Recensione di “Rosario”: esordio horror di Felipe Vargas tra folklore e oscurità
Segui Email Felipe Vargas, che si era già fatto notare nel circuito dei festival per il suo corto Milk
Felipe Vargas, che si era già fatto notare nel circuito dei festival per il suo corto Milk Teeth, approda al lungometraggio con una padronanza tecnica che non lascia spazio a dubbi.
In Rosario, la regia abbandona le strade affollate per rintanarsi in una Colombia rurale dove il tempo sembra essersi incrostato sulle pareti di una vecchia dimora familiare. Vargas evita di seguire i sentieri già battuti dell’horror commerciale, preferendo esplorare una narrazione che attinge a piene mani da quel realismo magico che, quando vira verso le tonalità del nero, diventa una trappola psicologica senza via d’uscita.
È un cinema che costruisce la tensione attraverso la pazienza, lasciando che il disagio cresca lentamente insieme alle ombre che popolano la casa.
Una casa carica di segreti e di preghiere spezzate
Il ritorno di Rosario alla dimora di famiglia, in occasione della morte della nonna, non è il classico viaggio della memoria, ma un confronto brutale con un’eredità che rifiuta di restare sepolta. La sceneggiatura lavora con intelligenza su un doppio binario: da una parte il lutto personale e il senso di colpa, dall’altra la scoperta di un rituale antico che lega la stirpe della protagonista a una forza sovrannaturale che abita le fondamenta stesse del loro passato.
Vargas dimostra di saper gestire il sovrannaturale come una manifestazione fisica del rimosso familiare, trasformando i rosari e le icone sacre in strumenti di una pressione costante. La narrazione procede con una fluidità che non concede pause, mantenendo lo spettatore in uno stato di incertezza permanente sulla natura di ciò che si nasconde dietro le porte chiuse.
La prova di Emeraude Toubia nel labirinto del passato
Emeraude Toubia mette da parte le atmosfere patinate delle sue precedenti interpretazioni per prestare il volto a una donna schiacciata da una responsabilità ancestrale che non ha cercato. La sua recitazione si spoglia di ogni orpello, puntando tutto su una fisicità sofferente e su sguardi che raccontano decenni di silenzi e omissioni.
Accanto a lei, José Zúñiga aggiunge un peso drammatico fondamentale, ancorando il racconto a una realtà fatta di terra, polvere e una fede che ha smesso di essere consolatoria per diventare persecutoria. La stampa internazionale ha sottolineato come la chimica tra i protagonisti riesca a rendere credibile anche l’elemento più fantastico del racconto, evitando che il film scivoli nei territori meno nobili del genere.
Un orrore materico che scava nella memoria collettiva
La fotografia di Rosario predilige tonalità calde e soffocanti, capaci di rendere tangibile il calore della terra e l’umidità delle stanze sbarrate. È un’opera che comunica attraverso i sensi, dove il rumore del legno che scricchiola e il sussurro di preghiere lontane costruiscono una colonna sonora dell’angoscia di rara efficacia. Vargas non ha bisogno di ricorrere a facili stratagemmi per spaventare; gli basta inquadrare un corridoio troppo buio o un oggetto fuori posto per generare un senso di minaccia costante.
Si esce dalla visione con la consapevolezza che alcune ferite familiari non possono essere rimarginate, ma solo osservate mentre continuano a sanguinare nel buio. Un debutto che conferma il talento di un autore capace di nobilitare l’horror attraverso la forza della tradizione e della verità emotiva.
Rosario è distribuito in home video da Blue Swan Entertainment in un dvd privo di extra. Il film è disponibile per il noleggio su diverse piattaforme streaming.
Segui
Email



