Genazzano, un luogo dal fascino senza tempo… nel Guinness dei primati!

Conoscete il vino di Olevano?

Beh, se ancora non l’avete assaggiato dovete assolutamente provarlo!

Il Cesanese di Olevano Romano è un vino rosso che si divide principalmente in due varianti: secco e corposo e dolce frizzante. Io adoro quest’ultima; è stato amore al primo assaggio quando feci la sua conoscenza in una trattoria romana. E proprio dalla ricerca di questo vino nasce la nostra storia.

Un giorno d’estate, di buon mattino mi sono messa in viaggio con la mia popy-car, diretta ad Olevano Romano con l’obiettivo di trovare una “cantina” che vendesse il mio amato Cesanese. Fortunatamente non ho avuto difficoltà a trovarla. Ma una volta chiuso il porta bagagli con i miei alcolici acquisti, erano appena le 10 e 30; che fare? Non si poteva tornare a casa con una così bella giornata. Allora ho chiesto al proprietario della cantina se conosceva un posto carino da visitare lì vicino; così mi ha consigliato di andare a Genazzano. Mai sentito in vita mia.

Una volta arrivata in paese parcheggio nella piazza principale, all’ombra di un imponente palazzo il cui basamento è rafforzato da enormi contrafforti a scarpa, e mi incammino per una delle stradine, incominciando la mia passeggiata.

Ad un certo punto mi imbatto in quella che, dalla mole, sembra essere la chiesa principale: il Santuario della Madonna del Buon Consiglio.

La facciata è ornata con sei pilastri ionici scanalati e quattro mosaici; salgo le scale e oltrepasso l’imponente portale. All’interno vengo accolta da un ambiente a tre navate ricoperto da una raffinata profusione di affreschi, marmi policromi ed eleganti decorazioni in oro. La navata centrale ospita un pulpito seicentesco, anch’esso di marmi policromi. E scopro che la chiesa dal 1400 divenne meta di numerosi pellegrinaggi poiché, miracolosamente, un’immagine raffigurante la Madonna ed il Bambino si staccò da un affresco di una chiesa di Scutari, città albanese, durante l’assedio dei Turchi Ottomani e, sorretta dagli angeli, arrivò a Genazzano, posandosi sulla chiesa in costruzione.

Ciò che più ha catturato la mia attenzione, oltre la splendida balaustra marmorea raffigurante angeli che sorreggono un voluminoso drappo di stoffa, è la leggenda legata all’altare della navata di destra; quest’ultimo, infatti, custodisce un affresco di Gesù Crocifisso del XV secolo, che è legato a un fatto sconvolgente accaduto tra il 1541 ed il 1549. Un soldato, dopo aver perduto tutto il denaro col gioco, entrò in chiesa e colpì l’immagine con una spada, che, piegandosi, versò miracolosamente molto sangue. Si dice che i Colonna – signori del feudo – avessero tentato invano di raddrizzare la spada, la quale, una volta riforgiata, si sarebbe ripiegata nuovamente. Ulteriori tentativi non sortirono alcun effetto. La spada è tuttora custodita in una nicchia proprio accanto l’altare.

Una volta uscita dalla chiesa, la mia attenzione viene attirata da un delizioso profumo di biscotti appena sfornati, e lasciandomi la facciata della chiesa alle spalle, seguo, lungo la strada, l’invitante scia invisibile che mi conduce ad un forno dall’ingresso anonimo, ma dalla pasticceria secca squisita; acquisto un sacchetto di biscotti e soddisfatta continuo la mia passeggiata. Dopo aver proseguito per alcuni minuti, giungo ad uno dei massicci ingressi candidi e merlati del paese, ma proprio poco prima del possente arco, alla mia sinistra si apre la vista di un’irta scalinata di pietra, alla cui sommità si staglia una chiesa dalla facciata umile e semplicissima. Curiosa di scoprire com’è all’interno mi inerpico per la scalinata e, una volta all’interno, il contrasto con l’aspetto dimesso dell’esterno è fortissimo. Un tripudio di figure e colori danzano davanti ai miei occhi su ogni parete dell’edificio, sono disposte su vari registri, ma alcune si sovrappongono alle altre, segno evidente che non tutti gli affreschi appartengono alla stessa epoca.

Leggo che il primo ciclo, risalente al XIV secolo, è individuabile ai lati dell’abside: a sinistra l’immagine di S. Caterina d’Alessandria, a destra quella di S. Antonio Abate e un gruppo di tre figure di benedettini, una con il breviario in mano, e due inginocchiate in atto di implorazione. Solo questo rimane del primo ciclo e sono venuti alla luce a causa di un distacco dell’intonaco che ha parzialmente tagliato la figura di un successivo San Francesco che riceve le stimmate. Questa immagine sovrapposta fa parte di una fascia di episodi di minor pregio: il terzo ciclo, che venne realizzato nel registro superiore delle pareti laterali e nella controfacciata entro il 1447, come si deduce da un graffito sulla tonaca della terza figura a destra dell’ingresso: “Hic fuit Michael Resenplans de quondam Micheli Gunden […] cum cardinali Capuano anno domini MCCCCXLVII. mense ianuari”.

Un secondo ciclo di affreschi, realizzati negli anni ’20 del Quattrocento, è individuabile sui registri inferiori delle pareti destra e sinistra. La Crocifissione del catino absidale invece, appartiene ad un quarto ciclo, risalente al XVIII secolo. Della pavimentazione originaria non c’è più traccia, mentre è presente ancora un’acquasantiera ricavata da un capitello logorato.

