Recensione di “Principessa Mononoke”, al cinema fino al 10 giugno: Miyazaki e la guerra che non si può vincere
Segui Email Quasi trent’anni dopo la sua uscita, Principessa Mononoke torna nelle sale italiane dal 4 al 10 giugno
Quasi trent’anni dopo la sua uscita, Principessa Mononoke torna nelle sale italiane dal 4 al 10 giugno 2026 in una versione restaurata in 4K con un nuovo doppiaggio, distribuita da Lucky Red. È il primo classico di Hayao Miyazaki a essere proiettato al cinema in questa risoluzione.
Non è una semplice riedizione. È un promemoria.
Un promemoria del fatto che certi film non invecchiano. Crescono. Accumulano significati nuovi mentre il mondo intorno a loro cambia. E il mondo, negli ultimi trent’anni, è cambiato in modo tale da rendere Principessa Mononoke non meno urgente di quando uscì, ma decisamente di più.
Giappone, periodo Muromachi. Un giovane guerriero e una maledizione
Ashitaka, giovane guerriero della dinastia Emishi, è costretto a uccidere un cinghiale selvatico posseduto da una divinità malvagia. Ferito al braccio dall’animale e colpito da una maledizione mortale, deve lasciare il suo villaggio per cercare il modo di neutralizzarla.
Il viaggio lo porta verso ovest, in una terra dilaniata da un conflitto silenzioso e feroce tra due mondi che non riescono a trovarsi.
Da un lato c’è la foresta. Abitata dagli dei animali, dalla presenza antica e silenziosa del Dio della Foresta (lo Shishigami), dai lupi giganteschi guidati dalla dea Moro. E da San, una ragazza umana allevata dai lupi fin da bambina, che ha rinnegato la propria specie e combatte per proteggere il bosco con una ferocia viscerale, quasi religiosa. I suoi nemici umani la chiamano Principessa Mononoke, la principessa degli spettri.
Dall’altro lato ci sono i Tatara, una comunità di fabbri e lavoratori del ferro guidata da Lady Eboshi. Bruciano la foresta per estrarne il minerale. Costruiscono armi da fuoco. Avanzano.
Ashitaka arriva in mezzo a questo conflitto con un unico principio: guardare il mondo con occhi liberi dall’odio. Capire le ragioni di tutti. Non scegliere.
E scopre che non scegliere è la cosa più difficile che esista.
Il film che ha rifiutato i buoni e i cattivi
Il gesto più rivoluzionario di Hayao Miyazaki in Principessa Mononoke non è stilistico. È morale.
Uno degli aspetti più rivoluzionari del film è l’assenza di personaggi completamente buoni o completamente malvagi. Ashitaka rappresenta l’equilibrio. Fin dall’inizio viene invitato a osservare il mondo con «occhi liberi dall’odio». San incarna il legame profondo con la natura. Pur essendo umana, rifiuta la propria specie e si identifica completamente con i lupi che l’hanno cresciuta. Lady Eboshi è probabilmente il personaggio più complesso.
Ed è su Lady Eboshi che vale la pena soffermarsi, perché è qui che il film supera qualsiasi convenzione del genere fantasy.
Lady Eboshi non è una villain. O meglio: lo è, nel senso che distrugge la foresta, abbatte gli dei, non si ferma davanti a nulla. Ma è anche una donna che ha liberato le prostitute dai bordelli, che accoglie e cura i lebbrosi in un tempo in cui la lebbra era condanna sociale, che tratta le lavoratrici con un rispetto e una dignità che il Giappone medievale non accordava alle donne.
È il progresso. È la modernità. È la civilizzazione con tutte le sue contraddizioni: porta dignità e porta distruzione. Non si può semplicemente odiare. Non si può semplicemente amare.
Miyazaki costruisce un antagonismo senza antagonisti. E in questo gesto sta tutta la sua grandezza.
Lo Shishigami: il dio della foresta
Al centro del film c’è una presenza che non ha equivalenti in nessun altro lavoro di animazione.
Lo Shishigami, il Dio della Foresta, è una cervo gigantesco con il volto di un essere umano. Di giorno cammina tra gli alberi e ogni sua orma fa crescere l’erba e la uccide in un istante. Di notte si trasforma in una creatura di luce translucida, immensa, che abbraccia l’intera foresta.
Non parla. Non giudica. Non premia e non punisce secondo una logica comprensibile. È la natura stessa trasformata in divinità: indifferente, totale, al di là del bene e del male umano.

Miyazaki si è ispirato al pantheon shintoista giapponese, alla concezione animista della natura come presenza abitata da spiriti. Ma lo Shishigami è qualcosa di più specifico e di più filosofico: è la personificazione dell’idea che la vita e la morte non siano opposti ma facce della stessa cosa. Che la natura non abbia bisogno di noi per esistere. E che la nostra pretesa di controllarla o distruggerla sia, in ultima analisi, una forma di hybris destinata a ritorcersi.
Il finale del film è costruito interamente intorno a questa consapevolezza. È uno dei finali più coraggiosi della storia del cinema d’animazione: non celebrativo, non tragico, sospeso in una malinconia lucida che ammette la sconfitta senza abbandonare la speranza.
La musica di Joe Hisaishi
Impossibile parlare di Principessa Mononoke senza parlare di Joe Hisaishi.
Il compositore giapponese, collaboratore storico di Miyazaki fin da Nausicaä della Valle del vento, raggiunge qui probabilmente l’apice della sua carriera. Il tema principale del film, con quei corni che aprono il silenzio della foresta, è una delle melodie più riconoscibili e più potenti del cinema degli ultimi trent’anni.
La partitura oscilla tra momenti epici di grandiosità orchestrale e momenti di quiete assoluta, quasi meditativa. Segue il respiro del film con una precisione che non è accompagnamento, è fusione. La musica di Hisaishi non descrive le immagini: le abita.
Sentirla in sala, con un impianto degno di questo nome, è una delle ragioni più concrete per pagare il biglietto del cinema.
Un film necessario nel 2026
Ci sono film che, con il passare degli anni, sembrano acquisire nuovi significati: Principessa Mononoke appartiene a questa categoria.
Nel 1997 era un film sull’ambiente. Nel 2026 è un film sulla crisi climatica, sull’estrattivismo, sulla difficoltà strutturale degli esseri umani di rinunciare al progresso anche quando il progresso li sta distruggendo.
Ma è anche qualcosa di più sottile e di più difficile da nominare. È un film sulla complessità del mondo reale, sull’impossibilità delle posizioni assolute, sulla necessità di guardare le cose con occhi liberi dall’odio anche quando l’odio sarebbe la risposta più semplice e più immediata.
Miyazaki aveva 56 anni quando lo finì. Aveva già fatto Nausicaä, Laputa, Il mio vicino Totoro, Kiki, Porco Rosso. E aveva ancora davanti a sé La città incantata, Il castello errante di Howl, Ponyo, Si alza il vento, Il ragazzo e l’airone.
Eppure Principessa Mononoke resta, secondo me, il film che lo rappresenta meglio. Quello in cui la complessità del suo sguardo sul mondo si è espressa nella forma più libera e più radicale.
Non è un film per bambini. Non è un film per adulti. È un film per chiunque sia disposto a sedersi nel buio e guardare un mondo che non divide il bene dal male con una riga netta.
E ad uscire dalla sala senza risposte definitive.
Ma con qualcosa che pesa più delle risposte.
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