Recensione di “La mattina scrivo” di Valérie Donzelli: tempo, dignità e libertà (di scrivere)
Segui Email In un Paese che vanta una produzione editoriale imponente, i dati sulla sostenibilità economica degli autori restano
In un Paese che vanta una produzione editoriale imponente, i dati sulla sostenibilità economica degli autori restano drammatici. Secondo le ultime rilevazioni dell’Associazione Italiana Editori, a fronte di migliaia di novità pubblicate ogni anno, solo una manciata di professionisti — meno dell’1% — riesce a sostenersi esclusivamente grazie ai diritti d’autore. La figura dello scrittore, in Italia, è quasi sempre una figura “ibrida”, costretta a dividersi tra collaborazioni, docenze e lavori spesso distanti dalla letteratura.
In Francia più o meno deve essere la stessa cosa perchè è in questo contesto di precarietà strutturale che si muove La mattina scrivo, l’ultima fatica di Valérie Donzelli presentata con successo al Festival di Venezia.
Dalla reflex alla cazzuola: la resistenza quotidiana di Paul
Paul, interpretato da un Bastien Bouillon di un’intensità febbrile, compie una scelta che per la società del profitto rasenta la follia. Fotografo di successo, capace di incassare migliaia di euro per un singolo scatto, decide di troncare ogni legame con la sicurezza economica per inseguire la parola scritta. Ma la libertà ha un prezzo che non si paga con le buone intenzioni. Per finanziare il proprio tempo creativo — quelle preziose ore mattiniere in cui la mente è ancora lucida — Paul finisce nel tritacarne della gig economy. Lo vediamo trasformarsi in un operaio tuttofare: muratore che abbatte pareti, giardiniere, montatore di mobili e traslocatore. Ogni giornata è una contrattazione con un algoritmo su una piattaforma digitale, dove la sua dignità di artista viene barattata per poche decine di euro necessarie al proprio sostentamento.
Un’estetica della polvere e della verità
La forza della pellicola risiede nella sua capacità di catturare la materialità del lavoro. La polvere dei cantieri che si deposita sui vestiti di Paul è la stessa che sembra offuscare il suo futuro, creando un contrasto stridente con la pulizia mentale richiesta dalla pagina bianca.
Donzelli evita ogni compiacimento estetizzante, preferendo una camera a mano nervosa che segue il protagonista nei bassifondi della Parigi odierna, tra scatoloni pesanti, giardini da sistemare e macerie da sgomberare. La fotografia di Irina Lubtchansky restituisce una città livida, lontana dalle cartoline romantiche, dove il tempo è l’unica vera valuta e Paul cerca disperatamente di non svalutarla.
Il film comunica un senso di urgenza che trasforma la scrittura in una disciplina quasi atletica, un esercizio di resistenza fisica prima ancora che intellettuale.
Il valore del tempo e la dignità della scelta radicale
Sotto la superficie del dramma sociale, l’opera di Donzelli solleva domande che toccano chiunque cerchi di preservare un barlume di autenticità in un mondo che misura tutto in denaro. La relazione di Paul con la sua editrice e con la famiglia si sgretola sotto il peso di una scelta radicale che nessuno comprende. Si avverte la solitudine di un uomo che, pur essendo esausto per la fatica manuale del pomeriggio, trova la forza di ricominciare ogni mattina davanti allo schermo.
La libertà creativa, sembra dire il film, non è un dono, ma una conquista quotidiana che si ottiene attraverso sacrifici che la società spesso scambia per fallimenti. È un racconto intimo e ferocemente politico che restituisce all’autore la sua dimensione di lavoratore, spogliandolo di ogni pretesa di sacralità per lasciarlo finalmente nudo davanti alla sua opera.
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