Recensione di “The Dog Stars – Le stelle dopo la fine”: Ridley Scott cerca l’umanità dopo l’Apocalisse
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A 88 anni Ridley Scott continua a girare con una frequenza che metterebbe in difficoltà registi con mezzo secolo di meno sulle spalle. Ma la cosa interessante di The Dog Stars – Le stelle dopo la fine non è tanto l’ennesima dimostrazione della sua impressionante produttività, quanto il tono scelto per raccontare ancora una volta un futuro nel quale l’umanità ha fatto un pessimo uso delle possibilità che aveva a disposizione.
Scott ha frequentato il futuro per tutta la carriera. Lo ha immaginato sporco e industriale in Alien, piovoso e moralmente ambiguo in Blade Runner, militarizzato in Black Hawk Down quando il futuro era semplicemente il presente. Stavolta l’Apocalisse è invece silenziosa. Non ci sono città futuristiche né tecnologie sorprendenti. Al contrario, dopo la fine del mondo l’America sembra essere tornata indietro.
Ed è probabilmente la prima intuizione interessante di The Dog Stars: il futuro di Ridley Scott assomiglia stranamente al passato.
A tratti sembra addirittura un western.
Ci sono territori da difendere, uomini armati che osservano l’orizzonte, comunità isolate, sconosciuti dei quali bisogna decidere immediatamente se fidarsi e soprattutto una frontiera oltre la quale potrebbe esserci qualcosa. Oppure niente.
Solo che al posto del cavallo c’è un piccolo Cessna giallo.
Dopo la pandemia
Tratto dal romanzo pubblicato da Peter Heller nel 2012 e adattato per il cinema da Mark L. Smith, The Dog Stars ci porta nel 2035, dopo che una devastante pandemia influenzale ha sterminato gran parte della popolazione mondiale.
Hig, interpretato da Jacob Elordi, vive in un aeroporto abbandonato del Colorado insieme al suo cane Jasper e a Bangley, sopravvissuto interpretato da Josh Brolin.
I due sono sopravvissuti alla stessa catastrofe, ma sembrano averne ricavato conclusioni completamente opposte.
Bangley ha deciso che il mondo è diventato definitivamente ostile. Difende il perimetro, accumula armi, studia ogni possibile minaccia e considera chiunque si avvicini un potenziale nemico.
Hig continua invece a volare. Sorvola il territorio con il suo Cessna, recupera medicinali e rifornimenti, mantiene rapporti con una comunità mennonita e soprattutto continua ostinatamente a cercare qualcosa che assomigli alla vita precedente.
Ha perso sua moglie. Ha perso il mondo nel quale viveva. Ma non sembra disposto ad accettare che insieme a quel mondo debba necessariamente morire anche la possibilità di fidarsi degli altri.
Quando intercetta attraverso la radio una debole trasmissione proveniente da Grand Junction, decide quindi di partire.
Potrebbe essere una trappola. Potrebbe non esserci più nessuno. Ma per Hig è sufficiente sapere che dall’altra parte potrebbe esserci un altro essere umano.
Un film post-apocalittico che guarda agli anni Novanta
È impossibile vedere The Dog Stars senza avvertire una strana sensazione di familiarità.
Il cinema e soprattutto la televisione degli ultimi anni hanno spremuto l’immaginario post-apocalittico fino quasi a prosciugarlo. The Walking Dead, The Last of Us, A Quiet Place, Io sono leggenda, 28 giorni dopo con i suoi sequel (tanto per citare i primi che mi vengono in mente): uomini soli, città abbandonate, natura che riconquista gli spazi urbani, comunità fortificate, diffidenza verso gli sconosciuti.
Scott arriva quindi su un territorio nel quale sembra che sia già passato chiunque.
Eppure The Dog Stars possiede qualcosa che lo avvicina anche a un certo cinema americano degli anni Novanta.
È nella semplicità della costruzione, nel gusto per l’avventura fisica, nella centralità del paesaggio e persino in una certa ingenuità sentimentale che oggi il cinema mainstream tende quasi a nascondere per paura di sembrare troppo semplice.
Scott non sembra preoccuparsene.
Quando deve far volare un aeroplano tra montagne immense lo fa. Quando deve mettere due uomini davanti a un fuoco a parlare del mondo perduto, rallenta. Quando arriva il momento dell’azione, improvvisamente ricorda di essere Ridley Scott e costruisce sequenze secche, violente, leggibilissime.
