Recensione di “The Backrooms”: quando spiegare il mistero lo uccide
Segui Email C’è una foto. Una stanza gialla. Moquette umida. Luci al neon che ronzano nel silenzio. Nessuna porta.
C’è una foto. Una stanza gialla. Moquette umida. Luci al neon che ronzano nel silenzio.
Nessuna porta. Nessuna finestra. Nessuna via d’uscita.
La leggenda nasce ufficialmente il 12 maggio 2019 sulla board /x/ di 4chan, quando un utente anonimo pubblicò la foto di una stanza gialla e vuota, scatenando una risposta che sarebbe diventata il “Vangelo” delle Backrooms: “Se non stai attento e fai noclip fuori dalla realtà nelle aree sbagliate, finirai nelle Backrooms, dove non c’è altro che il puzzo di vecchia moquette umida, la follia del mono-giallo, l’infinito rumore di fondo delle luci a fluorescenza al massimo ronzio, e circa seicento milioni di miglia quadrate di stanze vuote segmentate casualmente in cui restare.”
Quella foto era spaventosa perché non spiegava niente.
Il film di Kane Parsons – ventun anni, il più giovane regista nella storia di A24 – prova invece a spiegare tutto. Ed è esattamente lì che le cose cominciano ad andare storto.
Quando internet crea i propri miti
Per capire cosa non funziona nel film bisogna prima capire cosa sono le Backrooms – e più in generale cosa sono le creepypasta.
Il termine nasce nei forum americani nei primi anni Duemila: storie dell’orrore brevi, scritte in stile anonimo, progettate per diffondersi e accumularsi come pasta che si attacca al muro. Non hanno autore riconoscibile. Non hanno una versione definitiva. Crescono per contributi collettivi, mutano, si evolvono. Sono i racconti attorno al fuoco dell’era digitale – con la differenza che il fuoco è uno schermo e il buio è fatto di pixel.
Slender Man è stata la prima creepypasta a diventare un fenomeno di massa. Creato da Eric Knudsen nel 2009 come partecipazione a un concorso fotografico sul sito Something Awful, si è trasformato in un vero e proprio mito virale: un essere senza volto, in abito scuro, che perseguita i bambini e trascina le vittime in un’altra dimensione. La sua potenza stava nell’indeterminatezza – non si sapeva cosa fosse, non si sapeva cosa volesse, non si sapeva cosa succedesse a chi lo incontrava.
Poi nel 2018 Sony ne ha fatto un film. Risultato: un horror generico e privo di spavento, sottile e vaporoso come il mito che cercava di incarnare. Il problema era strutturale: Slender Man funzionava come leggenda collettiva, aperta, non rivendicata. Trasformato in narrativa con protagonisti, cause ed effetti, aveva perso tutto.
The Backrooms rischia esattamente lo stesso errore. E in parte ci casca.
Kane Parsons e la trappola della spiegazione
Kane Parsons non è un regista qualunque. È il giovane YouTuber che, con la sua webserie Kane Pixels, ha trasformato la foto originale di 4chan in un universo narrativo elaboratissimo, con una coerenza visiva e un senso dell’atmosfera che gli ha guadagnato milioni di follower e l’attenzione di A24, James Wan e Shawn Levy.
Il suo merito è reale. Sa costruire tensione. Sa usare l’estetica liminal space con una precisione che i blockbuster normalmente non raggiungono. I corridoi gialli e la loro estetica estremamente ricercata non cercano la pulizia formale, ma la verità del degrado: ogni corridoio e ogni ronzio di neon diventa la proiezione visiva di quel terrore dell’ordinario nato dal post originale.
Ma il film tradisce se stesso nel momento in cui decide di raccontare una storia con una struttura convenzionale.
La trama – una terapeuta il cui paziente scompare in una dimensione oltre la realtà, costretta ad avventurarsi nell’ignoto per salvarlo – è già un sintomo del problema. Le Backrooms non hanno bisogno di una terapeuta. Non hanno bisogno di un paziente da salvare. Non hanno bisogno di un perché.
Il loro orrore è nell’assenza di senso. Nell’impossibilità di orientarsi. Nel fatto che non esiste nessuna uscita e nessuna spiegazione e nessuno che venga a salvarti.
Non appena il film prova a costruirci intorno una metafora – e la metafora scelta è quella psichiatrica, il labirinto come proiezione della mente in crisi, le stanze infinite come rappresentazione del trauma – le Backrooms smettono di fare paura. Diventano un’allegoria. E le allegorie si possono decodificare. E quello che si può decodificare non fa più paura.
Verso il finale il film cerca di dare una semi-spiegazione a quello che abbiamo visto ma non ci riesce più di tanto, fornendo mezzi indizi non soddisfacenti e in parte prevedibili. Rimane invece molto più interessante la sua parte non detta, non spiegata e lasciata a delle personali interpretazioni.
È la critica più onesta che si possa fare al film. E vale anche per la riflessione sull’intelligenza artificiale generativa – presente, accennata, mai davvero sviluppata – che rimane un margine interessante ma inesplorato, un’idea abbandonata a metà strada.
Il problema del metaforone
Il film è lungo. Troppo lungo.
E la lunghezza non è neutra: in un’opera che dovrebbe vivere di sospensione, di attesa, di senso di perdita dell’orientamento, ogni minuto in eccesso è un minuto in cui lo spettatore riacquista il controllo della situazione. Riesce a ragionare. Riesce a anticipare. Riesce a smettere di avere paura.
La metafora psichiatrica pesa come un macigno su tutta la seconda metà. Il messaggio non è sbagliato in sé. Ma è ovvio. È il tipo di sottotesto che si risolve alla prima visione, che non lascia niente da scoprire al secondo sguardo, che non disturba né tantomeno perseguita.
Il modello giusto era un altro
Il paradosso di The Backrooms è che il suo stesso creatore aveva già dimostrato come si fa.
La webserie di Kane Pixels funzionava perché non spiegava. Mostrava. Suggeriva. Lasciava che lo spettatore completasse il vuoto con la propria paura. Era found footage – un formato che per definizione rinuncia all’onniscienza narrativa, che accetta i propri limiti come strumento espressivo.
Il film, invece, vuole il controllo. Vuole la storia completa. Vuole la risoluzione.
Il cinema dell’orrore che funziona davvero – da Hereditary a The Witch, da Midsommar a Talk to Me – sa che la paura vive nell’ambiguità. Che il mostro più spaventoso è quello che non si vede del tutto. Che la spiegazione è sempre meno terrificante del silenzio.
The Backrooms era il film perfetto per dimostrarlo.
Invece ha scelto di aprire la porta. Di accendere la luce. Di mostrare cosa c’è dall’altra parte.
E dall’altra parte c’era solo un’allegoria.
Photo Credit: Courtesy of A24
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