Recensione di “Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte” di Jane Schoenbrun
Segui Email Dopo We’re All Going to the World’s Fair e Ho visto la tv brillare, Jane Schoenbrun continua
Dopo We’re All Going to the World’s Fair e Ho visto la tv brillare, Jane Schoenbrun continua a interrogarsi sul modo in cui cinema, televisione e cultura pop contribuiscono alla costruzione della nostra identità. Ma Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte compie un movimento diverso. Se nei film precedenti l’immaginario poteva diventare una porta attraverso cui intuire un’altra versione di sé, questa volta Schoenbrun prova ad attraversarla davvero. E dall’altra parte trova sesso, piacere, sangue, paura e un vecchio slasher degli anni Ottanta.
Il risultato è probabilmente il film più divertente e apertamente ludico della regista. Camp Miasma usa il cinema horror con una consapevolezza quasi enciclopedica e contemporaneamente lo tratta come qualcosa di estremamente intimo.
Riportare in vita uno slasher degli anni Ottanta
Kris, interpretata da Hannah Einbinder, è una giovane regista queer proveniente dal cinema indipendente che riceve l’incarico capace di trasformarle la carriera: riportare sullo schermo una vecchia saga horror chiamata Camp Miasma.
È un franchise immaginario costruito da Schoenbrun con una quantità quasi maniacale di dettagli. Nato negli anni Ottanta, ha avuto il suo successo, i sequel, la progressiva degenerazione straight-to-video e tutto l’armamentario che conosce bene chiunque abbia seguito saghe come Venerdì 13, Halloween o Nightmare. Il suo assassino si chiama Little Death e appartiene chiaramente alla stessa genealogia di Jason Voorhees e Michael Myers.
Lo studio vuole naturalmente un reboot contemporaneo. Kris, però, è interessata soprattutto a Billy Presley, la final girl del film originale, interpretata da Gillian Anderson. Billy si è ritirata dalle scene e vive proprio nel luogo in cui vennero girati i vecchi Camp Miasma, ormai trasformato in una specie di mausoleo della saga.
Kris arriva lì con l’intenzione di convincerla a partecipare al nuovo film.
Da questo momento Camp Miasma comincia lentamente a cancellare il confine tra il film che Kris vuole realizzare, quello che guardava da ragazza e la realtà che sta vivendo.
Kris e Billy: quando essere spettatori diventa desiderio
È qui che Schoenbrun trova la parte più interessante del film.
Kris non vuole semplicemente dirigere Camp Miasma. Vuole entrare dentro qualcosa che l’ha accompagnata durante la formazione della propria identità. La sua ossessione per Billy contiene contemporaneamente cinefilia, attrazione, nostalgia e desiderio di appropriarsi di un’immagine che per anni ha guardato da lontano.
Il rapporto tra le due donne sposta quindi progressivamente il film dal territorio della satira hollywoodiana a quello dell’intimità. Billy smette di essere l’oggetto cinematografico idealizzato da Kris e diventa una persona capace, a sua volta, di guardarla.
E questo ribaltamento dello sguardo è fondamentale.
Kris sa parlare benissimo di cinema. Sa interpretarlo, decostruirlo, analizzarlo. Ma quando Billy le chiede di parlare realmente di sé, tutta quella sicurezza comincia a crollare. Schoenbrun mette così in scena una cosa molto contemporanea: la possibilità di possedere un vocabolario sofisticatissimo per descrivere la propria identità e contemporaneamente non riuscire ancora ad abitare completamente il proprio corpo.
Il corpo che sostituisce lo schermo
È anche per questo che il sesso assume un’importanza così forte.
Kris vive l’intimità attraverso una forma di dissociazione: per provare piacere deve allontanarsi mentalmente dal proprio corpo e rifugiarsi nelle immagini horror che l’hanno formata. Il desiderio passa attraverso il cinema.
Schoenbrun ha spiegato che il film nasce anche dalla propria esperienza successiva alla transizione, quando alla scoperta dell’identità si è aggiunta quella fisica, sessuale ed emotiva. Se Ho visto la tv brillare raccontava anche il terrore di intuire chi potremmo essere senza riuscire a compiere completamente quel passaggio, Camp Miasma sembra chiedersi cosa succeda dopo: una volta trovato se stessi, siamo davvero capaci di sentirci?
Ecco perché sangue, penetrazione, ferite e orgasmo finiscono continuamente per sovrapporsi. Persino il nome dell’assassino, Little Death, gioca esplicitamente con la petite mort, l’espressione utilizzata per indicare l’orgasmo.
Lo slasher diventa allora una grammatica sessuale.
Non perché Schoenbrun voglia semplicemente erotizzare la violenza, ma perché prende quelle immagini che hanno contribuito alla formazione sessuale e identitaria della protagonista e prova a riappropriarsene.
Qui entra in gioco un altro tema molto interessante.
Il vecchio Camp Miasma contiene elementi che oggi verrebbero considerati problematici, e lo studio pensa che affidare il reboot a una regista queer possa essere sufficiente a modernizzarlo.