Non tutto funziona allo stesso modo e alcune svolte narrative sembrano appartenere a un cinema molto più convenzionale del suo autore. Ma questa natura quasi démodé finisce paradossalmente per dare personalità al film.
The Dog Stars come western di frontiera
È però il western il genere che emerge progressivamente sotto la superficie fantascientifica.
Bangley potrebbe tranquillamente essere un vecchio pistolero che protegge il proprio ranch. Josh Brolin sembra nato per stare dentro questo immaginario: gli basta imbracciare un fucile, socchiudere gli occhi e osservare qualcuno arrivare da lontano perché il 2035 scompaia e ci ritroviamo sulla frontiera.
Hig è invece l’uomo che vuole attraversarla. Il Cessna diventa il suo cavallo e l’aeroporto il fortino dal quale partire e al quale tornare.
Persino il conflitto fondamentale del film appartiene al western: cosa facciamo quando incontriamo lo sconosciuto?
Spariamo prima? Aspettiamo? Gli apriamo la porta?
Scott costruisce buona parte del film attorno a questa domanda apparentemente elementare.
Due idee opposte di sopravvivenza
Bangley e Hig rappresentano infatti due differenti concezioni della sopravvivenza.
Per Bangley sopravvivere significa essere ancora vivi domani. Per Hig non basta.
Se per restare vivi dobbiamo rinunciare alla fiducia, all’amore, alla solidarietà e alla possibilità di accogliere qualcuno, allora abbiamo salvato il corpo ma probabilmente perso tutto il resto.
La cosa interessante è che Scott non rende Bangley semplicemente un fanatico. La sua posizione ha perfettamente senso. In quel mondo fidarsi può significare morire.
E Josh Brolin gli regala una concretezza straordinaria. Bangley non teorizza l’Apocalisse: la affronta. È un uomo che ha trasformato il trauma in procedura. Perimetro, armi, controllo, prevenzione.
Hig invece continua a comportarsi come se da qualche parte fosse ancora possibile ricostruire qualcosa.
È più vulnerabile e probabilmente anche più stupido. Ma è proprio quella vulnerabilità a mantenerlo umano.
Dopo la pandemia, The Dog Stars parla inevitabilmente di noi
C’è poi un elemento impossibile da ignorare nel 2026.
Peter Heller pubblicò The Dog Stars nel 2012. All’epoca l’idea di una pandemia capace di cambiare radicalmente la società apparteneva ancora soprattutto alla fantascienza.
Oggi no.
E Ridley Scott realizza il film in un mondo che ha realmente conosciuto lockdown, isolamento, paura del contagio, diffidenza verso gli altri e comunità improvvisamente costrette a ridefinire le proprie regole.
Per questo The Dog Stars sembra contemporaneamente provenire dagli anni Novanta e parlare ossessivamente del presente.
La pandemia del film è molto più devastante della nostra, naturalmente, ma ciò che interessa Scott non è la plausibilità epidemiologica. Gli interessa quello che rimane dopo la paura.
Una società traumatizzata diventa necessariamente una società chiusa? Quanto tempo occorre perché la prudenza diventi paranoia? Quando la necessità di proteggere ciò che abbiamo comincia a impedirci di incontrare chi non conosciamo?
Sono domande che il film pone attraverso un futuro immaginario, ma che appartengono in maniera evidente al nostro presente.
L’accoglienza come unica possibilità di ricostruire il mondo
È qui che emerge quella che considero l’idea più interessante di The Dog Stars.
Nel cinema post-apocalittico siamo abituati a una regola: gli altri sono il pericolo. Spesso persino più dei mostri.
The Walking Dead ha costruito intere stagioni su questo principio. Quando arriva uno sconosciuto, bisogna sapere chi è, cosa vuole e quanto velocemente possiamo eliminarlo se qualcosa va storto.
Scott parte dalla stessa logica per arrivare progressivamente alla conclusione opposta.
Non è l’autosufficienza a salvare l’umanità. È l’accoglienza.
La comunità mennonita incontrata da Hig introduce presto questa possibilità, ma sarà il suo viaggio a trasformarla in qualcosa di più concreto.
Hig continua a cercare gli altri quando tutto gli suggerisce che sarebbe più sicuro evitarli. Perché comprende che sopravvivere da soli non significa ricostruire il mondo.
Puoi accumulare benzina. Puoi trovare medicine. Puoi fortificare un aeroporto. Puoi possedere abbastanza munizioni da respingere chiunque.
Ma una civiltà non nasce da un recinto. Nasce quando qualcuno decide di aprire il cancello.
