Libri. 1918 Alla fine volarono liberi di Francesco Bianchi: fango, gelo, sangue e paura
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Fango, gelo, sangue e paura. Ma anche amicizia, amore, coraggio e speranza. In 1918. Alla fine volarono liberi, Francesco Bianchi torna agli anni della Prima guerra mondiale attraverso una storia corale nella quale le vicende dei singoli si intrecciano con i grandi avvenimenti della Storia. Un romanzo che porta il lettore nelle trincee e negli ospedali da campo, seguendo uomini e donne costretti a confrontarsi quotidianamente con la morte e con la necessità di conservare, nonostante tutto, un frammento di umanità.
Al centro del racconto ci sono Ghigo e Boghe, due amici d’infanzia e compaesani che si ritrovano a combattere nelle trincee della Grande Guerra. La stessa terra d’origine non impedisce però ai due uomini di vivere il conflitto in maniera profondamente diversa. Boghe abbraccia con convinzione la vita militare, mentre Ghigo vive la guerra come una condanna e cerca disperatamente di rimanere umano in un mondo nel quale l’umanità sembra essere diventata un lusso.
Accanto a loro ci sono Carola, Theresia e Luisa, tre crocerossine che rappresentano l’altra faccia del fronte. Nelle corsie degli ospedali arrivano ogni giorno corpi devastati, uomini sospesi tra la possibilità di tornare al combattimento e quella di non sopravvivere alle ferite. Le tre donne diventano testimoni di una guerra diversa, combattuta senza armi ma attraverso la cura, la fatica e il tentativo quotidiano di strappare vite alla morte.
Tra Caporetto, spionaggio e la speranza della pace
Le storie dei protagonisti finiscono per intrecciarsi mentre il conflitto precipita verso uno dei suoi momenti più drammatici. La disfatta di Caporetto segna il destino di Ghigo, fatto prigioniero, mentre Boghe sceglie di unirsi agli Arditi. Nel frattempo, le crocerossine continuano a lavorare senza sosta di fronte a un flusso di feriti che sembra non avere fine.
È proprio nel cuore di questa tragedia che Carola scopre qualcosa destinato a cambiare il corso degli eventi. Theresia nasconde infatti messaggi e biglietti arrotolati che sembrano costituire prove inequivocabili di un’attività di spionaggio. Il sospetto si inserisce così nella storia personale dei protagonisti, aggiungendo un ulteriore livello di tensione a un racconto nel quale nessuno può considerarsi davvero al sicuro.
Il 1918 porta finalmente la fine del conflitto. Il bollettino del generale Diaz annuncia la vittoria e, dopo anni di sofferenze, sembra finalmente possibile tornare a guardare al futuro. Ma la liberazione non può essere completa. Alla gioia per la fine della guerra si accompagna infatti il lutto per le migliaia di persone che non hanno fatto ritorno. Per chi è sopravvissuto, il ricordo di quegli anni rimane indelebile.
Il titolo stesso, Alla fine volarono liberi, racchiude questa ambivalenza: la libertà arriva, ma porta con sé il peso di ciò che è stato perduto. Bianchi racconta così la Grande Guerra non soltanto come una successione di battaglie e avvenimenti militari, ma come un’esperienza umana capace di trasformare per sempre chi l’ha attraversata.
Nato a Firenze il 22 marzo 1976, Francesco Bianchi è laureato in Scienze Politiche amministrative e lavora da oltre vent’anni come analista finanziario. Parallelamente ha sviluppato un’intensa attività dedicata alla storia e alla memoria, attraverso articoli, pubblicazioni, conferenze, percorsi didattici e la partecipazione ad associazioni impegnate nella conservazione della memoria storica. Dopo Il coraggio dei vinti, premiato alla XVI edizione del Premio letterario nazionale “Nicola Zingarelli” e riconosciuto come “Miglior romanzo storico” al premio internazionale “Un libro amico per l’inverno”, e Cefalonia. L’ultima speranza, insignito di una Menzione d’Onore al Premio internazionale “Le parole arrivano a noi dal passato”, Bianchi prosegue il suo percorso nella narrativa storica con un romanzo che restituisce voce a chi, cento anni dopo, continua a portare dentro di sé le ferite della guerra.
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