È una presa in giro abbastanza feroce del modo in cui Hollywood utilizza l’identità come strategia aziendale: prendiamo una proprietà intellettuale vecchia, assumiamo qualcuno appartenente alla comunità che quella stessa opera trattava problematicamente e dichiariamo risolto il problema.
Kris, però, non vuole semplicemente correggere il passato. Vuole capire perché quelle immagini, pur essendo problematiche, abbiano significato così tanto per lei.
Ed è una distinzione importante. Schoenbrun non cancella il cinema che ama perché contiene rappresentazioni discutibili; cerca piuttosto di capire come sia possibile impossessarsene, trasformarlo e magari rivolgere contro di esso le sue stesse immagini.
Il rapporto della regista con lo slasher è infatti tutt’altro che pacificato. Schoenbrun ha raccontato quanto figure come Norman Bates o Buffalo Bill abbiano contribuito a creare associazioni traumatiche tra identità trans, mostruosità e violenza nel proprio immaginario. Camp Miasma prova precisamente a rimettere le mani su quei fantasmi.
Gillian Anderson e Hannah Einbinder: due modi opposti di stare davanti alla macchina da presa
Hannah Einbinder è perfetta per Kris perché porta nel personaggio quella combinazione di intelligenza, nevrosi e ironia che le permette di risultare contemporaneamente sicura e completamente fuori posto.
Ma Gillian Anderson si prende una quantità impressionante di spazio.
La sua Billy è attrice, fantasma, diva decaduta, final girl sopravvissuta al proprio stesso film e oggetto di un’adorazione che non controlla più. C’è qualcosa della Norma Desmond di Sunset Boulevard, inevitabilmente, ma Schoenbrun evita di trasformarla semplicemente nella vecchia star eccentrica.
Billy sa benissimo di essere guardata.
Il problema è capire cosa voglia fare di quello sguardo.
Ed è proprio nell’incontro tra queste due donne – una cresciuta guardando e l’altra condannata a essere guardata – che il film trova la sua relazione più fertile.
Cinema dentro il cinema
Una delle idee più riuscite è la costruzione dell’universo di Camp Miasma.
Schoenbrun non si limita a inventare un vecchio film. Inventa un’intera memoria cinematografica: VHS, merchandising, sequel, pubblicità, iconografia, discussioni da fan e progressiva decadenza commerciale.
È qualcosa che chi è cresciuto frequentando videoteche, horror e saghe interminabili riconosce immediatamente.
Il film gioca con questa memoria senza guardarla dall’alto in basso. Ed è importante, perché sarebbe stato facilissimo costruire l’ennesima parodia degli slasher anni Ottanta.
Schoenbrun invece li prende sul serio proprio perché sa quanto possano essere ridicoli.
Il “camp” del titolo non indica soltanto il campeggio. È anche una dichiarazione estetica.
Camp Miasma può permettersi di essere colto e stupidissimo nella stessa sequenza. Può evocare teoria cinematografica e subito dopo divertirsi con l’assassino mascherato che emerge dal lago. È proprio questa libertà a differenziarlo dal tono molto più soffocante di Ho visto la tv brillare.
Quando il film conosce troppo bene la propria teoria
Ed è proprio qui che, secondo me, emerge anche il suo limite. Schoenbrun conosce perfettamente ciò che sta facendo. Forse persino troppo.
Ci sono momenti in cui Camp Miasma sembra voler anticipare tutte le possibili interpretazioni dello spettatore. Lo sguardo, il corpo, la final girl, la rappresentazione queer, la nostalgia, il reboot, il rapporto tra spettatore e immagine: il film apre continuamente livelli di lettura.
Quando queste idee passano attraverso Kris e Billy sono potentissime.
Quando invece senti la costruzione teorica dietro l’immagine, il film rischia di trasformarsi per qualche minuto nel saggio sullo slasher che sta contemporaneamente cercando di prendere in giro.
Non è necessariamente un difetto grave, perché questa cinefilia quasi compulsiva appartiene al personaggio quanto alla regista. Ma rispetto alla precisione emotiva devastante di Ho visto la tv brillare, qui qualche ingranaggio rimane più visibile.
Ed è forse questa la differenza fondamentale rispetto ai precedenti film di Schoenbrun.
Ho visto la tv brillare terminava lasciandoci addosso una sensazione terribile: quella di una vita intuita e continuamente rimandata.
Camp Miasma cerca invece una via d’uscita.
Il corpo non è più soltanto qualcosa da cui fuggire. Può diventare un posto nel quale tornare.
Il cinema non è più soltanto lo schermo attraverso cui immaginare una vita alternativa. Può diventare uno strumento per arrivare alla propria.
Per questo il rapporto tra sesso e morte non è soltanto una provocazione. Lo slasher, genere che tradizionalmente punisce il desiderio attraverso il corpo, viene progressivamente rovesciato: proprio quel corpo può diventare il luogo della liberazione.
Se quelle immagini hanno contribuito a costruire le nostre paure, forse possiamo riprendercele e usarle per costruire anche il nostro piacere.
Ed è probabilmente questa l’immagine più bella di Camp Miasma: non Little Death che emerge dal lago, ma uno spettatore che finalmente smette di limitarsi a guardare il film e trova il coraggio di entrarci dentro.
Segui
Email





