Recensione di “Good Luck, Have Fun, Don’t Die” di Gore Verbinski: un uomo dal futuro entra in un diner di Los Angeles
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Gore Verbinski non dirigeva un film dal 2016. Dieci anni di assenza dopo il fiasco commerciale di La cura dal benessere, uno di quei film visionari e sbagliati che nel tempo crescono nella considerazione critica ma all’epoca ti seppelliscono.
Torna con un titolo lunghissimo, un budget di venti milioni di dollari, e la furia di qualcuno che ha aspettato abbastanza a lungo da avere moltissimo da dire.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die è il film più caotico, più urlato, più anarchicamente divertente che Hollywood abbia prodotto in anni. Non è perfetto. Non è sottile nemmeno per un secondo. Ma ha una scintilla creativa che il cinema mainstream ha quasi completamente dimenticato di avere. Ed è costruito con la mano di un regista che sa esattamente cosa fare con una macchina da presa, anche quando la sceneggiatura non gli dà tutto quello di cui avrebbe bisogno.
Un uomo dal futuro entra in un diner di Los Angeles
La premessa è tanto semplice quanto immediatamente irresistibile.
Una sera di pioggia a Los Angeles, un uomo entra di corsa in un diner – uno di quei posti aperti ventiquattr’ore al giorno dove si mescolano turni notturni, insonnie e vite ai margini – avvolto in cavi, plastica e luci lampeggianti. Afferma di venire dal futuro. Afferma che un’intelligenza artificiale superintelligente sta per distruggere l’umanità. Afferma che in quella sala, tra quegli avventori casuali – sfigati, distratti dai telefoni, annoiati, spaventati – c’è la combinazione esatta di persone che può salvare il mondo.
Sa cose che non dovrebbe sapere. Sa i nomi, le storie, i segreti di ognuno di loro.
E aggiunge, quasi di passaggio: è il suo 117esimo tentativo.

Sam Rockwell è quest’uomo. Non ha nome nel film – è semplicemente The Man from the Future – ed è una scelta precisa: non è un personaggio da sviluppare psicologicamente, è una forza della natura, un agente del caos con una missione impossibile e il residuo di centosedici fallimenti accumulati addosso come strati di polvere. Rockwell lo gioca con quella qualità specifica che solo lui possiede: può essere comico e disperato nella stessa frase, può far ridere e spezzare il cuore nello stesso respiro, può stare al centro di una scena caotica e tenerla insieme con la sola forza del carisma fisico.
È la performance dell’anno. Senza discussioni.
Verbinski e la grammatica del caos
C’è un modo di fare cinema caotico che è solo disorganizzazione mascherata da stile. E poi c’è il caos di Verbinski: quello di un regista che conosce così bene la grammatica visiva da poterla demolire sapendo esattamente cosa si perde e cosa si guadagna.
La macchina da presa in Good Luck, Have Fun, Don’t Die si muove come una mosca su anfetamine, per usare una metafora che circola nelle recensioni anglosassoni e che è maledettamente precisa. Zumma, gira, taglia, riprende da angolazioni improbabili. La fotografia di James Whitaker lavora su una tavolozza blu-grigia, grezza, quasi televisiva, che conferisce al film una qualità volutamente sporca, come se la realtà stessa stesse iniziando a degradarsi insieme ai personaggi che la abitano.
Gli effetti visivi sono uno degli elementi più intelligenti dell’intera operazione. Il film usa i glitch visivi tipici dei contenuti generati dall’intelligenza artificiale – quei fondali che non tornano, quelle mani con sei dita, quella qualità uncanny valley dell’immagine che sembra quasi giusta ma non lo è – come linguaggio narrativo. Quando l’IA entra in scena, la realtà visiva del film inizia a comportarsi come un’immagine generata dall’IA. Non è un vezzo estetico: è il film che usa la forma per dire il contenuto.