Ed è un pensiero sorprendentemente limpido per un regista che nel corso della propria carriera ci ha mostrato così spesso esseri umani pronti a divorarsi reciprocamente.
Jacob Elordi, Josh Brolin e Margaret Qualley
Jacob Elordi porta Hig verso una malinconia quasi permanente. È un uomo sopravvissuto fisicamente alla pandemia ma rimasto emotivamente fermo nel momento in cui ha perso la moglie.
La sua fisicità potrebbe suggerire un eroe d’azione tradizionale, ma Scott la utilizza quasi al contrario. Hig non vuole conquistare nulla. Vuole ritrovare qualcosa.
Elordi funziona soprattutto quando il film gli permette di tacere, nel rapporto con Jasper, durante i voli e nei momenti in cui osserva un mondo enorme che improvvisamente contiene pochissime persone.
Margaret Qualley, nei panni di Cima, introduce una possibilità che il protagonista aveva quasi smesso di contemplare: non semplicemente innamorarsi nuovamente, ma immaginare un futuro che non sia soltanto una versione impoverita del passato.
Ma è Josh Brolin a possedere le scene con maggiore naturalezza.
Bangley sembra un personaggio che l’attore interpreta da sempre anche se non lo aveva mai interpretato prima. Secco, pragmatico, ironico senza cercare la battuta, Brolin porta nel film proprio quella dimensione western che Scott lascia emergere progressivamente.
Ogni volta che compare con un’arma in mano sembra che da qualche parte debba partire una musica di Morricone.
Tra paesaggio e azione
Visivamente Scott non ha bisogno di dimostrare nulla e forse proprio per questo The Dog Stars è meno esibizionista di altri suoi lavori recenti.
Il paesaggio domina continuamente l’uomo. Il piccolo Cessna attraversa montagne e vallate immense mentre sotto di lui rimangono le tracce di una civiltà scomparsa. Le città abbandonate non vengono trasformate continuamente in parchi giochi digitali: spesso Scott preferisce lasciarle semplicemente vuote.
Quando arriva la violenza, però, cambia tutto.
Il montaggio accelera, lo spazio diventa immediatamente leggibile e riemerge quella capacità quasi istintiva di Scott di dirigere l’azione senza trasformarla in confusione.
È anche per questo che il film funziona meglio quando accetta la propria natura ibrida: fantascienza, western, survival movie, storia d’amore e road movie.
Quando invece cerca di rispettare troppo fedelmente alcune convenzioni del post-apocalittico, diventa molto meno interessante.
The Dog Stars arriva dopo anni di sovrapproduzione post-apocalittica e non può fingere che quell’immaginario sia ancora nuovo.
Alcuni passaggi risultano prevedibili e non tutti i personaggi ricevono lo spazio necessario. Anche il film sembra talvolta indeciso se abbandonarsi completamente alla propria dimensione contemplativa oppure ricordarsi improvvisamente di dover essere anche un blockbuster.
Il risultato è irregolare.
Ma proprio quando smette di preoccuparsi dell’Apocalisse e comincia a occuparsi delle persone, trova la propria identità.
Sopravvivere non basta
The Dog Stars non reinventa il cinema post-apocalittico e probabilmente non è nemmeno questo che interessa a Ridley Scott. Dietro il virus, le armi, il Cessna e le distese americane c’è un film sorprendentemente semplice.
Un uomo deve decidere se continuare ad avere paura degli altri oppure tornare a cercarli. Ed è forse qui che un film apparentemente rivolto al futuro diventa profondamente contemporaneo.
Abbiamo costruito confini, reali e simbolici. Abbiamo imparato a riconoscere nell’altro una possibile minaccia. Abbiamo trasformato la sicurezza in uno dei grandi desideri del nostro tempo.
Scott immagina cosa accadrebbe portando questa logica fino alla sua conseguenza estrema: un mondo nel quale siamo finalmente perfettamente protetti dagli altri perché gli altri non esistono quasi più.
E scopre che non c’è niente di desiderabile.
Bangley sa come impedire al mondo di entrare.
Hig vuole ancora sapere cosa ci sia là fuori.
È questa tensione a rendere The Dog Stars più interessante del suo involucro post-apocalittico.
Perché alla fine il film non ci chiede come sopravvivere alla fine del mondo.
Ci chiede per quale motivo valga la pena ricominciarlo.
E la risposta di Ridley Scott è insolitamente ottimista: non saranno le armi, le mura o la capacità di bastare a noi stessi.
Saranno gli altri.
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