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Recensione di “The Conjuring: Il rito finale”: un addio riuscito e malinconico per i coniugi Warren

Recensione di "The Conjuring: Il rito finale": un addio riuscito e malinconico per i coniugi Warren.

Recensione di “The Conjuring: Il rito finale”: un addio riuscito e malinconico per i coniugi Warren

Con The Conjuring: Il rito finale Michael Chaves porta a conclusione la saga dei Warren con un film che sceglie la via dell’intimità più che quella dell’eccesso spettacolare.

Siamo nel 1986: Ed e Lorraine, ormai stanchi e vicini al ritiro, vengono chiamati a occuparsi di quello che diventerà il loro ultimo grande caso, la vicenda della famiglia Smurl, perseguitata da presenze inquietanti all’interno della propria casa.

Il film sceglie un impianto investigativo classico: la casa, i primi segnali, l’incredulità che cede all’orrore, il tentativo di intervento della Chiesa e, soprattutto, il peso che ogni nuovo caso aggiunge sulle spalle dei Warren. La posta in palio non è solo “risolvere” l’infestazione: è capire quanto di loro due sia rimasto intatto dopo anni passati a guardare nell’abisso.

Lotta contro il male

L’idea di fondo non è tanto costruire l’ennesima escalation di spaventi, quanto restituire un ritratto umano di due personaggi che, film dopo film, hanno incarnato il lato più fragile e insieme più tenace della lotta contro il male. Patrick Wilson e Vera Farmiga firmano una prova misurata e dolorosa. I due non cercano mai l’enfasi: lasciano parlare i silenzi, i gesti minimi, l’affaticamento di chi ha visto troppo. La loro alchimia tiene insieme il film e ne orienta il battito, trasformando ogni scelta rituale in una decisione esistenziale. Attorno a loro, la famiglia al centro dei fatti è tratteggiata con realismo: non “vittime” funzionali, ma persone in cui la paura si confonde con la vergogna e col timore di non essere creduti.

A fare da contrappunto alla coppia Warren c’è la figura della figlia Judy, ormai cresciuta e pronta a raccogliere l’eredità dei genitori. La sua presenza non è soltanto un dettaglio di trama: rappresenta simbolicamente la continuità, la possibilità che la lotta contro il male prosegua, anche quando i protagonisti che conosciamo cedono il passo.

Chaves non rinuncia alla grammatica del genere, il regista lavora sulla durata del terrore più che sul numero di spaventi. La macchina da presa abita i corridoi, indugia sulle porte socchiuse, lascia che il buio faccia il suo mestiere. Le scenografie domestiche sono trattate come trappole morali: cucine e camerette diventano camere di risonanza per colpi sonori secchi, ombre che si muovono ai margini dell’inquadratura, piccoli dettagli che spostano l’aria prima ancora della trama. Il risultato è un horror asciutto, meno “spettacolo” e più pressione psicologica, che preferisce l’attesa all’urlo.

Il suono della paura

La colonna sonora lavora per sottrazione, privilegiando tessiture gravi e pause nette; il design sonoro è la vera arma del film. Scricchiolii, soffi, rumori d’acqua e vibrazioni di parete costruiscono un paesaggio uditivo che prepara lo sguardo allo shock senza mai cadere nel didascalico. È lì che Il rito finale trova il suo respiro: la paura come frizione tra ciò che si sente e ciò che non si riesce a vedere.

Scelte di equilibrio

Qualche passaggio centrale appare compresso: il ritmo, volutamente controllato, a tratti sacrifica l’approfondimento di figure secondarie che avrebbero meritato un giro in più. Chi cerca il “mostro iconico” o la set-piece memorabile potrebbe percepire un ridimensionamento rispetto ai capitoli più spettacolari dell’universo Conjuring. Ma è una scelta consapevole: il film preferisce chiudere una storia d’amore e di fede prima ancora che un franchise.

The Conjuring: Il rito finale non prova a superare i picchi di paura dei predecessori: li riordina, li mette in prospettiva e li riconsegna ai Warren come esperienza, non come trofeo. È un addio sobrio, a tratti commovente, che rinuncia alla spettacolarità forzata e preferisce congedarsi con un tono più intimo, quasi crepuscolare, che restituisce dignità ai personaggi e ricorda perché questa saga ha funzionato per così tanto tempo: l’orrore come specchio dell’intimità, non come fuoco d’artificio. Un epilogo coerente, sentito, che chiude la porta con coerenza e rispetto… e lascia dietro di sé un silenzio che fa ancora rumore.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 15, e il podcast L'Edicola del Boomer sulle principali piattaforme. Gli piacciono i social, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film e sognare ad occhi aperti.

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