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Recensione di “Tony – Diario di un giovane cuoco”: prima di Anthony Bourdain c’era un ragazzo che non sapeva cosa fare della propria vita

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Recensione di “Tony – Diario di un giovane cuoco”: prima di Anthony Bourdain c’era un ragazzo che non sapeva cosa fare della propria vita

Anthony Bourdain voleva fare lo scrittore.

È un dettaglio fondamentale per capire Tony – Diario di un giovane cuoco, perché Matt Johnson non realizza realmente un film sulla nascita di un grande chef. Racconta quel momento della vita in cui siamo convinti di sapere chi diventeremo e poi qualcosa, spesso per puro caso, manda all’aria tutti i programmi.

Nel 1975 Anthony Bourdain ha diciannove anni e si fa chiamare Tony. È intelligente, arrogante, insicuro quanto basta per ostentare sicurezza e convinto di possedere un destino più interessante di quello degli altri.

Vuole diventare uno scrittore. Anzi: vuole essere uno scrittore. Possiede già l’immagine romantica dell’intellettuale che vorrebbe diventare, ma gli manca ancora la cosa fondamentale: qualcosa da raccontare.

Quando perde una borsa di studio sulla quale aveva costruito i propri progetti, fugge a Provincetown inseguendo Nancy, la ragazza di cui è innamorato. Lì, quasi incidentalmente, finisce a lavare piatti in un ristorante.

Anthony Bourdain entra quindi in una cucina non perché abbia scoperto la propria vocazione. Ci entra perché gli serve un lavoro.

Tony non racconta il successo, racconta il caso

Il cinema biografico ha spesso il vizio di trasformare retroattivamente ogni episodio della vita di qualcuno famoso in un segnale della sua futura grandezza.

Tony cerca di evitare questa trappola.

Matt Johnson restringe quindi enormemente il campo: niente carriera televisiva, fama internazionale o corsa attraverso gli episodi più riconoscibili della sua biografia.

C’è un’estate. Un ragazzo. Una ragazza. Un ristorante. E una serie di persone incontrate quasi casualmente.

La vita di Tony cambia senza che Tony se ne accorga.

Per questo il film funziona anche per chi di Bourdain non sa praticamente nulla: più che una biografia è un racconto su quelle deviazioni che, soltanto molti anni dopo, scopriamo essere state la strada principale.

Dominic Sessa aveva già dimostrato in The Holdovers di saper interpretare magnificamente ragazzi convinti di essere più intelligenti delle persone che hanno intorno.

Tony parla troppo, mente, inventa versioni migliori di se stesso, vuole impressionare Nancy e considera la propria aspirazione letteraria quasi una certificazione di superiorità. È spesso insopportabile. Ed è giusto così.

Il film avrebbe sbagliato cercando di renderlo immediatamente adorabile soltanto perché conosciamo l’affetto che milioni di persone avrebbero avuto per il Bourdain adulto.

Sessa lascia invece che Tony sia ridicolo, egoista, persino patetico, mostrando però cosa si nasconde dietro quell’arroganza.

Tony vuole disperatamente essere visto. Vuole che qualcuno gli dica che è speciale prima ancora di aver fatto qualcosa per dimostrarlo.

La cucina è il posto nel quale non puoi mentire

Poi Tony entra in cucina e il film cambia ritmo.

Perché la cucina possiede una caratteristica che la letteratura immaginata da Tony non ha: non le interessa chi pensi di essere.

Puoi raccontare a una ragazza che sei uno scrittore e immaginarti una futura vita bohémien a New York. Ma se devi lavare duecento piatti, devi lavare duecento piatti. Se sbagli una preparazione, il risultato è davanti a tutti.

La cucina è il primo luogo nel quale Tony non può inventare una versione migliore di se stesso.

Deve fare, osservare, imparare, sbagliare. E soprattutto capire che essere bravi in qualcosa significa accettare per parecchio tempo di non esserlo. Tony pensava di avere bisogno di un’occasione per dimostrare il proprio talento.

In realtà aveva bisogno di un posto nel quale imparare l’umiltà.

Antonio Banderas e Leo Woodall: le due strade possibili

A insegnargliela è soprattutto lo chef interpretato da Antonio Banderas.

Banderas evita il classico maestro cinematografico che dispensa massime sulla vita mentre taglia una cipolla, è duro, contraddittorio, ma riconosce qualcosa in Tony che il ragazzo non riesce ancora a vedere.

