Recensione di “Robin Hood – Il prezzo del sangue” di Michael Sarnoski con Hugh Jackman: e se Robin Hood non fosse mai stato l’eroe che credevamo?
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Dimenticate la foresta di Sherwood, gli allegri compari e le frecce scoccate contro lo sceriffo di Nottingham. Il Robin Hood di Michael Sarnoski è un vecchio uomo stanco con la barba grigia che vive come un animale ferito tra le colline battute dal vento del Nord Irlanda, pronto ad ammazzare chiunque gli si avvicini, senza una briciola di quella nobiltà d’animo che la leggenda gli ha attribuito per secoli. Lui stesso lo dice chiaro a chiunque abbia la sfortuna di incrociarlo: quelle storie sono solo storie. Non è mai stato un eroe.
In The Death of Robin Hood – da noi titolato Robin Hood – Il prezzo del sangue – Sarnoski, il regista di Pig con Nicolas Cage e di A Quiet Place – Giorno 1, smonta il mito e ci restituisce un “eroe” ridotto alla sua versione più disperata e più umana, la violenza come conseguenza e non come spettacolo.
Sarnoski ha dichiarato di essersi ispirato principalmente a due fonti medievali che raccontano Robin Hood in modo molto diverso dalla versione romantica che conosciamo oggi.

La prima è la ballata anonima del XVII secolo Robin Hood’s Death, che è il testo da cui il film prende direttamente il titolo. È una ballata breve e brutale che racconta gli ultimi giorni del fuorilegge: Robin, malato e indebolito, si reca dal priore di Kirklees per essere curato con un salasso. La priora, per ragioni che il testo lascia ambigue, lo dissangua lentamente fino alla morte. È una fine senza redenzione epica, senza battaglia finale, senza gloria. Semplicemente un uomo che si spegne tradito da chi avrebbe dovuto curarlo.
La seconda fonte è A Gest of Robyn Hode, un lungo poema narrativo del XV secolo che è di fatto il testo fondante di tutta la tradizione di Robin Hood. Ed è qui che la lettura di Sarnoski diventa interessante: nel Gest, Robin non è il paladino dei poveri che conosciamo dai film. È un uomo complicato, a volte spietato, che vive fuori dalla legge per ragioni che non hanno sempre a che fare con la giustizia sociale. La figura del “ruba ai ricchi per dare ai poveri” è in larga parte una costruzione romantica delle epoche successive, non una verità medievale.
Sarnoski prende esattamente questo Robin Hood pre-romantico e lo porta sullo schermo: il fuorilegge senza aureola, il guerriero senza causa nobile, l’uomo che ha vissuto di violenza e deve morire con il peso di quella violenza addosso.
Hugh Jackman è fantastico nel portare in scena un uomo che ha passato la vita a uccidere e deve fare i conti con ogni singola morte prima di trovare la sua. Jodie Comer come l’abbadessa che lo cura è silenziosa e intensa. Bill Skarsgård come Little John mi ha sorpreso, l’attore dà veramente prova delle sue capacità mimetiche. Il paesaggio del Nord Irlanda, fotografato in 35mm da Pat Scola, è grigio, fradicio, bello in modo ostile e selvaggio.
Il film è molto cupo, molto disperato, una ballata lirica e crepuscolare. Ha una prima parte brutale e gore, e una seconda solenne e contemplativa che chiude in maniera coerente e anticlimatica una parabola umanissima che non ha nulla di eroico.
“Robin Hood – Il prezzo del sangue” uscirà nei cinema italiani dal 12 agosto.
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