Recensione di “Sheep in the Box”: il film di Kore-eda su lutto e intelligenza artificiale
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Il titolo viene da Il Piccolo Principe. Nel romanzo di Saint-Exupéry, quando il protagonista chiede di disegnargli una pecora, il narratore gliene disegna una dentro una scatola. Non si vede. Ma c’è. Ed è perfetta proprio perché non si può vedere, perché esiste nell’immaginazione di chi guarda la scatola e ci crede.
Hirokazu Kore-eda usa questa metafora come chiave d’accesso al suo film più insolito: un film di fantascienza sul lutto, sull’intelligenza artificiale, su cosa significa essere una famiglia e su cosa rimane di un figlio quando il figlio non c’è più. La pecora nella scatola è il bambino morto? È l’androide che lo sostituisce? È lo spazio vuoto che nessuna tecnologia può riempire davvero, per quanto si sforzi di assomigliargli.
Il Giappone e l’androide che bussa alla porta
Otone (Haruka Ayase) e Kensuke (Daigo Yamamoto) sono due architetti nel Giappone di un futuro prossimo. Hanno perso il loro figlio Kakeru due anni prima. Ricevono per posta un invito dalla società REbirth: partecipare a un programma pilota che offre ai genitori in lutto un androide umanoide costruito sulla base di video, fotografie e questionari sul bambino scomparso. Una replica perfetta, tecnologicamente avanzata, incapace di mangiare o bagnarsi ma in grado di muoversi, parlare, rispondere.
La prima cosa che colpisce di questo film è il modo in cui Kore-eda gestisce il contesto culturale in cui la storia si svolge. Siamo abituati a guardare a film come Sheep in the Box attraverso la lente distopica con cui si guarda quasi tutto quello che riguarda l’intelligenza artificiale. Come se fosse un episodio di Black Mirror. Cercando il pericolo, la critica sociale, il monito.
Ma Kore-eda viene da una cultura in cui il rapporto tra esseri umani e non-umani non è storicamente fondato sulla paura ma sulla coesistenza. In Giappone i robot non sono mai stati raccontati come minaccia: sono stati compagni, assistenti, quasi figli adottivi. Il film esplora questa differenza in modo esplicito e la trasforma in punto di vista narrativo. Come ha dichiarato Kore-eda a Variety: “In Occidente l’IA è negativamente associata alla distopia, mentre in Oriente riguarda la coesistenza tra umano e non-umano.”
Quello che un regista americano avrebbe trasformato in thriller, in mani giapponesi diventa qualcosa di più quieto, più ambiguo, più aperto.
La filosofia buddhista del lutto
La struttura emotiva del film funziona come vasi comunicanti: ogni fase della relazione tra i genitori e l’androide rimanda e risponde a tutte le altre, in un flusso che non è lineare ma circolare, fatto di ritorno e trasformazione.
C’è il rifiuto iniziale, soprattutto da parte di Kensuke, che non riesce a guardare quella cosa con il viso di suo figlio senza sentire che qualcosa è profondamente sbagliato. C’è poi l’apertura graduale, il cedimento dell’uno e poi dell’altra, il momento in cui smettono di vedere il sostituto e iniziano a vedere qualcosa di diverso, qualcosa che non è Kakeru ma ha la sua eco. E poi c’è il distacco, necessario, doloroso, che non arriva perché l’androide ha fatto qualcosa di sbagliato ma perché i genitori hanno finalmente elaborato il lutto e l’immagine del figlio morto ha smesso di essere consolazione e è diventata peso.
Questa struttura rispecchia in modo profondo alcune intuizioni del pensiero buddhista sull’elaborazione del dolore. Nel buddhismo il percorso verso la consapevolezza non è una linea retta ma una spirale: si attraversano stati diversi, si torna su se stessi, si ricade, si risale. La sofferenza non è un problema da risolvere ma un’esperienza da attraversare in tutte le sue forme prima di arrivare a qualcosa che assomiglia alla pace. Il lutto, in questa prospettiva, non ha una fine: ha una trasformazione. Si cambia forma, si deposita diversamente, diventa qualcosa con cui si impara a vivere invece di qualcosa che si supera.
L’androide diventa in questo senso uno strumento di questo percorso. Non lo accelera, non lo semplifica. Lo rende visibile, lo esternalizza, lo obbliga a essere vissuto invece di rimosso. È come se la tecnologia, nelle mani di Kore-eda, non sostituisse l’elaborazione del lutto ma la rendesse attraversabile.
La casa, gli architetti e lo spirito che abita le cose
C’è un dialogo nel film che è forse la chiave di tutto.
Otone e Kensuke sono architetti. Costruiscono case. E a un certo punto uno dei due dice: non è tanto l’aspetto, la forma, il contenitore. È quello che lo abita. Non è la casa, ma lo spirito che ci vive dentro.
