“Vieni sul mio cuore innamorato, mio bel gatto: trattieni gli artigli e lasciami sprofondare nei tuoi occhi belli, misti d’agata e metallo.”

(Charles Baudelaire)

Il gatto è un’altra di quelle creature reali che, come il serpente, è assurto al livello di essere leggendario, mitologico o divino “ad honorem”.

Credo che pochi animali possano esercitare un fascino pari a quello del gatto; sebbene nel corso dei secoli sia stato considerato in modi molto diversi e spesso antitetici. La sola cosa certa è che, nel bene e nel male, nessuno, nel corso della storia, è rimasto indifferente a questa piccola e carismatica palla di pelo.

E senza indugiare oltre, diamo inizio a questo viaggio nel mondo sensuale e ronfante dei gatti!

Origini

L’origine di questo piccolo felino risale al periodo terziario, circa cinquanta milioni di anni fa, nell’area della Mezzaluna Fertile, una regione storica del Medio Oriente che comprendeva l’Egitto e la Mesopotamia. Si ritiene sia discendente del Felis sylvestris libica (il gatto selvatico africano) e del Felis chaus (il gatto della giungla) e che la sua domesticazione sia avvenuta tra il 7500 e il 7000 a.C.. La coabitazione dei gatti con gli uomini è probabilmente cominciata con l’inizio dell’agricoltura: l’immagazzinamento del grano ha attirato i topi, che a loro volta hanno attirato i gatti, loro predatori naturali.

Un popolo in particolare strinse un legame speciale con il gatto, fino a dare le sue sembianze a una divinità: gli Egizi. In Egitto i gatti vennero prima addomesticati per salvaguardarsi da topi, serpenti e scorpioni, ma nel periodo del Nuovo Regno – cioè tra il XVI e l’XI secolo a.C. – diventarono sempre più animali da compagnia. Questo fatto ebbe nel tempo delle indicative ripercussioni sul pantheon egizio: i biologi Dennis C. Turner e Patrick Bateson stimano che durante la XXII dinastia – 945-715 a.C. – la dea Bastet passò dall’essere connotata come una guerriera con fattezze leonine al venire definitivamente rappresentata come una divinità della famiglia e della fertilità, rassicurante e materna, dalle sembianze di gatto – poiché i gatti domestici tendono ad avere un comportamento mite e protettivo nei confronti della loro casa, e della loro prole – al contrario di sua sorella Sekhmet che manteneva l’aspetto leonino e veniva descritta come una dea particolarmente violenta e temibile.

Divinizzando i tratti del gatto nella dea Bastet, il culto di questo felino, raggiunse una diffusione tale che in Egitto era protetto dalla legge. Era vietato fargli del male o trasferirlo al di fuori dei confini del regno dei faraoni. Chi violava tali disposizioni, era passibile di pena di morte. Per di più, come racconta lo storico greco Erodoto (484-425 a.C.) nelle sue “Storie”:

“Gli abitanti di una casa dove un gatto è morto di morte naturale si radono le sopracciglia […]. I gatti morti vengono portati in edifici sacri dove vengono imbalsamati e seppelliti nella città di Bubasti.”

Da scavi nel sito archeologico di Bubasti è stato ritrovato un grandissimo cimitero di gatti mummificati, bendati con gli arti distesi e seppelliti con vicino ciotole per il latte e oggetti per la sopravvivenza nell’aldilà.

È innegabile che gli Egizi fossero un vero popolo di gattari, a partire dalla famiglia reale.

Ad esempio la “Grande sposa reale” Tiy, moglie di Amenofi III – 1390-1350 a.C. ca. – e sua figlia Sitamon sono state ritratte insieme a una gatta e un’oca domestiche. E, sullo schienale del trono della principessa Sitamon, rinvenuto nella tomba dei suoi nonni materni Yuya e Tuia, una gatta compare seduta sotto lo scranno dove siede la regina Tiy. Per non parlare del principe ereditario Thutmose, che fece seppellire la sua gatta Myt nella necropoli di Menfi in un piccolo sarcofago di pietra, oggi al Museo del Cairo. Le iscrizioni geroglifiche che lo decorano descrivono la trasformazione della gatta in “un’Osiride” – come si credeva avvenisse a tutte le persone defunte – è riportano, inoltre, ciò che la dea Iside avrebbe esclamato accogliendo la gatta Myt nell’aldilà:

“Io stendo le mie braccia dietro di te per proteggerti.”