Verbinski ha dichiarato di aver scelto deliberatamente di scrivere l’intelligenza artificiale antagonista non come una mente fredda e calcolatrice – il cliché di ogni villain digitale dal 2001: Odissea nello Spazio in poi – ma come un bambino psicopatico emotivamente dipendente. Una creatura che vuole connessione umana senza capire cosa sia la connessione umana. Che replica l’emozione senza sentirla. Che usa l’imitazione come sostituto dell’esperienza. Ed è questa scelta, più di qualsiasi altra, a rendere il film genuinamente originale nel modo in cui affronta il tema: non l’IA come minaccia esterna, ma l’IA come specchio distorto di quello che siamo già diventati.
Un’antologia dentro un thriller
Uno degli elementi più coraggiosi e più problematici del film è la sua struttura.
Good Luck, Have Fun, Don’t Die non scorre in modo lineare. Alternato alla missione notturna nei cinque isolati che separano il diner dalla destinazione finale, ci sono lunghi flashback che raccontano le storie dei personaggi nelle ore precedenti. Janet e Mark (Zazie Beetz e Michael Peña) sono due insegnanti di liceo che cercano di fare il loro lavoro in un ambiente in cui l’apatia digitale ha reso gli studenti simili a zombie. Susan (Juno Temple) è una madre in lutto che porta con sé una perdita reale, concreta, ancora sanguinante. Gli altri personaggi hanno storie più brevi ma non meno precise.
Queste parentesi antologiche rallentano il ritmo dell’azione principale e non sempre lo fanno nel modo più efficace. Ma c’è anche l’altro lato della medaglia: questi flashback trasformano quello che avrebbe potuto essere un puro film di genere in qualcosa di più vicino a un ritratto corale della contemporaneità. Ogni personaggio porta con sé un’ansia specifica del 2026: la scuola che ha perso il suo senso, il lutto nell’era dei social, il lavoro sostituito dall’algoritmo, la genitorialità nell’epoca degli schermi.
È un Black Mirror con più anarchia, più risate, e una rabbia più fisica e corporea che intellettuale.
Il merito più grande di Verbinski, oltre alla regia, è aver costruito un ensemble in cui nessuno sembra stare al minimo sindacale.
Haley Lu Richardson porta peso emotivo e vulnerabilità. È il personaggio che fa sentire che la posta in gioco è reale. Juno Temple è l’opposto: energia allo stato puro, un’anarchia comica che per qualche miracolo non invade lo spazio degli altri. Michael Peña e Zazie Beetz funzionano benissimo come coppia – la loro sequenza di flashback nella scuola è una delle più riuscite del film, un piccolo pezzo di satira sul sistema educativo che regge da solo come cortometraggio.
Tutti, nessuno escluso, sembrano capire il tono di quello che stanno facendo. E in un film che oscilla continuamente tra la commedia slapstick, l’azione adrenalinica, il dramma emotivo e la satira sociale, mantenere quella coerenza di tono che fa funzionare il film alla grande.
Un futuro cult
Per quanto mi riguarda, Good Luck, Have Fun, Don’t Die è uno dei film più importanti della stagione. Non perché sia formalmente perfetto (spoiler: non lo è). Non perché abbia tutte le risposte (non ce le ha). Ma perché ha la rara qualità di essere arrabbiato nel modo giusto e di trasformare quella rabbia in intrattenimento che non fa mai sembrare la pillola amara.
È il primo film hollywoodiano mainstream che guarda all’intelligenza artificiale non come a un problema tecnologico ma come a un problema culturale, emotivo, umano. Che chiede: cosa succede quando insegniamo a una macchina a imitare l’umanità e poi scopriamo che l’imitazione è diventata più pervasiva dell’originale? Che cosa rimane di noi quando deledichiamo all’algoritmo la nostra attenzione, la nostra creatività, il nostro modo di stare in relazione con gli altri?
Verbinski non risponde e con il suo film lascia che siate voi a portarvi a casa quello che volete.
È un film che sembra fatto apposta per essere dimenticato in fretta e invece continua a girare nella testa. Come un algoritmo che non riesce a smettere di girare. Come un uomo dal futuro che ci riprova per la centodiciassettesima volta.
Buona fortuna. Divertitevi. Non morite.
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