Questa frase risuona in modo potentissimo perché ribalta completamente la logica con cui il film sembra funzionare in superficie. Non stiamo guardando una storia su un robot che sembra un bambino. Stiamo guardando una storia sull’assenza dello spirito del bambino reale, e su come quella assenza non possa essere colmata da nessuna tecnologia per quanto precisa. Il corpo è lì. Il viso è quello. La voce è quella. Ma lo spirito, quello specifico, irripetibile spirito di Kakeru, non è nella scatola. Non ci sarà mai.
Kore-eda usa la professione dei genitori non come dettaglio biografico ma come metafora attiva: chi costruisce case sa meglio di chiunque altro che una casa senza chi la abita è solo una struttura. Ed è esattamente quello che scopre guardando il figlio-androide: una struttura perfetta che ospita qualcosa, ma non quella cosa precisa che cercavano.
Uno degli elementi più originali del film è il sottotesto che emerge nella seconda metà, quando l’androide inizia a incontrare altri androidi come lui.
Kore-eda non costruisce questa storia come una ribellione. Non è fantascienza distopica. È qualcosa di più vicino a un racconto di crescita: l’androide che trova la propria comunità, che si riconosce negli altri che abitano lo stesso spazio di confine tra umano e non-umano, che inizia a costruire una forma di appartenenza alternativa a quella familiare.
Come ha spiegato Kore-eda: “L’IA trascenderà l’umanità e formerà la propria comunità, a quel punto non si preoccuperà degli esseri umani. Quando ho avuto questo pensiero, ho realizzato che questa è una storia di come i figli crescono e superano i genitori. Il loro lasciare il nido potrebbe sembrare triste, ma la storia dell’umanità è costruita su cicli di figli che trascendono i genitori.”
Il bosco in cui gli androidi si radunano è uno spazio nuovo: non umano, non artificiale nel senso deteriore del termine, ma qualcosa di terzo. Una nuova forma di famiglia che non imita quella biologica ma ne costruisce una propria logica. E Kore-eda guarda a questo spazio non con paura ma con la stessa tenerezza con cui guarda tutte le forme di famiglia che ha raccontato nella sua carriera: le famiglie scelte, le famiglie ricostruite, le famiglie che nascono dall’abbandono o dalla perdita e trovano ugualmente un modo di tenersi insieme.
Kore-eda e la fantascienza: un territorio insolito usato in modo personalissimo
Kore-eda, è chiaro, non sta facendo un film sull’intelligenza artificiale. Sta facendo un film sul lutto, sulla famiglia, sul momento in cui si capisce che non si può trattenere chi se n’è andato, qualunque forma assuma il tentativo. Il contesto fantascientifico è il pretesto più onesto che avesse a disposizione per porre questa domanda in modo nuovo. Ed è proprio perché lo tratta come pretesto, non come tema principale, che il film riesce a essere quello che è: intimo, umano, costruito su piccoli gesti e piccoli silenzi invece che su grandi rivelazioni.
La fotografia in 35mm di Ryûto Kondô, alla sua terza collaborazione con Kore-eda dopo Un affare di famiglia e Monster, dà al film una grana e una calore materiale che contrasta in modo deliberato con il freddo tecnologico che il soggetto sembrerebbe richiedere. Ogni inquadratura sembra vivere nella luce naturale, nel respiro degli attori, nella qualità quasi documentaristica che Kore-eda ha sempre privilegiato.
Sheep in the Box non è il miglior film di Kore-eda. Il ritmo è irregolare, certi nodi narrativi restano irrisolti, e la storia degli androidi nel bosco avrebbe meritato più spazio di quello che le viene concesso.
Ma è un film necessario nel percorso di un regista che ha dedicato tutta la sua carriera a una domanda sola: cosa tiene insieme una famiglia? Con Un affare di famiglia aveva risposto: la scelta reciproca, il bisogno condiviso. Con Monster aveva risposto: la capacità di vedere l’altro davvero, oltre le apparenze. Con Sheep in the Box risponde in modo più difficile e meno consolatorio: niente. Niente tiene insieme una famiglia quando uno dei suoi membri non c’è più. L’unica cosa che si può fare è attraversare la perdita, lasciar andare l’immagine, e trovare la pace nell’idea che quello spirito che amavamo era qualcosa di irripetibile, non replicabile, non contenibile in nessuna scatola.
Che poi, dentro la scatola, non c’era la pecora, non c’era il film, non c’era l’androide. Forse dentro c’era la madre del piccolo. Chiusa nel suo dolore. Finchè ha deciso di uscirne.
Dopo la presentazione in Concorso al Festival di Cannes 2026, Sheep in the Box arriva nelle sale italiane dal 27 agosto, distribuito da Lucky Red e Bim Distribuzione.
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