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Recensione di “Resurrection”: Bi Gan e il cinema come ultimo luogo in cui continuare a sognare

Segui Email Resurrection parte da un’idea semplicemente suggestiva: un mondo in cui l’umanità ha scelto di rinunciare ai sogni

Recensione di “Resurrection”: Bi Gan e il cinema come ultimo luogo in cui continuare a sognare

Resurrection parte da un’idea semplicemente suggestiva: un mondo in cui l’umanità ha scelto di rinunciare ai sogni in cambio di una vita più lunga. Un’esistenza più stabile, più controllata, ma inevitabilmente svuotata. Tutto funziona, ma manca qualcosa di essenziale.

In questo scenario emergono delle anomalie: individui che continuano a sognare, considerati quasi dei corpi estranei, fuori sistema. Non sono eroi, non sono ribelli nel senso classico. Sono semplicemente incompatibili con un mondo che ha deciso di smettere di immaginare.

Uno di questi “sognatori” viene trovato da una donna. È una figura fragile, quasi indecifrabile, ma porta con sé qualcosa che il mondo ha perso. Lei decide di proteggerlo, ma soprattutto di attivare ciò che lo tiene in vita: il sogno.

Lo fa attraverso il cinema. Inserisce una pellicola in un proiettore e gli permette di tornare a esistere dentro le immagini. È un gesto semplice, ma è anche il momento in cui il film cambia completamente natura.

Sei vite, sei film: un viaggio nella storia del cinema

Da qui in poi, Resurrection si frammenta. Il protagonista attraversa epoche diverse, identità diverse, linguaggi diversi. Ogni segmento sembra appartenere a un film differente: suggestioni da cinema muto, atmosfere noir, derive più contemporanee.

Non è un esercizio di stile fine a sé stesso. È un percorso attraverso le forme del cinema, come se Bi Gan volesse mostrarne l’evoluzione non spiegandola, ma facendola vivere. Il protagonista diventa una figura mutante, che si adatta al linguaggio che attraversa.

A questo punto il film rivela il suo senso più profondo. In un mondo che ha smesso di sognare, il cinema diventa l’unico luogo in cui il sogno può ancora esistere.

Il protagonista vive dentro le immagini perché fuori non c’è più spazio per lui. La sua esistenza è legata alla possibilità che il cinema continui a generare mondi, a trasformare la realtà, a creare memoria.

Il titolo Resurrection non riguarda tanto un ritorno alla vita, quanto la possibilità che il cinema stesso continui a rinascere.

Un film che cambia forma continuamente

Visivamente, Bi Gan porta questa idea fino in fondo. Ogni segmento ha una sua identità: cambia la luce, cambia il ritmo, cambia il modo in cui lo spazio viene attraversato.

I movimenti di macchina sono fluidi, avvolgenti, pensati per immergere più che per raccontare. Non sei davanti al film, sei dentro il film. Ed è proprio questa continua trasformazione a rendere l’esperienza affascinante ma anche impegnativa.

Resurrection non è un film che si lascia afferrare facilmente. Non guida lo spettatore, non offre punti di riferimento chiari. Chiede di essere attraversato, più che capito.

Può respingere, può affascinare, spesso entrambe le cose insieme. Ma quando funziona, riesce a creare qualcosa di raro: la sensazione di stare dentro un sogno che non ha bisogno di essere spiegato.

Alla fine non resta una trama da ricostruire, ma un’idea molto precisa: che il cinema, finché esiste, è ancora il luogo in cui possiamo continuare a sognare.

E Bi Gan, con ostinazione e coerenza, prova a dimostrarlo fino all’ultimo fotogramma.

E se questo film vi ha affascinato e conquistato, non perdete il suo precedente film, distribuito anche da noi, Un lungo viaggio nella notte, disponibile su Prime Video e MUBI.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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