Recensione di “Portobello” di Marco Bellocchio su HBO Max
Segui Email Con Portobello, la serie dedicata al caso di Enzo Tortora, Marco Bellocchio prosegue quel lavoro di scavo
Con Portobello, la serie dedicata al caso di Enzo Tortora, Marco Bellocchio prosegue quel lavoro di scavo nelle macerie della storia italiana che aveva già dato frutti straordinari con il sequestro Moro.
Il regista piacentino osserva il passato non con la nostalgia di chi vuole celebrare un’epoca, ma con la precisione di un patologo che analizza una ferita mai del tutto rimarginata.
In questa narrazione, la televisione degli anni Ottanta smette di essere lo sfondo colorato di un’Italia spensierata per rivelarsi il palcoscenico di un’allucinazione collettiva. Bellocchio costruisce un racconto dove la realtà dei fatti viene costantemente sfidata dalla percezione mediatica, mettendo in luce come il potere giudiziario e quello dell’informazione abbiano costruito un mostro partendo dal nulla, alimentando una fame di colpevoli che ha finito per divorare un uomo onesto.
Fabrizio Gifuni e la dignità del condannato
La scelta di Fabrizio Gifuni per interpretare il conduttore di Portobello si rivela la chiave di volta dell’intera operazione. L’attore romano opera una trasformazione che va ben oltre la semplice imitazione fisica, catturando quell’eleganza sobria e quella cultura borghese che resero Tortora un alieno sia per la camorra che per la magistratura dell’epoca.

Gifuni restituisce la metamorfosi di un uomo che vede il proprio mondo sgretolarsi nel giro di una notte, passando dalle luci della ribalta al buio di una cella affollata. La sua recitazione lavora per sottrazione, concentrandosi sulla rigidità di un corpo che cerca di mantenere la schiena dritta mentre tutto intorno si trasforma in una farsa grottesca. È una prova attoriale di rara precisione, capace di restituire il senso di una solitudine assoluta, quella di chi si scopre improvvisamente estraneo a un Paese che fino al giorno prima lo osannava come un idolo familiare.
Il circo mediatico e la gogna del sabato sera
Bellocchio analizza con sguardo critico il meccanismo dei pentiti e la facilità con cui la stampa ha cavalcato l’onda di un’accusa priva di fondamenta logiche.
La regia esplora le dinamiche di un’Italia che sembra aver smarrito il senso critico, lasciandosi sedurre da una narrazione noir che vedeva nel presentatore più amato il vertice segreto di un’organizzazione criminale. Non c’è bisogno di ricorrere ad artifici retorici per sottolineare l’assurdità della situazione; bastano le inquadrature sulle cartelle cliniche ignorate, sugli interrogatori kafkiani e sulle facce di chi, per ambizione o dabbenaggine, ha contribuito a distruggere una vita.
La narrazione fluisce con un’onestà che evita di canonizzare il protagonista, mostrandolo nelle sue fragilità e nelle sue convinzioni, rendendo così la sua caduta ancora più tragica e incomprensibile.
Sul piano estetico, la serie si muove tra il realismo dei corridoi carcerari e le visioni quasi oniriche tipiche del cinema di Bellocchio. L’opera comunica un senso di disagio persistente, ricordandoci che il caso Tortora non è stato solo un errore giudiziario, ma un fallimento etico che ha coinvolto un intero sistema sociale. È un lavoro di riparazione che non cerca vendetta, ma comprensione, offrendo allo spettatore gli strumenti per guardare a quegli anni con una consapevolezza rinnovata e priva di filtri rassicuranti.
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