Su una parete del sarcofago la gatta è ritratta con un fiocco al collo. Al suo interno, oltre alla mummia dell’animale, fu rinvenuta addirittura una statuetta ushabti, destinata a prendere magicamente vita e aiutare la gatta nelle faccende quotidiane nel mondo dei morti.

Nonostante le leggi egizie proibissero l’esportazione dei gatti, ritenuti appunto animali sacri, i navigatori fenici li contrabbandarono fuori del paese, facendone oggetto di commercio insieme ad altre merci preziose. Così il gatto si diffuse dapprima in Grecia, poi a Roma e da lì, in tutto l’Impero.

Infatti, i Romani, come i Greci, erano soliti usare altri carnivori, come la donnola, la faina, la martora e il furetto, per cacciare topi, ma presto si accorsero che i gatti si addomesticavano più facilmente affezionandosi alla casa e ai proprietari, o almeno a uno di essi.

I gatti erano degli ottimi acchiappa topi e, per questo venivano considerati degni di stima nei paesi in cui si erano diffusi in seguito al loro commercio illegale. Ma come accennavo poco fa, per gli Egizi questi felini erano molto di più. Lo storico Diodoro Siculo, ad esempio, narra un episodio singolare che avvenne in Egitto, dove si era recato per assistere alla CLXXX Olimpiade (fra il 60 e il 56 a.C.). In quell’occasione egli fu testimone della rabbia della gente che linciò un cittadino romano reo di aver ucciso accidentalmente un gatto.

I gatti in Egitto erano una cosa seria. Creature divine dalla forte valenza simbolica; sebbene nel corso dei secoli il modo in cui veniva concepito mutò gradualmente. Vado a spiegarmi meglio.

Il gatto, come naturalmente anche la dea Bastet, era decisamente legato al culto solare.

Numerose raffigurazioni artistiche lo rappresentano mentre con una zampa schiaccia e con l’altra, munita di coltello, taglia la testa ad Apophis, il Serpente delle Tenebre, che personifica i nemici del Sole e che cerca di far rovesciare la barca sacra in cui è trasportato durante la notturna traversata del mondo sotterraneo.

In seguito al regno di Alessandro Magno (356-323 a.C.), con l’instaurarsi della dinastia tolemaica – di origine greca – sul trono d’Egitto le pratiche e le credenze tradizionali di questo paese vennero conservate, ma spesso interpretandole in relazione alla cultura greca. Così, alla teologia di Bastet, si aggiunse una certa ellenizzazione della dea, che prese anche il nome di Ailuros (in greco significa gatto), divenendo inoltre un aspetto di Artemide, dea greca della luna. Così, per adattarsi alla mitologia dei sovrani ellenistici, Bastet fu resa sorella di Horus, identificato come Apollo (fratello di Artemide), e di conseguenza figlia di divinità estremamente importanti nella tarda religione egizia, Iside e Ra. Quando i Tolomei caddero e Roma prese il loro posto in Egitto (30 a.C.), l’interpretazione latina delle divinità egizie rimase conforme a quella greca.

Inoltre il gatto si ritrova nella mitologia non solo romana – dove è presente anche come attributo della dea Libertas, e credo sia inutile spiegarvi l’accostamento – ma anche in quella indiana in cui Shasti, la dea protettrice delle nascite e dei bambini, in origine rappresentata con il volto dalle fattezze feline, cavalca un grosso gatto; similmente Freja, la norrena divinità dell’amore. Infatti, come espone l’“Edda” dello storico e poeta Snorri Sturluson (1179-1214):

“La sua sala, Sessrúmnir, è grande e bella. Quando viaggia, ella siede su un carro tirato da due gatti.”

