Recensione di “Shelby Oaks – Il covo del male” esordio di Chris Stuckmann in un horror già visto
Segui Email Shelby Oaks, esordio di Chris Stuckmann, nasce già come piccolo caso industriale: un critico YouTube che decide
Shelby Oaks, esordio di Chris Stuckmann, nasce già come piccolo caso industriale: un critico YouTube che decide di passare dietro la macchina da presa, una campagna Kickstarter record per un horror indipendente, l’intervento di un nome pesante del genere in produzione, Mike Flanagan, il salvataggio in extremis grazie a nuovi finanziamenti.
Tutto, sulla carta, grida “favola contemporanea del cinema di genere”.
Il problema è che, una volta spente le luci della sala, resta più affascinante il mito del making of che il film in sé.
Un labirinto di formule già viste
La storia segue Mia, sorella di Riley, leader scomparsa di un gruppo di cacciatori di fantasmi online. C’è una città, Shelby Oaks, con un passato oscuro; ci sono leggende, videocassette, simboli demoniaci, un’indagine privata che sconfina nell’ossessione.
Il film parte come mockumentary, flirta con il found footage e poi scivola nel classico horror paranormale. Questo continuo cambio di linguaggio potrebbe essere una scelta coraggiosa, ma finisce per sembrare un patchwork: un po’ Blair Witch, un po’ true crime da piattaforma, un po’ casa infestata à la Conjuring, un po’ deriva videoludica alla Silent Hill, per poi arrivare dalle parti di Rosemary’s baby e del folk horror alla Wicked man. La somma, però, non supera mai le singole citazioni.
Quando l’omaggio diventa zavorra
Il vero nodo è che questo mosaico di riferimenti non genera un’identità propria. Gli stilemi ci sono tutti: corridoi bui, un bosco da fiaba oscura, una cittadina abbandonata, torce che tremano, figure sullo sfondo. Ma invece di costruire tensione, creano un senso di déjà vu permanente.
Si percepisce il desiderio di “parlare con i classici”, ma la regia resta spesso impacciata, troppo preoccupata di replicare il manuale del genere per trovare il proprio respiro. L’effetto è quello di un horror che ti ricorda costantemente film migliori, senza riuscire a scavalcarli nemmeno per un istante.
Personaggi in cerca di un film
Al centro, Mia è una protagonista teoricamente interessante: una donna rovinata dal rimorso, ossessionata da una scomparsa mai elaborata, intrappolata tra lutto e complottismo. L’interpretazione regge, ma la sceneggiatura non le costruisce attorno un arco emotivo all’altezza.
I comprimari – familiari, investigatori, testimoni – entrano ed escono dalla storia come funzioni narrative più che come persone. Manca quell’ancoraggio umano che permette all’orrore di fare davvero male, di toccare nervi scoperti.
Paura a tratti, frustrazione di fondo
Nonostante tutto, qualche momento funziona: una singola sequenza in una struttura abbandonata, un’inquadratura fissa che “si accende” all’improvviso, un paio di jump scare costruiti con mestiere. Si vede che chi dirige conosce il genere e i suoi tempi. Ma sono lampi isolati in un impasto che resta confuso, dove la tensione non decolla e le svolte di trama arrivano più per accumulo di cliché che per reale progressione drammatica.
Shelby Oaks è il classico film che racconta meglio il percorso del suo autore che la storia che mette in scena. È interessante come simbolo di un certo cinema di oggi – fatto di crowdfunding, community e passaggi dall’online alla sala – ma molto meno come opera compiuta.
Un horror che voleva essere dichiarazione d’amore al genere e finisce per esserne una fotocopia stanca. Il talento, forse, si intravede; il film, purtroppo, no.
Segui
Email



