish a Kiran va ben oltre questo. Mi piacerebbe analizzare più approfonditamente la complessità di questo personaggio.

Absalom Spencer duca di Cavendish è un personaggio che mi è letteralmente esploso tra le mani e raggiungerà il suo apice nel quarto volume. Non ha alcuna volontà, né speranza, di redenzione. È un pedofilo. È malato e nulla può giustificare ciò che fa, anche se in quell’epoca oscura l’abuso sui minori, soprattutto quelli nati nell’inferno della povertà, era diffuso, noto, tollerato. Non ho mai voluto fornirgli una sfumatura positiva. Non ne ha. Eppure ha lottato fino alla fine per conquistarsi un proprio spazio e un motivo d’essere nel destino di Kiran. Perché un uomo di quel genere, così perverso e crudele, ha concepito proprio malgrado un sentimento, contorto e unilaterale, nei confronti della propria vittima. Lo conosciamo abituato a disinteressarsi dei propri schiavi una volta che hanno perso ciò che lo attrae. Ma non riesce a disinteressarsi di Kiran. Non posso dire di più, ma nel quarto volume accadranno cose che aiuteranno a completare il quadro.

In un’epoca in cui il grande schermo ci ha resi degli eruditi sugli Avengers, il fatto che Lord Kiran decida di indossare la maschera di Adele per combattere il crimine e difendere i più deboli in una Londra Dickensiana che ricorda quanto mai Gotham City, non può non farlo assurgere al rango di supereroe giustiziere, anche se decisamente particolare per aspetto e “superpoteri”. È possibile saperne di più su Miss Dickinson?

Il vezzo di indossare abiti femminili era abbastanza diffuso tra i maschi vittoriani. Lo testimoniano numerose foto d’epoca che giocano molto sul ridicolo e sul grottesco. C’è un sottofondo queer nella storia londinese e ci sono personaggi storici di uomini vissuti come donne e donne vissute come uomini che, se se ne parlasse più spesso e più diffusamente, cambierebbero di molto la percezione del gender fluid come risultato del nostro sedicente progresso. Il superpotere di Kiran è che lui riesce a essere perfettamente credibile come donna, almeno quanto lo è come uomo. La prima a rendersene conto fu Alvena quando lo fece travestire da giovane servetta indiana, nel primo volume. Una trasformazione che sconvolse Sir William e accese in lui i timori sul coinvolgimento emotivo di Robert per quel ragazzino mezzosangue. La creazione di Adele è l’escamotage che consente a Kiran di recuperare gli orfani nei vicoli degli slum di Londra senza incorrere nel sospetto di essere uno di quelli contro cui lotterà per tutta la vita: un trafficante di esseri umani, un lenone a caccia di prede per l’inesausta fame dei clienti delle migliaia di bordelli di Londra. Una donna non avrebbe dato nell’occhio, non in quel senso almeno. Così, con l’aiuto di Flossie, si costruisce addosso il personaggio. Altezza fuori della norma (Kiran è alto circa un metro e ottanta per poco meno di settanta chili), voce aspra, mani grandi e corporatura che non rispecchia i canoni di bellezza dell’epoca. Il corsetto che si fa realizzare deve sminuire l’ampiezza delle spalle allargando fianchi e giro vita e creando un seno piuttosto materno. Per questo Adele viene percepita come corpulenta. Inoltre si muove appoggiandosi a un bastone e indossa stivaletti col tacco asimmetrico per simulare la zoppia. Una zitella eccentrica, quindi. Americana, perché gli inglesi si sono sempre aspettati il peggio dai propri ex coloni. E un velo fittissimo sulla faccia, perché Adele deve essere una donna matura e non particolarmente avvenente. Eppure lo è, perché ha una grazia innata e un a femminilità naturale pur senza mostrare quel volto che potrebbe tranquillamente appartenere a una donna. Il fascino che Adele esercita sui lettori, e sul povero ispettore Cameron, è legato a una sfaccettatura della personalità di Kiran che gli consente di calarsi completamente nei panni di una donna. Vorrebbe esserlo? No, lo dice chiaramente più di una volta. Ma accetta, e sfrutta al meglio, quella capacità. Per inciso, Robert adora Kiran, ma non ama affatto Adele.

La nostra intervista è ormai giunta al termine. Laura ti ringrazio di cuore per il tempo che ci hai dedicato e per le tue risposte gentili ed esaurienti. Ti lascio la parola affinché possa ergerti a “sfinge” e proporre il tuo enigma ai tanti “Edipi” che ci seguono.

Visto l’affetto che i lettori stanno tributando a questa mia serie, vorrei proporre solo una piccola sfida: nei quattro volumi sono contenuti due “tributi” a una serie televisiva che ho amato moltissimo e una “citazione” di una canzone dei Thirty Seconds to Mars. Chi riuscisse a individuarli mi scriva a laurazgcostantini@gmail.com e si aggiudicherà un premio!

 

About the author

Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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