Gatti nel Medioevo

Durante il periodo medievale, nel bacino del Mediterraneo, al gatto venne riservato un trattamento diverso principalmente in base alla fede professata e al colore del suo manto. Tra i musulmani i gatti venivano e vengono trattati tuttora con estrema benevolenza. Il gatto, probabilmente anche grazie alla sua grande igiene, è considerato un animale puro: può entrare nelle moschee, non contamina l’acqua delle abluzioni qualora vi attinga per bere e non invalida la preghiera giornaliera con la sua presenza. Questa predilezione affonda le sue radici nella tradizione, poiché, secondo alcuni antichi racconti, Maometto, dopo essere stato salvato da un morso di serpente da una gatta soriana, aveva adottato quest’ultima chiamandola Muezza.

In Europa i gatti non erano tra gli animali più amati, ma di certo tra i più utili per la loro abilità venatoria ai danni dei roditori. A giocare a loro sfavore nell’opinione pubblica vi era il loro atteggiamento poco incline all’accondiscendenza, le loro movenza sinuose e quella sua spiacevole identificazione con il male in generale e il diavolo in particolare…

Gregorio IX, nella bolla papale “Vox in Rama” (1233), riporta quanto gli è stato riferito dall’inquisitore Corrado di Marburgo riguardo un culto satanico che andava diffondendosi in Germania, da parte di una setta di “Luciferiani”:

“Poi, tutti si siedono per banchettare e, al termine, tutti si alzano. Da una specie di statua che di solito si trova in queste riunioni, emerge un gatto nero: è grande quanto un cane di buona taglia, ed entra camminando all’indietro con la coda sollevata. Per prima cosa il novizio gli bacia il posteriore, poi fa lo stesso il Maestro delle Cerimonie, ed infine vi partecipano tutti, a turno. O almeno, tutti quelli che meritano tanto onore. Il resto, cioè coloro che non ne sono ritenuti degni, baciano il Maestro delle Cerimonie. Ritornati ai loro posti, per un po’ restano in piedi in silenzio, con le teste girate verso il gatto. Quindi il Maestro esclama: «Perdonaci». La persona dietro di lui ripete la formula ed una terza aggiunge: «Signore lo sappiamo». Un quarto partecipante finisce la formula dicendo: «Obbediremo». Quando questa cerimonia si è conclusa, le luci vengono spente ed i presenti si abbandonano alla più abominevole sensualità. Se ci sono più uomini che donne, questi soddisfano tra di loro i reciproci depravati appetiti. Le donne fanno lo stesso l’una con l’altra. Alla fine di tali orrori si riaccendono le lampade ed ognuno torna al suo posto. Quindi, da un angolo buio emerge la figura di un uomo. La parte superiore del suo corpo, dai fianchi in su, risplende come il sole ma, sotto, la sua pelle è grezza e coperta da una pelliccia, come un gatto. Il Maestro delle Cerimonie taglia un pezzo del vestito del novizio e dice a quella risplendente immagine: «Maestro, mi è stato dato questo ed io, a mia volta, lo passo a te». Al che l’altro risponde: «Tu mi hai ben servito e meglio mi servirai ancora nel futuro. Metterò sul tuo conto ciò che mi hai dato». E sparisce non appena pronunciate queste parole.”

Non vi risulterà difficile immaginare quali ripercussioni ebbero simili affermazioni sui gatti, in primis neri, ma anche gli altri non erano esenti da sospetto; soprattutto se se ne prendeva cura una donna sola, ancor più se attempata che, naturalmente, ai giorni nostri sarebbe stata semplicemente considerata una gattara, mentre, nel Medioevo, risultava una papabilissima strega.

Decisamente il Medioevo cristiano non è stato un periodo fortunatissimo per il gatto, ma a quegli anni risale dunque l’inscindibile sodalizio tra strega/mago e gatto, che rimarrà indelebilmente nell’immaginario collettivo. Si pensi a Sabrina Spellman e il suo Salem, Hermione e Grattastinchi, Kim e Cagliostro oppure Gargamella e la sua gatta Birba.

