Recensione di “The Long Walk” di Francis Lawrence: resistere, passo dopo passo
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The Long Walk, diretto da Francis Lawrence e tratto dal romanzo di Stephen King (nei panni di Richard Bachman), arriva finalmente nei nostri cinema. Il film parte da un’idea semplicissima portata fino alle sue conseguenze più crudeli: cento ragazzi che devono continuare a camminare senza fermarsi. Chi rallenta, esce. E uscire significa morire.
Una premessa essenziale, una tensione costante
Il film non perde tempo a costruire un mondo complesso. Le regole sono chiare fin da subito, e proprio per questo inquietanti. Non c’è possibilità di fuga, non c’è strategia che tenga davvero: si tratta solo di resistere più degli altri.
Lawrence sceglie una messa in scena asciutta, senza orpelli. La marcia non diventa mai spettacolo nel senso classico, ma una condizione da sopportare. Più si va avanti, più il film si svuota, lasciando spazio alla fatica e al logoramento.
Uno degli aspetti più evidenti è quanto il film insista sulla dimensione fisica. La stanchezza è mostrata. I corpi cedono, si piegano, si rompono.
C’è un alto tasso di violenza, anche splatter in alcuni momenti, che non viene mai davvero alleggerita. Non è una violenza estetizzata: è sporca, improvvisa, spesso brutale. Serve a ricordarti continuamente cosa c’è in gioco.
E soprattutto rende la marcia qualcosa di concreto.
Psicologia e resistenza: la vera gara è nella mente
Al di là del lato fisico, il film trova i suoi momenti migliori quando si concentra sulla testa dei partecipanti. Non c’è una vera caratterizzazione didascalica, ma i personaggi emergono per come reagiscono.
C’è chi prova a restare lucido, chi si aggrappa ai ricordi, chi si spegne lentamente. Il rapporto tra i ragazzi diventa sempre più fragile, oscillando tra solidarietà e competizione.
A un certo punto smette di essere una gara. Diventa una discesa collettiva.
Visivamente, Lawrence resta coerente con l’impostazione generale. Gli spazi aperti non liberano, anzi aumentano la sensazione di isolamento. Non c’è via d’uscita, anche quando l’orizzonte sembra infinito.
La regia evita il compiacimento, anche nelle scene più dure. E proprio per questo il film mantiene una tensione costante, senza bisogno di alzare continuamente il volume.
È proprio nel finale che il film prende una strada diversa rispetto al romanzo originale di King. Viene aggiunto un elemento che nel libro non c’è, una chiusura più esplicita, quasi “risolutiva”.
Da una parte funziona. Lo spettatore prova una certa soddisfazione, una sensazione di compimento che nel film ha un suo senso.
Dall’altra, però, si perde qualcosa. Nel romanzo c’era una carica nichilista molto più forte, una sensazione di vuoto e inevitabilità che qui viene attenuata. Il film sceglie di chiudere, mentre il libro lasciava sospeso.
Ed è una differenza che si sente.
The Long Walk non è un film pensato per intrattenere nel senso più semplice del termine. È un’esperienza di logoramento, fisico e mentale, che ti costringe a restare dentro una situazione senza vie di fuga.
Con qualche limite, soprattutto nel finale, resta però un adattamento coerente, capace di restituire la durezza dell’idea di partenza.
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