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Recensione di “Millennium Actress” al cinema fino al 13 maggio: Satoshi Kon e il cinema come eterno inseguimento

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Recensione di “Millennium Actress” al cinema fino al 13 maggio: Satoshi Kon e il cinema come eterno inseguimento

Millennium Actress (Sennen Joyū, 2001), secondo lungometraggio di Satoshi Kon e prodotto dallo Studio Madhouse al cinema per la prima volta in Italia dall’11 al 13 maggio 2026 in versione restaurata in 4K – è una di quelle opere totali e imprescindibili, un film che usa una storia apparentemente semplice come pretesto per parlare di qualcosa di più grande: il modo in cui i ricordi, i sogni e le immagini finiscono per diventare indistinguibili dalla vita vissuta.

E lo fa in 87 minuti che sembrano volare via come un sogno a occhi aperti.

Una chiave. Una vita. Un millennio

Un giornalista di nome Genya Tachibana ottiene finalmente un’intervista con Chiyoko Fujiwara, leggendaria attrice giapponese ritiratasi misteriosamente all’apice della carriera. Quando le consegna una chiave che lei aveva perso molti anni prima, qualcosa si incrina nella diga della memoria.

E da quella crepa comincia a sgorgare tutto.

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I ricordi di Chiyoko non scorrono in modo ordinato. Si mescolano ai film che ha girato nel corso della sua carriera: il Giappone feudale, le macerie del dopoguerra, i mostri kaiju che calpestano le città ricostruite, la fantascienza degli anni ’70. E in mezzo a tutto questo, sempre, la corsa verso un uomo di cui non ricorda il nome, un dissidente politico che aveva aiutato da ragazza e che aveva lasciato solo quella chiave come ricordo.

Genya e il suo cameraman, in modo surreale e commovente, si ritrovano proiettati all’interno di questi ricordi. Presenti, involontari testimoni di una vita che non finisce mai di correre.

Satoshi Kon e il confine che non esiste

Satoshi Kon è stato uno dei registi più originali dell’animazione giapponese, scomparso troppo presto nel 2010 a soli 46 anni. Con Perfect Blue aveva già dimostrato cosa significasse far esplodere la separazione tra realtà e finzione, ma in quel film il procedimento serviva a creare angoscia, disorientamento, pericolo.

In Millennium Actress usa lo stesso meccanismo per fare esattamente il contrario.

Qui la confusione tra i piani non è una minaccia. È una liberazione. È il modo in cui Kon dimostra che l’arte non si limita a imitare la vita, ma la prolunga, la trasforma, la riscatta.

I riferimenti al cinema giapponese del Novecento non sono semplice nostalgia. Kurosawa, Honda, Ozu: i film di Chiyoko attraversano quelle stagioni come fantasmi riconoscibili, e Kon li usa per costruire qualcosa di più personale, quasi spirituale.

L’animazione come strumento emotivo

Tecnicamente, Millennium Actress è un capolavoro di fluidità visiva.

Le transizioni tra un’epoca e l’altra, tra la realtà e il set cinematografico, sono cucite insieme con una maestria rara. Non si percepisce il salto: si scivola da una scena all’altra come si scivola da un pensiero al successivo, con quella stessa logica onirica e insieme perfettamente coerente.

Lo Studio Madhouse, uno dei nomi più rispettati dell’animazione giapponese, raggiunge qui picchi di bellezza visiva che il live action non avrebbe potuto toccare. Certe inquadrature di Chiyoko che corre – nella neve, in città, lungo strade di campagna – riescono a trasmettere qualcosa che va oltre l’immagine. È il movimento come stato d’animo.

Una storia d’amore o la storia di un inseguimento?

Il cuore del film è una storia d’amore. Ma non una storia d’amore convenzionale. Chiyoko non insegue una persona: insegue un’idea. Un’emozione che non si è mai davvero cristallizzata in qualcosa di concreto. E Kon sembra suggerire che sia proprio questo il segreto: che sia l’incompiutezza del desiderio, non la sua realizzazione, a tenerci vivi e giovani.

È un’intuizione che fa un certo effetto, soprattutto nelle scene finali, dove il film compie una svolta inattesa che rilegge tutto ciò che è venuto prima in una luce diversa.

Se c’è un limite, è che in alcuni momenti la velocità delle transizioni può disorientare chi non è abituato al linguaggio visivo di Kon. Il film non concede pause: si sale sul treno in corsa e ci si fida del conducente. Chi non lo fa, rischia di restare sul marciapiede.

Un’opera che appartiene al canone del cinema, non solo dell’animazione

Millennium Actress non è solo un grande film d’animazione. È un grande film, punto.

È un’opera che riflette sul cinema con la stessa passione con cui il cinema ha sempre riflettuto sulla vita. E lo fa con una leggerezza formale che nasconde una profondità notevole, con la consapevolezza di chi sa esattamente cosa vuole dire e trova il modo più bello per dirlo.

Dopo averlo visto, è difficile non guardare con occhi diversi i propri ricordi. E chiedersi dove finisce quello che abbiamo vissuto davvero e dove comincia quello che abbiamo soltanto sognato.

La risposta, probabilmente, non esiste. E Satoshi Kon lo sapeva benissimo.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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