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Recensione di “Tuner – L’accordatore”: Daniel Roher sintonizza il thriller sul jazz

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Recensione di “Tuner – L’accordatore”: Daniel Roher sintonizza il thriller sul jazz

Daniel Roher ha vinto l’Oscar a 29 anni con un documentario su un uomo che stava per essere ucciso.

Il suo primo film di finzione parla di un uomo che accorda pianoforti.

La distanza tra questi due mondi sembra abissale. Eppure Tuner – L’accordatore rivela, nei suoi primi dieci minuti, che la stessa ossessione le attraversa entrambe: la certezza che il modo in cui una persona ascolta il mondo dica tutto su chi è, su cosa vuole, e su quanto è disposta a perdere per ottenerlo.

Niki White (Leo Woodall) ascolta meglio di chiunque altro. Lo fa per mestiere, per necessità, per una condizione uditiva che è insieme dono e condanna. E quando scopre che quell’orecchio assoluto – lo stesso che usa per accordare gli Steinway dei ricchi di New York – funziona altrettanto bene per aprire le loro casseforti, la sua storia smette di essere quella di un artigiano e diventa qualcos’altro.

Un noir, forse. O qualcosa di più difficile da nominare.

Il montaggio che segue il jazz

Parliamo subito di quello che funziona meglio: il rapporto tra musica e montaggio.

La colonna sonora di Will Bates è una delle cose più riuscite del film. Jazz moderno, nervoso, sincopato, con momenti di apertura lirica improvvisa che arrivano dove meno te li aspetti. Non è il jazz da cocktail bar che troppi film usano come sfondo per dare un’aria sofisticata. È un jazz che lavora, che costruisce, che spinge.

E il montaggio di Greg O’Bryant ci si appoggia con una precisione rara.

Le sequenze di accordatura dei pianoforti e quelle di scasso delle casseforti sono montate con lo stesso ritmo, le stesse scansioni, gli stessi tagli rapidi che aprono all’interno della meccanica, le corde, gli ingranaggi, i tumblers che scattano in posizione. C’è la stessa visione dall’interno del pianoforte e della cassaforte, che mostra i meccanismi al lavoro, e quella fluidità visiva suggerisce che Roher capisce il funzionamento interno di questa tecnica quanto il suo abile personaggio centrale.

Il risultato ha una qualità quasi musicale. Come se il film stesso stesse cercando di trovare la propria frequenza giusta, e per lunghi tratti ci riuscisse perfettamente.

I paragoni con Whiplash che circolano nelle recensioni anglosassoni non sono del tutto fuori luogo, anche se Tuner è un film più leggero, più romantico, meno ossessivo. Condivide però quella stessa idea: che il ritmo cinematografico possa diventare musica, e la musica possa diventare cinema, e i due linguaggi possano smettere di essere separati.

Johnnie Burn e il suono come personaggio

Se il montaggio di Greg O’Bryant segue il ritmo del jazz, è il sound design di Johnnie Burn a costruire il pavimento su cui tutto poggia.

Burn – premio Oscar per il Miglior Sonoro con The Zone of Interest di Jonathan Glazer, collaboratore storico di Yorgos Lanthimos (Poor Things, The Lobster, The Favourite) e Jordan Peele (Nope) – porta in Tuner la stessa filosofia radicale che ha applicato ai suoi lavori migliori: il suono raggiunge il pubblico prima del pensiero. Ogni fruscio, ronzio, silenzio o forma sonora lontana può avere peso emotivo, far avanzare la storia, o spostare il subconscio di chi guarda.

In un film costruito attorno a un protagonista con ipersensibilità uditiva, questa filosofia trova il suo terreno di applicazione ideale.

L’uso dell’audio attutito o esagerato per rappresentare la condizione di Niki mette il pubblico nei suoi panni e lo costringe a sentire la sua difficoltà. Qualcosa di particolarmente evidente nelle scene in cui Niki non riesce a funzionare a causa dell’incapacità di tollerare suoni acuti, trascinando sia lui che lo spettatore nel caos totale.

Non è un effetto spettacolare. È qualcosa di più sottile e più disturbante: il suono come punto di vista soggettivo, come strumento narrativo che racconta quello che l’immagine non può mostrare.

È per questo che il film andrebbe visto al cinema – possibilmente in Dolby Atmos, il formato per cui è stato concepito. Il film adotta comunemente la prospettiva sensoriale di Niki, dove si sente ogni respiro e ogni possibile tintinnio in un rumore ruminante accuratamente costruito da Burn.

Con The Zone of Interest aveva fatto sentire l’orrore di Auschwitz attraverso i suoni del quotidiano, senza mostrare nulla. Con Tuner usa la stessa intelligenza in direzione opposta – non per evocare l’indicibile, ma per far entrare lo spettatore dentro la mente e le orecchie di un uomo che sente troppo, in un mondo che non smette mai di fare rumore.