Inoltre scopro di essere stata molto fortunata perché questa chiesa è aperta solo alcuni giorni dell’anno.

Uscita dall’edificio, estasiata per una simile inaspettata sorpresa, vengo colta dal sonoro brontolio del mio stomaco che mi comunica gentilmente che, come si suol dire: si è fatta una certa…

Mi ricordo che nella piazza dove ho lasciato la macchina avevo scorto l’insegna di una trattoria che non sembrava affatto male; così faccio dietro front e ritorno sui miei passi.

Il posto dove ho pranzato è davvero suggestivo, una veranda che si affaccia con ampie vetrate sulla lussureggiante vallata sottostante che dà un senso di piacevole serenità. Inoltre il gestore del ristorante mi ha raccontato che Genazzano è nel Guinness World Records!

Vi starete chiedendo per cosa…

Questo paese vanta la più antica – dal 1883 – e la più lunga infiorata del mondo: 1642,57 metri ininterrotti di disegni, figure, scritte e sfondi composti esclusivamente da materiale estratto dai fiori!

Per la cronaca, l’infiorata ricorre ogni anno la prima domenica di luglio e durante questo evento si svolge per le vie del centro storico una processione cui partecipano ben 400 figuranti, nella quale vengono rievocati episodi e personaggi del Vecchio e Nuovo Testamento, da Adamo ed Eva fino alla Via Crucis.

Ora, ristorata e felice sono pronta per una passeggiatina digestiva alla ricerca di un posto fresco e tranquillo in cui fare la siesta leggendo qualche pagina del libro che ho in borsa.

Salendo le scale di una stradina adiacente l’imponente palazzo che domina la piazza principale, giungo allo spiazzo che dà accesso alla corte dell’edificio dalla foggia cinquecentesca; al cui centro domina una bella fontana dalla vasca ottagonale, decorata con teste di satiri e sirene dalla coda bifida che, grazie alle mie nozioni di storia dell’arte, mi informa che il palazzo è stato possedimento dei Colonna, di cui questa creatura è uno degli emblemi araldici. Alzo gli occhi dalla fontana e accarezzo con lo sguardo il candido prospetto a due ordini di arcate a tutto sesto su colonne in marmo; attraverso un ampio scalone accedo al piano nobile, con enormi saloni che purtroppo hanno quasi del tutto perso le decorazioni originarie.

Scopro così che al suo interno il palazzo ospita il Centro Internazionale di Arte Contemporanea – che organizza mostre, eventi, incontri, concerti e molto altro – una biblioteca, una videoteca, sale conferenze, punti ristoro e laboratori didattici.

Tornata nel cortile, decido di attraversare il ponte panoramico che collega l’edificio alla massiccia altura prospiciente, giungendo così ad una specie di giardino pensile: il Parco degli Elcini, un giardino incantato abitato da alberi dai profumi aromatici e balsamici e piante che avvolgono in verdi spire i resti di un antico acquedotto romano.

Decido di sedermi su una panchina per dedicarmi ad un momento di rilassante lettura in armonia con la natura che mi circonda.

Quando chiudo il libro è ormai pomeriggio inoltrato, così mi accingo a fare il percorso a ritroso e raggiungere la mia popy car per avviarmi verso casa; ma proprio mentre con l’auto varco l’arco d’accesso al paese, accanto alla chiesa di Santa Croce, noto un’insegna su cui c’è scritto “Ninfeo del Bramante” … mmm… interessante…

Metto la freccia e seguo l’indicazione.

Giungo così ad una strada costeggiata da clivi erbosi; parcheggio. Appena scesa dall’auto, la mia attenzione viene catturata da un lieve, ma distinguibile scroscio d’acqua. Scendo degli scalini un po’ dissestati che si aprono alla mia sinistra e sento sempre più intenso il gorgoglio di un ruscello. Proprio mentre sto per raggiungerlo, un raggio di luce radente mi inonda il viso, reso anche più tagliente da un ostacolo che ne ha modellato la forma. Mi volto a sinistra e alla mia vista si apre un complesso monumentale di proporzioni imponenti quanto aggraziate e slanciate: il ninfeo.

Mi dirigo verso lo spiazzo erboso prospiciente le rovine e comincio una curiosa ed affascinata esplorazione. Nel suo momento di splendore doveva sicuramente essere stato un luogo incantevole: un casino con facciata a loggia di tre campate, aperta verso la valletta e absidata sui due lati corti. La copertura del loggiato, ora crollata, doveva essere a cupola nella campata centrale e a crociera nelle campate laterali. Dietro al portico si estende in parallelo un ambiente rialzato costituito da tre vani rettangolari voltati a crociera, le cui pareti sono articolate da nicchie circolari e rettangolari, il vano centrale è absidato. Sul fianco nord di questo ambiente si trova una stanza ottagona che presenta grandi nicchie disposte diagonalmente, con sedili al loro interno, che consentivano di riposare godendo del fresco ombroso e dei getti d’acqua restando all’asciutto, e una vasca d’acqua circolare al centro. L’alimentazione doveva essere garantita da una sorgente vicina. Ai lati del corpo centrale della fabbrica ci sono due stanze quadrate con due rispettivi ambienti retrostanti.

Caratteristico dell’edificio è l’elemento stilistico delle serliane con archi concentrici e cinque oculi, poste tra la loggia e l’ambiente più interno, e il motivo degli archi con oculi appare tipicamente bramantesco.

Dopo aver percorso e vissuto questo luogo senza tempo a passi “lenti e tardi”, è giunto proprio il momento di tornare a casa. Salgo in auto, giro la chiave e nella luce dorata del tramonto prendo la via del ritorno.

 

About the author

Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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