Recensione di “Sunny Dancer”: George Jaques e un’estate indimenticabile
Segui Email C’è una cosa che Sunny Dancer si rifiuta di fare dall’inizio alla fine: trattare i suoi personaggi
C’è una cosa che Sunny Dancer si rifiuta di fare dall’inizio alla fine: trattare i suoi personaggi come vittime.
Ivy ha diciassette anni, dieci mesi di remissione dalla leucemia alle spalle, e zero intenzione di diventare la storia edificante che tutti intorno a lei sembrano aspettarsi. Non vuole ispirare nessuno. Non vuole essere grata in pubblico. Non vuole andare al campo estivo per giovani sopravvissuti al cancro che i suoi genitori le hanno prenotato con l’entusiasmo ottimista di chi non sa cosa altro fare. Lo chiama “chemo camp” con il tono di chi sta per passare le vacanze in prigione.
E invece accade qualcosa.
George Jaques ha venticinque anni, viene da South London, e con il suo secondo lungometraggio ha fatto la cosa più difficile che esista nel cinema: ha raccontato la malattia senza farne una tragedia e la giovinezza senza renderla un poster motivazionale. Sunny Dancer è ambientato nelle Highlands scozzesi, girato in un’estate che per miracolo non ha visto un giorno di pioggia, e ha l’energia caotica e calda di un gruppo di ragazzi che hanno già visto cose che la maggior parte degli adulti non ha mai dovuto guardare in faccia, e che per questa ragione precisa decidono di vivere ogni momento con una intensità che gli altri non si possono permettere.
Un campo, un gruppo, una chimica impossibile da costruire a tavolino
Quello che tiene in piedi il film non è la trama, che segue le traiettorie prevedibili del coming-of-age senza mai tradirle ma senza nemmeno sorprendere. È il gruppo. È la chimica tra Bella Ramsey, Ruby Stokes, Daniel Quinn-Toye, Conrad Khan, Earl Cave e Shalom Brune-Franklin, un ensemble di giovani attori che sembrano essersi davvero innamorati l’uno dell’altro durante le riprese – e non è un’impressione, perché Jaques ha costruito il set come una comunità vera, portando il cast a vedere Kylie Minogue in concerto, facendoli vivere insieme, lasciando che le relazioni si formassero fuori dal set prima di portarle davanti alla macchina da presa.
Il risultato è un film in cui le amicizie si sentono reali. Le risate si sentono reali. Persino le battute sul cancro – e ce ne sono molte, di quelle che farebbero alzare le sopracciglia alla “polite society” – si sentono reali, perché vengono da personaggi che hanno guadagnato il diritto di farle attraverso quello che hanno vissuto.

Neil Patrick Harris come direttore del campo, Patrick, è la sorpresa più bella del film. Quello che sembra un personaggio di supporto dalla simpatia un po’ forzata – khaki shorts, slogan entusiastici, sorriso da manuale – si trasforma nel corso del film in qualcosa di molto più preciso e più commovente, nel momento in cui Patrick smette di essere ruolo e diventa persona. Harris coglie quel momento con una delicatezza che sorprende.
Bella Ramsey e l’estate che non aveva mai vissuto
Ma questo è il film di Bella Ramsey. E Ramsey lo sa, e lo porta con una maturità che stupisce considerando che hanno ventidue anni e che sul set hanno dichiarato di aver vissuto per la prima volta l’adolescenza che non avevano mai avuto, impegnati com’erano a recitare in Game of Thrones da quando ne avevano undici.
Ivy non è un personaggio facile. È arrabbiata, isolata, profondamente resistente all’idea che sopravvivere significhi dover qualcosa al mondo. Non vuole essere di ispirazione per nessuno. Vuole solo esistere, nel caos, nell’imperfezione, nelle notti passate a fare cose sbagliate con persone che capiscono senza bisogno di spiegazioni.
Ramsey costruisce questo personaggio senza mai cercare la simpatia dello spettatore in modo diretto. Lo guadagna lateralmente, attraverso i piccoli cedimenti, i momenti in cui la guardia cala per un secondo prima di rialzarsi. È una performance di sottrazione, non di accumulo, e in un film che avrebbe potuto facilmente scivolare nel melodramma quella sobrietà è il dono più prezioso che l’attrice porta.
La leggerezza come atto politico
Jaques ha dichiarato di aver voluto riportare l’energia degli ensemble degli anni Ottanta – il Breakfast Club, soprattutto – in un contesto contemporaneo, con personaggi che il cancro è davvero l’ultima cosa interessante che li riguarda.
Ci è riuscito. E il risultato è un film che fa ridere spesso, che fa piangere nelle circostanze giuste, che usa la leggerezza non come evasione dalla realtà ma come risposta consapevole a essa. Le Highlands scozzesi, fotografate con una tavolozza luminosa e calda che trasforma il paesaggio in contraddizione visiva rispetto al buio dei temi trattati, diventano il territorio ideale per questa storia: un posto bello e remoto, lontano da tutto, dove per qualche settimana le regole normali non si applicano.
La colonna sonora firmata da Este Haim e Zachary Dawes, con l’aggiunta di un cameo musicale di James Blunt che è uno dei momenti più improbabilmente commoventi dell’intero film, tiene il ritmo alto e il tono infettivo senza mai scadere nella manipolazione emotiva.
Non è casuale che Sunny Dancer aprirà il 56° Giffoni Film Festival il 17 luglio alla presenza di Bella Ramsey. È esattamente il tipo di film che il festival ha sempre cercato: un’opera che parla ai giovani senza parlare al posto loro, che prende sul serio il dolore senza farne il centro di tutto, che celebra la vita non come slogan ma come pratica quotidiana di piccole ribellioni, risate inopportune e amicizie costruite in fretta e destinate a restare.
Sunny Dancer esce nelle sale italiane il 2 settembre con 01 Distribution per Leone Film Group. L’estate nel mezzo è il tempo giusto per aspettarlo.
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