Inoltre, quanto espresso nella bolla papale appena citata, purtroppo, in parte riecheggia anche nell’Islam; infatti si riteneva e si ritiene che i djin – entità soprannaturali, intermedie fra il mondo angelico e l’umanità, aventi per lo più carattere maligno – potessero assumere diverse sembianze tra cui, una delle loro predilette era proprio quella di un gatto o un cane nero. a questo proposito il teologo arabo Ibn Taymiyya (1263-1328) disse:

“Il cane nero è il demonio dei cani, e i djin assumono diverse forme, anche del gatto nero; perché il nero accomuna la forza dei demoni con altre, e in essa c’è la forza del calore.”

Infatti i djin, a differenza degli umani, che sarebbero stati creati dalla terra, e degli angeli, la cui natura sarebbe di luce, trarrebbero la loro origine dal fuoco.

Ma non ovunque si ha un’opinione negativa del gatto nero.

Il gatto nero

Come accennavo poco fa, non ovunque il gatto nero è considerato incarnazione del male o presagio di mala sorte, tutt’altro! In alcuni paesi è persino considerato di buon auspicio, portatore di ricchezza e prosperità. Ne avevano questa concezione gli antichi Romani, che quando moriva un gatto nero lo cremavano e spargevano le sue ceneri sui campi per assicurarsi un buon raccolto ed eliminare le erbe infestanti.

Anche in Gran Bretagna, in particolare in Galles il gatto di colore nero è considerato fonte di fortuna e di buon auspicio per i matrimoni. Esistono tanti detti, risalenti perlopiù al Galles ottocentesco, che lo testimoniano:

“Bacia il gatto nero

E ti farà grasso;

Bacia il gatto bianco

E ti farà magro.”

Oppure:

“Quando il gatto di casa è nero

la ragazza senza amore non resterà davvero.”

Inoltre il gatto, specialmente se nero, era considerato portatore di buona sorte sulle navi, sin dai tempi in cui i Fenici rubavano i mici agli Egizi. Ma di questo parleremo tra qualche paragrafo.

Naturalmente non sono queste credenze positive a preoccupare, quanto quelle negative nei confronti del gatto nero; poiché, sebbene siamo nel XXI, i gatti di questo colore a volte vengono ancora guardati e trattati con sospetto e pregiudizio. Per non parlare di quelle deprecabili e insulse persone che, nell’assurda quanto ridicola intenzione di compiere un rito satanico, uccidono questi poveri animali. Ma tanto “Caina attende chi a vita li spense…”

Gatto tra fiabe e leggende

Vi menzionerò due storie che, sebbene originarie di due paesi geograficamente molto distanti tra loro, raccontano entrambe di gatti che fecero la fortuna dei rispettivi padroni: “Il gatto con gli stivali” e la leggenda del Maneki Neko.

Le più antiche tracce de “Il gatto con gli stivali” si trovano niente po’ po’ di meno che nei mosaici della Cattedrale di Santa Maria Annunziata di Otranto che ricoprono il pavimento delle tre navate e sono opera del monaco Pantaleone, eseguiti fra il 1163 e il 1165. Qui troviamo raffigurato un gatto rosso che indossa alla zampa anteriore e posteriore sinistra un paio di stivali e, con tutta probabilità dovrebbe raffigurare proprio l’antenato del gatto con gli stivali.

La più antica attestazione scritta della storia risale a Giovanni Francesco Straparola (1480–1557), che la incluse nella raccolta “Le piacevoli notti” – pubblicate a partire dal 1550 – con il titolo di “Costantino Fortunato”. Quasi un secolo più tardi, vide la luce la versione di Giambattista Basile: “Gagliuso”, inserita all’interno della raccolta “Lo cunto de li cunti”, edito tra il 1634 e il 1636. Anche se le versioni più celebri di questa fiaba rimangono, senza ombra di dubbio quella di Charles Perrault, edita nel 1697 all’interno della raccolta “I racconti di Mamma Oca”, e quella dei fratelli Grimm, nella raccolta “Fiabe del focolare”, pubblicata tra il 1812 e il 1822.

Per quanto riguarda la leggenda del Maneki Neko, avete presente quelle statuine di porcellana o plastica, mobili o senza articolazione dell’arto, che ritraggono un gatto con una zampa alzata nell’atto di invitare a seguirlo che troviamo in qualsiasi attività commerciale o di ristorazione gestita da giapponesi o cinesi? Bene, quello è il Maneki Neko.