Il film noir che avrebbe potuto essere

Qui vale la pena fare una riflessione su un’occasione parzialmente mancata.

Tuner ha tutti gli ingredienti del grande noir classico: l’uomo di talento che scivola nel crimine, la femme fatale non convenzionale, il vecchio maestro che rappresenta la coscienza perduta, il villain che non è mai solo un villain. Ha New York. Ha il jazz. Ha un protagonista silenzioso con un dono che è anche una condanna.

Con una fotografia più coraggiosa – pensate alla grana grossa, ai contrasti duri, alle ombre lunghe dei thriller americani degli anni Settanta, il Polanski di Chinatown, il Pakula di Tutti gli uomini del presidente, il Friedkin di French Connection – questo film avrebbe potuto diventare qualcosa di più oscuro e più memorabile.

La fotografia di Lowell A. Meyer è invece pulita, moderna, cromaticamente calda. Non è un difetto in sé – le passeggiate di Harry e Niki nelle case di lusso e nelle sale da concerto di New York e dintorni hanno una qualità calda e accuratamente tagliata che crea un vero senso di romanticismo. Ma quella pulizia finisce per smussare gli angoli che il noir avrebbe bisogno di lasciare taglienti.

Rimane la sensazione di un film che aveva il coraggio di essere più buio di quello che ha scelto di essere. Che avrebbe potuto scommettere di più sull’ombra, sul grano, sull’imperfezione visiva come specchio dell’imperfezione morale del protagonista.

Roher viene dal documentario – e si vede nel bene e nel male. Nel bene: la sua capacità di far parlare i volti, di trovare la verità nei dettagli, di non sacrificare i personaggi secondari sull’altare della trama. Nel male: una certa riluttanza a costruire una grammatica visiva davvero personale, un’estetica che sia anche firma autoriale.

Leo Woodall e il ritorno di Dustin Hoffman

Leo Woodall è la vera rivelazione del film.

Roher consegna un noir moderno propulsivo che potrebbe non essere particolarmente furbo ma ha un’intelligenza accattivante e una leggerezza di tocco. E quella leggerezza passa in larghissima parte attraverso il lavoro fisico di Woodall: un attore capace di comunicare un conflitto interiore enorme attraverso gesti minimi, sguardi spostati, silenzi che pesano.

C’è qualcosa del Ryan Gosling post-Drive nel modo in cui costruisce Niki – quel tipo di intensità trattenuta che non ha bisogno di urlarsi addosso per farsi sentire.

Dustin Hoffman, alla soglia degli ottantasette anni, è commovente per il solo fatto di esistere in scena. Harry Horowitz è un personaggio scritto con affetto autentico — il vecchio maestro che porta con sé tutto il peso di una tradizione artigianale che il mondo sta abbandonando. Non è un ruolo di grande ampiezza drammatica, ma Hoffman lo abita con una naturalezza che nessun altro attore della sua generazione potrebbe replicare.

Havana Rose Liu come Ruthie è una sorpresa. Il film le chiede di suonare il pianoforte convincentemente – una competenza che ha dovuto imparare da zero per il ruolo – e lo fa con una credibilità che tiene. La chimica con Woodall è reale, non costruita a tavolino: hanno quel tipo di naturalezza nei dialoghi che o c’è o non c’è, e qui c’è.

Jean Reno è usato troppo poco – quasi un cammeo – ma la sua sola presenza aggiunge un livello di credibilità internazionale al film.

Un esordio nella narrativa fiction che fa ben sperare

Roher, il cui Navalny ha vinto il Premio Oscar come Miglior Documentario, ha cambiato radicalmente direzione con Tuner.

Un “esorsio” nella fiction più che convincente. Non perfetta, ma convincente.

Tuner – L’accordatore è un film elegante che sa cosa vuole e quasi sempre riesce a ottenerlo. Sa costruire ritmo. Sa far funzionare il cast. Sa tenere insieme toni diversi – la commedia romantica della prima metà, il thriller più cupo della seconda – senza che la giuntura si veda troppo.

Quello che manca, come detto, è un’identità visiva più coraggiosa. Il coraggio di sporcarsi le mani con l’ombra, con il grano, con quella fotografia imperfetta e bruciata che i grandi thriller degli anni Settanta usavano come specchio di un’America in decomposizione. Questo film parla di persone che si muovono nell’ombra etica, e avrebbe meritato un’ombra visiva all’altezza.

Ma è un limite di ambizione, non di esecuzione. Un film che sa fare bene il suo lavoro, che ti tiene incollato allo schermo per 107 minuti senza mai perdere il filo, che trova il suo ritmo e ci rimane dentro come un jazz che non vuoi che finisca – è già qualcosa di cui essere grati.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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