Va in onda su Rai2 – ma è possibile visionare tutte le puntate su RaiPlay – la serie L’Alligatore, tratta dai romanzi di successo di Massimo Carlotto. La recensione

Questo pezzo (chiamatelo recensione, chiamatelo articolo, chiamatelo come più vi piace) dedicato all’Alligatore sarà come un pezzo di blues.

Mi spiego: la serie dell’Alligatore è così impregnata di blues – così come i romanzi di Carlotto da cui sono tratti d’altronde – che la musica ne determina il ritmo, l’andamento, il mood. A poche ore dalla visione della serie completa su RaiPlay, con in mente ancora scene, dialoghi, musica, ho decisa di dare a questo pezzo lo stesso andamento, non da struttura classica di una recensione (se poi ce ne fosse una) ma di lasciare che sia il mood a schiacciare i tasti della tastiera, senza pensare troppo alla struttura.

Dunque:

L’Alligatore va in onda in prima serata su Rai2 dal 25 novembre, mentre dal 18 novembre tutta la serie è disponibile in anteprima su RaiPlay – e grazie alla Rai per aver assecondato la passione per il binge watching di molti di noi, seguendo la strategia delle piattaforme di streaming. Io vi consiglio di vedervela così, tutta di un fiato.

L’Alligatore è tratta dalla serie di “noir mediterranei” di successo scritta da Massimo Carlotto.

E qui apro parentesi bella grande: io adoro Carlotto e il mondo che tratteggia con i suoi libri, adoro il personaggi di Marco Buratti, detto l’Alligatore, ex cantante di blues ingiustamente condannato a sette anni di carcere che si reinventa investigatore privato senza licenza, in compagnia di Beniamino Rossini, pittoresco gangster duro ma dai solidi principi da “vecchia guardia” della criminalità e da Max la memoria, hacker ecologista. Non solo ho letto tutta la serie, ma ho letto tutti i libri di Carlotto fuori Alligatore, ho seguito varie presentazioni e ho alcuni libri firmati da lui – nota di colore di cui non vi fregherà niente ma per farvi capire il livello di passione.

Il problema per chi è così legato ad un personaggio di carta è la delusione che si prova a volte nel vedere trasfigurato il proprio beniamino in un medium diverso. Non nego un primo spaesamento, io l’Alligatore me lo immaginavo diverso. Ma c’è voluto veramente poco per farmi amare la versione tv. Matteo Martari fa un lavoro superlativo, il modo di gesticolare, il tono della voce, il dialetto, quel misto di fragilità e arroganza me lo ha fatto amare da subito. Per non parlare dei comprimari: Thomas Trabacchi interpreta Beniamino Rossini, personaggio per niente facile che in tv rischia di cadere nella macchietta o, peggio ancora, nello stereotipo pacchiano; duro, letale, leale, Trabacchi lo rende un personaggio a 360°, dal rapporto con la sua donna al rapporto con l’Alligatore e Max Beniamino diventa spesso un personaggio fondamentale nell’economia delle storie.
Ma sulle storie ci torneremo.
Gianluca Gobbi è Max La Memoria, anche qui – mi ripeto lo so – non posso che elogiare l’interpretazione data, anche Max è un personaggio difficilissimo, un misto di ingenuità, imprudenza, genialità che Gianluca Gobbi porta su (piccolo) schermo con vera partecipazione.

Le storie dell’Alligatore

Divise in blocchi di due – otto episodi totali – le storie sono tratte da “La verità dell’Alligatore“, “Il corriere colombiano“, “Il maestro di nodi” con le ultime due ad intitolarsi “Fine dei giochi” che non hanno una corrispondenza diretta con i libri ma che servono per chiudere i nodi di quanto narrato in precedenza aprendo però nello stesso tempo altri scenari – e io spero veramente venga rinnovata per una seconda stagione.

Sono molte le cose che mi hanno colpito di questa serie che reputo “diversa” e superiore sicuramente alla maggior parte di “cose” italiane che ci propinano, soprattutto alla Rai. Ora, non dico certo che in Italia non si produca roba di qualità, da Boris al Miracolo ne abbiamo vista di roba fatta bene con un ottimo occhio per personaggi e racconto e valori produttivi importanti. L’Alligatore non arriva certo per rivoluzionare un genere, ma per fare un passo avanti verso quella che dovrebbe essere una qualità indispensabile per una nuova serie tv.

Tanti sono gli aspetti che la rendono una serie da vedere. Le storie sono interessanti, serrate e si lasciano seguire con piacere, ma passano quasi in secondo piano rispetto agli aspetti che intrigano maggiormente: le ambientazioni in primis. La laguna veneta diventa una Luisiana spettrale ricca di bayou e paludi cajun che mi hanno ricordato le avventure di carta di un altro detective che si aggira in America da quelle parti, l’ex tenente della squadra omicidi Dave Robicheaux di James Lee Burke.
Poi la musica blues onnipresente che inonda ogni scena e dà il tono e il ritmo alle puntate.
Il ritmo… il ritmo che i due registi Daniele Vicari ed Emanuele Scaringi donano alle puntate sono proprio come la musica blues: lacerata, ondivaga, straziante, con accelerazioni e brusche frenate, lirica e ruvida.
Prendiamo l’episodio finale, ne abbiamo parlato sopra, un cerchio si chiude, un altro si apre, ma poco prima che passino i titoli di coda, mentre i protagonisti attoniti, laceri, feriti, se ne stanno fermi a contemplare l’abisso di dolore in cui la consapevolezza li trascinerà da lì a breve, ecco, poco prima di quel momento una tempesta si abbatte sulla zona. Il vento squarcia, distrugge, le onde si alzano violente. E la serie finisce, lasciando anche gli spettatori alla mercè di una tempesta simile, a boccheggiare senza più aria nei polmoni.

Greta, Virna, Marielita: le donne dell’Alligatore

Le donne nella serie meritano un capitolo a parte. C’è Greta (Valeria Solarino), l’amore di una vita, una cantante che canta per donare emozioni, una donna che viene perduta, poi ritrovata e poi perduta (per sempre?); c’è Virna  (Eleonora Giovanardi), forte, indipendente eppure così fragile sotto la vistosa parrucca, quella che rischia di innamorarsi e allora forse è meglio fare un passo indietro per non rischiare di spezzare un cuore già provato; c’è Marielita (Shalana Santana), la compagna di Max, cui è dedicato un bellissimo dialogo nell’ultima puntata, una donna che sta accanto al suo uomo ma che vediamo spesso confusa, quasi aliena, forse già lontana. Sono donne forti e fragili, protagoniste cui sono dedicati momenti molto forti e dialoghi potenti, che scavano nelle (loro) anime. Come il dialogo di cui ho parlato poche righe sopra, tra Marielita e Marco, o come, sempre nella puntata finale, l’incontro al bancone del bar tra Virna e Greta. Spesso sono dialoghi in cui si confondono i riflessi, giochi di specchi in cui riconoscere nell’altro una parte di se stessi, un desiderio mai confessato, una strada da imboccare in solitudine a denti stretti.

Ok, il pezzo (blues?) è finito e mi sono ricordato adesso di aver aperto una parentesi all’inizio che mi sono scordato di richiudere.

Lo faccio adesso, ordino una bottiglia di Calvados, metto su un pezzo di blues del delta e… mi sa che un bel rewatch ci sta tutto.

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Giornalista, sceneggiatore, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore de laragazzapreferita.it e di romastorie.it. La sua vocazione è raccontare storie improbabili di ingenui e sognatori. Ha un sacco di amici immaginari...

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