Sebbene la statuina di questo gattino sia di origine giapponese, è infatti molto diffusa anche in Cina, e ha il compito di portare al suo proprietario fortuna, ricchezza e prosperità. Questa capacità gli è stata attribuita per merito del gatto che questa effigie rappresenta.

Secondo la leggenda, un ricco feudatario venne sorpreso da un temporale e cercò rifugio sotto le fronde di un albero vicino al tempio Gotoku-ji (nella parte ovest di Tokyo). Ma proprio mentre si trovava sotto l’albero, vide il gatto dei monaci sulla soglia del tempio che con la zampina gli faceva cenno di entrare. Così fece. Non appena varcò l’ingresso del luogo sacro, un fulmine squarciò l’albero a metà. Il feudatario si rese conto che il gatto gli aveva salvato la vita. Da quel momento diventò un benefattore del tempio e contribuì a fargli acquisire grande prestigio. Quando il gatto morì, fece costruire una statua in suo onore e, con gli anni, prese il nome di Maneki Neko. E ancora oggi in questo tempio si trovano migliaia di statuette di questo gatto leggendario.

Gatti lupi di mare

Dai Fenici in poi, i gatti sono stati una presenza immancabile sulle navi per dare la caccia ai topi, preservando l’integrità delle provviste e delle merci trasportate, e perché si riteneva fossero portatori di buona sorte. Anche i Greci e i Romani presero questa abitudine, che rapidamente si diffuse in tutta Europa e nel mondo.

Le compagnie di assicurazione obbligavano a tenere a bordo gatti, poiché il risarcimento delle merci danneggiate dai topi veniva dato solo a condizione che sulle navi ci fossero dei gatti. E la presenza a bordo di gatti fu obbligatoria nella marina britannica fino al 1975. A proposito dell’ultimo gatto che vi prestò servizio, questa è la notizia pubblicata il 18 novembre del 1981 dall’agenzia di stampa Deutsche Presse Agentur:

“Charlie, l’ultimo gatto ufficialmente registrato dalla marina britannica, è stato seppellito con tutti gli onori militari. La nave da guerra HMS Pembroke nel porto di Chatham ha abbassato le bandiere a mezz’asta e un membro dell’equipaggio ha celebrato una cerimonia funebre. Il gatto aveva un regolare passaporto e il ministero della Difesa lo pagava con vitto e alloggio. Domenica Charlie è stato investito. Tutta la Royal Navy è in lutto.”

Gatti alle alte sfere del potere

Abbiamo già parlato di quanto i faraoni e la loro famiglia fossero amanti dei gatti, ma nel corso della storia, non sono le uniche persone di potere ad aver apprezzato la ronfante compagnia di questi felini.

Nel 10 a.C. l’imperatore Ottaviano Augusto scrisse:

“La mia gatta dal pelo lungo e dagli occhi gialli, la più intima amica della mia vecchiaia, il cui amore per me sgombro da pensieri possessivi, che non accetta obblighi più del dovuto… mia pari così come pari agli dei, non mi teme e non se la prende con me, non mi chiede più di quello che sono felice di dare… com’è delicata e raffinata la sua bellezza, com’è nobile e indipendente il suo spirito; com’è straordinaria la sua abilità di combinare la libertà con una dipendenza restrittiva.”

Armand-Jean du Plessis duca di Richelieu – per gli amici “il cardinale Richelieu” – vescovo, cardinale e, al contempo, Primo Ministro di re Luigi XIII, amava teneramente i suoi gatti: ai pelosi felini Richelieu riservava addirittura alcuni luminosi locali del suo appartamento, e questi ultimi erano seguiti quotidianamente da due servitori che avevano esclusivamente il compito di accudirli; quindi di nutrirli, abbeverarli e coccolarli a seconda dei loro desideri. All’epoca della sua morte, il cardinale aveva ben quattordici gatti; ad essi lasciò in eredità una grossa somma del suo ingente capitale, per fargli continuare a condurre lo stile di vita cui erano abituati.

