Libro: “Trenta cani e un bastardo” di Alessandro Morbidelli
Segui Email Nel romanzo di Alessandro Morbidelli la violenza non è soltanto uno sfondo narrativo, ma una condizione esistenziale
Nel romanzo di Alessandro Morbidelli la violenza non è soltanto uno sfondo narrativo, ma una condizione esistenziale che accompagna il protagonista fin dalle prime pagine. Il giovane al centro della storia è uno dei tanti ragazzi cresciuti nelle periferie milanesi, trascinato nel traffico di droga e nelle dinamiche feroci delle gang che gravitano attorno a San Siro. Un mondo fatto di notti insonni, locali illuminati al neon, regolamenti di conti e aggressività costante, dove basta uno sguardo sbagliato per trasformare una discussione in tragedia.
Quando il protagonista compie un errore troppo grande per poter restare impunito, l’unica possibilità è scappare. La fuga da Milano diventa così anche una fuga da sé stesso, dal proprio passato e da quell’identità costruita nella strada. Il trasferimento nelle campagne marchigiane rappresenta un cambio netto di atmosfera: al caos della città si sostituisce un paesaggio rurale apparentemente più lento e silenzioso. Tuttavia, Morbidelli evita ogni idealizzazione della provincia. Anche questo nuovo ambiente appare segnato dalla solitudine, dalla depressione e da un individualismo che rende i rapporti umani freddi e difficili.
L’autore costruisce un contrasto efficace tra due realtà molto diverse ma accomunate dallo stesso senso di oscurità interiore. La campagna non salva automaticamente il protagonista, né cancella la brutalità che porta dentro di sé. Al contrario, il silenzio e l’isolamento sembrano amplificare il peso dei ricordi e delle colpe. La scrittura è diretta, cruda e cinematografica, capace di restituire sia la tensione della strada sia il vuoto emotivo di certi paesaggi umani contemporanei.
Il canile, i cani e il ritorno del passato
Nel cuore del romanzo emerge però un luogo diverso: il canile gestito dal vecchio Natalino. Non si tratta soltanto di uno spazio fisico, ma di un simbolo potente all’interno della narrazione. I trenta cani accuditi dall’uomo diventano lo specchio del protagonista stesso: creature ferite, abbandonate, spesso aggressive perché private di fiducia e affetto. In quegli occhi animali il ragazzo riconosce qualcosa di familiare, quasi una fratellanza silenziosa tra esseri considerati “bastardi” dalla società.
Natalino rappresenta una figura fondamentale, lontana dai giudizi e dalle regole del mondo criminale. Attraverso il rapporto con lui e con i cani, il protagonista sembra intravedere una possibilità diversa, forse persino una forma di redenzione. Ma Morbidelli non costruisce una storia consolatoria. La violenza continua a incombere come un destino inevitabile, pronta a riaffiorare in qualsiasi momento.
Uno dei temi più forti del romanzo è infatti l’impossibilità di sfuggire completamente al proprio passato. La strada lascia segni profondi, e il protagonista resta intrappolato in una spirale dove rabbia e sopravvivenza sembrano inseparabili. La frase “nessuno può mettere un bastardo alla catena” sintetizza perfettamente il senso del libro: l’idea di un’identità ribelle, istintiva e selvaggia, incapace di adattarsi davvero alle regole della normalità.
Con questo romanzo, Alessandro Morbidelli conferma la propria capacità di raccontare gli emarginati e le periferie dell’animo umano attraverso una narrativa intensa e realistica. La storia unisce noir, romanzo sociale e introspezione psicologica, offrendo al lettore un viaggio duro ma profondamente umano, dove persino nei luoghi più oscuri può comparire, almeno per un attimo, uno spiraglio di luce.
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