Non gli insegna soltanto a cucinare. Gli mostra che un mestiere possiede una cultura, una storia, delle regole e che, prima di pensare di rivoluzionarle, bisogna avere l’umiltà di conoscerle.

La calma di Banderas funziona magnificamente contro l’energia nervosa di Sessa.

Ma esiste anche un’altra cucina, rappresentata da Sal, interpretato da Leo Woodall. Sal rappresenta velocità, eccesso, droga, sesso, cameratismo e autodistruzione.

La cucina diventa così una comunità di outsider, persone che forse funzionerebbero male altrove ma che durante un servizio riescono a trasformare il caos in ordine.

Tony non scopre semplicemente che gli piace cucinare.

Scopre una tribù.

Prima dello chef nasce lo sguardo di Bourdain

La scelta migliore di Johnson è non trasformare Bourdain in Bourdain troppo presto. Noi sappiamo dove arriverà. Sappiamo che il suo interesse per il cibo diventerà qualcosa di molto più grande della gastronomia.

Bourdain avrebbe trasformato il cibo in uno strumento per parlare delle persone. Avrebbe viaggiato entrando nelle case, sedendosi ai tavoli, mangiando ciò che mangiavano gli altri e soprattutto ascoltandoli.

Tony cerca le prime tracce non dello chef, ma di quello sguardo.

La cucina insegna al ragazzo una cosa che l’aspirante scrittore ripiegato su se stesso ancora non conosce: per raccontare il mondo bisogna prima interessarsi agli altri.

All’inizio Tony vuole raccontare se stesso. Alla fine ha cominciato almeno a guardarsi intorno.

Un’estate prima che tutto cominci

La Provincetown del 1975 assume così la dimensione dell’estate che tutti abbiamo avuto, o avremmo voluto avere: quella durante la quale pensavamo di stare semplicemente perdendo tempo mentre stavano accadendo cose che avremmo compreso soltanto molti anni dopo.

Si beve, si lavora, ci si innamora male, si fanno amicizie discutibili e si prendono decisioni stupide.

Tony può sbagliare strada perché ha ancora diciannove anni.

Ed è piacevole vedere un film contemporaneo concedere a un ragazzo il diritto di essere confuso.

Su tutto, inevitabilmente, aleggia la consapevolezza della morte di Anthony Bourdain nel 2018. Johnson sceglie saggiamente di non trasformare la sua giovinezza in una raccolta di presagi della tragedia futura.

Tony ha diciannove anni e ha diritto a esistere nel 1975 senza che ogni gesto venga interpretato attraverso ciò che accadrà quarant’anni dopo.

Tony funziona meno quando la casualità di quell’estate assume la precisione del classico racconto di formazione.

Sappiamo che quell’esperienza dovrà portare da qualche parte e che la cucina dovrà progressivamente diventare una strada possibile.

Il film è migliore quando Tony sembra semplicemente vivere: quando sbaglia, mente o fa qualcosa che apparentemente non serve alla costruzione del futuro Anthony Bourdain.

Perché proprio lì Sessa riesce a farci dimenticare che stiamo guardando un personaggio realmente esistito.

Tony – Diario di un giovane cuoco riesce soprattutto perché capisce che la parte meno interessante sarebbe stata raccontarci quanto Anthony Bourdain fosse destinato a diventare Anthony Bourdain.

Matt Johnson racconta qualcosa di più affascinante: quanto fosse possibile che non lo diventasse affatto.

Bastava ottenere quella borsa di studio. Non seguire Nancy a Provincetown. Trovare un altro lavoro. Non entrare in quella cucina.

Ed è qui che il film smette di appartenere soltanto a Bourdain.

Quasi nessuno diventa esattamente ciò che immaginava a diciannove anni. Facciamo progetti, immaginiamo carriere, decidiamo chi dovremmo essere. Poi arriva una persona, un’estate, un fallimento o un lavoro accettato quasi per caso.

E la deviazione diventa la strada.

Tony pensava che il suo futuro fosse la scrittura. Non aveva completamente torto: Anthony Bourdain sarebbe diventato anche uno scrittore straordinario.

Semplicemente non aveva ancora trovato ciò di cui avrebbe scritto.

Prima doveva entrare in una cucina.

E soprattutto doveva cominciare a vivere.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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