Sono l’unica a vedere in questa vicenda delle simpatiche similitudini con la trama de “Gli aristogatti” della Disney?

Ma, nonostante ciò, è il Regno Unito a vantare il maggior numero di persone alle alte sfere proprietarie di gatti, per la precisione Primi Ministri. Tra i felini più famosi è d’obbligo ricordare Nelson, l’adorato gatto di Winston Churchill. Nelson fu il più amato tra i tanti mici che fecero compagnia al Premier britannico, tanto che era normale per lui presiedere al Consiglio dei Ministri su una poltroncina appositamente dedicata a lui.

Ma la presenza di un gatto accanto al Primo Ministro britannico può ormai considerarsi una tradizione consolidata; poiché i gatti che vivono al numero 10 di Downing Street – residenza del Primo Ministro e sede del Governo del Regno Unito – non sono semplici animali da compagnia, ma veri e propri agenti al servizio di Sua Maestà con licenza di uccidere (topi e altra bestiacce moleste).

Dal 1924 a oggi sono davvero tanti i gatti famosi che si sono alternati accanto al Primo Ministro britannico di turno. I felini in questione hanno ricoperto una vera e propria carica presso il quartier generale del Governo del Regno Unito. A loro è stato infatti assegnato il titolo di “Chief Mouser to the Cabinet Office”, ovvero “Capo cacciatore di topi per l’Ufficio di Gabinetto”, e alcuni sono addirittura stati investiti ufficialmente della suddetta carica. I più celebri sono Humphrey, Sybil e Larry: il primo ha soggiornato a Downing Street dal 1989 al 1997 accanto a Margaret Thatcher, John Major e successivamente Tony Blair; il secondo ha assistito Gordon Brown dal 2007 al 2009; il terzo ha ricevuto la nomina nel 2011 con David Cameron ed è ancora in carica accanto a Boris Johnson. Ma il più famoso è stato anche quello dal mandato più longevo: si chiamava Wilberforce e per ben 18 anni ha presidiato gli uffici britannici, abbandonandoli per vecchiaia sotto il governo di Margaret Thatcher.

Gatti in letteratura

“Alice: Gatto del Cheshire, mi dici per piacere quale strada devo prendere?

Gatto del Cheshire: dipende più che altro da dove vuoi andare.”

Era doveroso iniziare questo paragrafo citando il più famoso scambio di battute tra Alice e il Gatto del Cheshire – o Ghignogatto o Stregatto che dir si voglia – in “Alice nel Paese delle Meraviglie” di Lewis Carroll.

Questo personaggio sornione, affascinante quanto ambiguo ha origini molto interessanti…

Sembra che Carroll abbia voluto far rivivere nella sua opera i racconti popolari del suo tempo sui gatti invisibili – probabilmente discendenti dal mostruoso gatto Palug sconfitto da re Artù, che, a sua volta trarrebbe origine dal terrificante Gatto mammone – che si sarebbero aggirati nelle campagne inglesi divertendosi a spaventare col loro sorriso le mandrie al pascolo, fissandoli per sempre nelle vesti del grosso felino col ghigno che compare su un intaglio in una chiesa nel villaggio del Croft on Tees, dove era stato rettore suo padre. Altri lo attribuiscono ad un intaglio sulla facciata ovest della torre alla chiesa di San Wilfrid, nel villaggio di Grappenhall Warrington, nel Cheshire; la contea natale di Carroll.

Altre miciose perle letterarie sono anche “I gatti di Ulthar”, di Howard Phillips Lovecraft, “Il libro dei gatti tuttofare”, di Thomas Stearns Eliot, “La società dei gatti assassini”, di Akif Pirinçci, “Io e Dewey”, di Vicki Myron e, naturalmente “A spasso con Bob” e tutti gli altri libri scritti su di lui dal suo padrone James Bowen.

Gatti supereroi e superladri

Il gatto, nell’ambito “fumetti, anime e manga” ha ispirato la creazione di supereroi come Chat Noir, della serie animata “Miraculous”, ma soprattutto, probabilmente dovuto al suo fascino di abile e agile predatore notturno, a tanti ladri e manigoldi: partendo da Pietro Gambadilegno – sì, lo so, non sembra ma è un grosso gatto – passando per il gatto che fa coppia con la volpe ne “Le avventure di Pinocchio”, il trio di ladre “Occhi di gatto”, Catwoman, Catman, Cershire e terminando con Gatta nera.

