Recensione di “Masters of the Universe” di Travis Knight: quando il giocattolo diventa cinema
Segui Email C’è un dettaglio nella trama di Masters of the Universe che dice tutto sul tono del film.
C’è un dettaglio nella trama di Masters of the Universe che dice tutto sul tono del film.
Il Principe Adam – destinato a diventare l’uomo più potente dell’universo – dopo quindici anni sulla Terra ha trovato lavoro nelle risorse umane.
L’eroe addestrato al combattimento ora risolve i conflitti con le parole. Media tra colleghi. Compila moduli.
Non è un dettaglio buttato lì per caso. È la dichiarazione d’intenti di un film che sa esattamente cosa vuole essere: un blockbuster da duecento milioni di dollari che non si prende mai troppo sul serio. Colorato, fracassone, autoironico fino al midollo. E – cosa rara nel panorama dei franchise contemporanei – genuinamente divertente.
Eternia, la Terra e un uomo che lavora in HR
La trama prende le mosse dall’infanzia di Adam, allontanato da Eternia quando il regno viene conquistato da Skeletor. Cresciuto sulla Terra, il protagonista finisce per lavorare nelle risorse umane. La riscoperta della sua spada lo riporta a Eternia, dove dovrà affrontare il suo passato e le forze del male.
La struttura è quella del monomito classico – l’eroe ignaro della propria origine, il ritorno alle radici, la sfida finale – ma Travis Knight la percorre senza esitazioni. Sa che stiamo parlando di una linea di giocattoli degli anni Ottanta. Lo sa il film. Lo sa il pubblico. E questa consapevolezza condivisa diventa il motore dell’intera operazione.
Il risultato somiglia quasi al Flash Gordon di Mike Hodges del 1980: quella stessa energia pop, quella stessa gioia nel colore e nell’eccesso, quel gusto per il kitsch elevato a poetica.
Non è un insulto. È esattamente dove Masters of the Universe vuole stare.
Travis Knight e la lezione di Bumblebee
Travis Knight non è il nome più ovvio per un blockbuster live action da duecento milioni. È il regista di Bumblebee – il film che ha salvato il franchise di Transformers riportandolo all’essenziale – e prima ancora l’uomo dietro Kubo e la spada magica e la direzione creativa di Laika, lo studio di stop-motion che ha prodotto Coraline e ParaNorman.
Il suo background è tutto nell’artigianato, nella cura del dettaglio, nella costruzione di mondi attraverso oggetti fisici. E si vede anche qui, dove la computer grafica non soffoca mai il senso di presenza materiale che Knight riesce a dare alle scenografie.
Eternia ha una fisicità, una densità cromatica, una varietà di ambienti e creature che i migliori blockbuster fantasy sanno costruire. I colori sono saturi, deliberatamente irreali, come se qualcuno avesse preso una scatola di pennarelli anni Ottanta e li avesse usati tutti insieme senza paura.
La fotografia di Fabian Wagner – già dietro la macchina in Venom e diversi episodi di Game of Thrones – lavora in modo complementare a questa scelta: non cerca il realismo, cerca lo spettacolo. E lo trova.
Jared Leto è Skeletor: la sorpresa del film
Il film ha molte cose che funzionano. Ma una funziona meglio di tutte le altre.
Jared Leto nei panni di Skeletor.
Leto è l’unico a intuire il tono teatrale che l’intero film avrebbe dovuto abbracciare. Il suo Skeletor è grandioso, grottesco, deliberatamente sopra le righe. Ha una qualità quasi operistica: ogni battuta è recitata come se stesse calcando le tavole di un palcoscenico elisabettiano, con quel misto di autocompiacimento e genialità che solo gli attori davvero a proprio agio con il ridicolo riescono a trovare.
Ogni volta che Skeletor appare sullo schermo il film si accende di una luce diversa – più divertente, più libero, più consapevole della propria natura assurda e gloriosa.
È la performance che tiene insieme il tono dell’intero film. E il fatto che Leto – attore spesso discusso, spesso divisivo – la trovi qui, in questo contesto apparentemente minore, è una delle piccole gioie inaspettate della stagione cinematografica.
Il cast: Galitzine, Mendes e i comprimari di lusso
Nicholas Galitzine è un He-Man convincente perché non cerca di essere eroico nel senso tradizionale. Il suo Adam è un uomo confuso, in ritardo su se stesso, che scopre chi è mentre lo spettatore lo guarda scoprirlo. Non è il guerriero muscoloso del cartone – è qualcosa di più moderno, più insicuro, più umano. Funziona.
Camila Mendes come Teela ha la stessa energia che porta in tutto quello che fa: presenza fisica, ironia, un modo di stare in scena che occupa lo spazio senza chiederlo. Il suo rapporto con Adam è la vera spina dorsale emotiva del film – non una storia d’amore convenzionale, ma qualcosa di più complicato e interessante.
Idris Elba come Man-At-Arms è usato bene – non quanto potrebbe, ma abbastanza da non sprecarlo. Alison Brie come Evil-Lyn ha alcune delle scene più divertenti della seconda metà. Kristen Wiig come voce di un droide è una scelta così strana e così giusta che fa quasi ridere il solo saperlo.
E poi c’è il cameo di Dolph Lundgren – il primo He-Man cinematografico, quello del film del 1987 diretto da Gary Goddard. Pochi secondi. Tanta emozione per chi sa.
La colonna sonora di Daniel Pemberton vale una menzione separata.
Daniel Pemberton costruisce una partitura che è essa stessa un’opera di pop culture consapevole. Synth anni Ottanta, ottoni eroici, momenti di ironia musicale che commentano l’azione invece di limitarsi ad accompagnarla. È il tipo di colonna sonora che si ascolta da sola, senza il film – e che nel film aggiunge un livello di consapevolezza che la sceneggiatura da sola non sempre raggiunge.
Non tutto fila liscio: i 141 minuti si sentono. La terza parte, quella della battaglia finale, dura più del necessario e perde parte della leggerezza che rende il film piacevole nelle prime due ore.
La sceneggiatura – firmata da Chris Butler, i fratelli Aaron e Adam Nee e David Callaham – ha qualche passaggio affrettato, qualche personaggio secondario che meritava più spazio, qualche momento in cui la pressione del franchise si sente: quella sensazione di dover sistemare elementi per il futuro invece di concentrarsi sul presente (occhio alle scene post credit).
Un blockbuster che ricorda perché i blockbuster possono essere belli
Masters of the Universe non è un film che cambierà la storia del cinema.
Ma è un film che ricorda perché, certi sabato mattina da bambini, ci si sedeva davanti al televisore con una merendina piena di grassi idrogenati e un succo di frutta e si guardava He-Man spaccare cose con una spada magica e si era perfettamente felici.
È colorato come un fumetto. È autoironico quanto basta per non prendersi sul serio. È divertente nel modo giusto – non con quella comicità forzata e ansiosa dei blockbuster che vogliono disperatamente piacere a tutti, ma con la leggerezza di chi sa di stare raccontando una storia assurda e ci si diverte davvero.
Jared Leto urla con un teschio di faccia. Nicholas Galitzine solleva una spada e dice la frase che doveva dire. E Eternia esplode di colori.
Non serve altro (per essere felici).
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