Gatti tra fumetti, cartoni animati, anime e manga

Desidero qui farvi un brevissimo défilé di gatti memorabili che hanno fatto la storia dei cartoni animati: ovviamente il già citato Gambadilegno, Tom di “Tom & Jerry”, gatto Silvestro, gli aristogatti, Garfield, Luna, Artemis e Diana nella serie manga e anime “Sailor Moon”, Zorba di “La gabbianella e il gatto”, Doraimon, tutti i personaggi felini de “La ricompensa del gatto” e, naturalmente Oliver di “Oliver & Company”.

Gatti in musica

Il fascino dei gatti è stato anche fonte d’ispirazione di canzoni e persino di un musical celebre in tutto il mondo: “Cats”, opera in due atti del 1981 composto da Andrew Lloyd Webber che si basa sul già citato libro di Thomas Stearns Eliot “Il libro dei gatti tuttofare”: una raccolta di poesie aventi gatti come protagonisti.

Anche se, un componimento musicale ispirato a questi felini si trova già nel XIX secolo, precisamente nel 1825. È il “Duetto buffo di due gatti” – che vi consiglio caldamente di ascoltare, tanto è singolare – solitamente attribuito al celebre Gioachino Rossini, ma che, in realtà non è stato scritto direttamente da questi; si tratta infatti di un brano composito e basato effettivamente su musiche in gran parte di Rossini (tratte dall’Otello, del 1816), ma la cui creazione potrebbe essere assegnata al compositore inglese Robert Lucas de Pearsall che, nella sua pubblicazione, preferì comunque firmarsi con lo pseudonimo di “G. Berthold”.

Inoltre non possiamo dimenticare che Freddie Mercury, nel 1985, dedicò l’album da solista “Mr. Bad Guy” ai suoi gatti con queste parole:

“Questo album è dedicato al mio gatto Jerry – ma anche a Tom, Oscar e Tiffany e a tutti gli amanti dei gatti in giro per l’universo – al diavolo gli altri!”

E nell’album dei Queen “Innuendo” – del 1991 – le canzoni “Delilah” e “Bijou”, portano i nomi di altri due dei gatti di Freddie Mercury.

Infine tra le altre canzoni di successo che hanno come protagonisti gatti, non posso non citare “La gatta”, di Gino Paoli e poi, “Volevo un gatto nero”, “Quarantaquattro gatti” e “Il gatto puzzolone”, canzoni dello Zecchino d’Oro ormai diventate leggenda.

Conclusioni

Siamo giunti al termine di questo viaggio in punta di zampette nella storia dei gatti e dei gatti che hanno fatto la storia. Molto ancora ci sarebbe da raccontare su di loro e su come con il loro fascino senza tempo abbiano conquistato l’arte, la moda, il web, divenendo virali e facendo tendenza – si pensi solo a Hello Kitty, il gatto Pusheen e al loro merchandising – ma se volete saperne ancora di più su queste tigri, leoncini e pantere in miniatura, vi consigli di seguire il canale youtube di Federico Santaiti, che con arte, bravura e umorismo ci racconta storie e curiosità di questi ronfanti felini.

E ricordate:

“Non è possibile possedere un gatto. Nella migliore delle ipotesi si può essere con loro soci alla pari.”

(Sir Harry Swanson)

About the author

Sabrina ama l’arte, così tanto da prendersi due lauree per avere ancor più motivi per amarla. Prova un fascino irresistibile per tutto ciò che non conosce, che sia profondo o lontano, e quindi adora l’acqua, nuotare, il mare e gli oceani, ma adora anche le danze orientali e le arti marziali. Nerd con la passione per il vintage, nel tempo libero partecipa come miss agli eventi del Miss Pin Up WW2 e ad ogni Romics come cosplayer. Sa resistere a tutto tranne alle tentazioni, ai gatti, ai cartoni animati e ai libri.

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