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Recensione di “L’Hangar Rosso” di Juan Pablo Sallato: il peso di una scelta

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Recensione di “L’Hangar Rosso” di Juan Pablo Sallato: il peso di una scelta

C’è un paradosso nel titolo di questo film che dice già tutto sul suo metodo. L’Hangar Rosso è girato in bianco e nero asciutto, geometrico, senza concessioni. Eppure si chiama così: rosso. Il colore del sangue e della politica, di tutto quello che la fotografia sceglie deliberatamente di non mostrare ma che aleggia su ogni inquadratura come una minaccia implicita. È un film che lavora per sottrazione, per assenza, per quello che non viene mostrato ma si sente arrivare.

Un ordine che cambia tutto

Cile, 11 settembre 1973. Mentre la Moneda brucia e Salvador Allende si barrica per l’ultima volta nella sede del governo democraticamente eletto, il capitano Jorge Silva (Nicolás Zárate) riceve un ordine destinato a cambiare ogni cosa: trasformare l’Accademia dell’Aeronautica in cui addestra i giovani cadetti in un centro di detenzione e tortura per gli oppositori del nuovo regime.

Silva obbedisce. E nell’atto di obbedire inizia la vera storia del film.

Juan Pablo Sallato, documentarista cileno al suo esordio nel cinema di finzione, sceglie una prospettiva raramente affrontata dal cinema latinoamericano su quegli anni: non quella dei dissidenti, non quella delle vittime civili, ma quella di un uomo all’interno della stessa macchina militare che esegue il colpo di stato. Il film porta sullo schermo una pagina storica a lungo rimossa – quella degli ufficiali dell’Aeronautica che si opposero internamente al golpe, pagandone le conseguenze in prima persona – tratta dal libro autobiografico Disparen a la Bandada di Fernando Villagrán, con la sceneggiatura di Luis Emilio Guzmán. Jorge Silva è esistito davvero, e ha collaborato alla realizzazione del film fino alla sua morte, avvenuta a Londra nel 2024 dove viveva in esilio.

Lo spazio che soffoca

La costruzione degli ambienti è uno degli elementi più riusciti del film. L’Accademia, con le sue geometrie militari e i suoi corridoi squadrati, si trasforma nel giro di poche ore in qualcosa di irriconoscibile. Gli hangar, enormi e vuoti all’inizio, si riempiono di corpi, di voci soffocate, di un’umanità ridotta a numero. Diventano cassa di risonanza del silenzio, interrotti solo dal rumore metallico delle porte che si chiudono e dai sussurri terrorizzati dei prigionieri.

Il formato scelto per la proiezione, il 1.66:1, è già di per sé una scelta narrativa: non il widescreen del cinema spettacolare, ma uno schermo che stringe senza soffocare del tutto, che lascia respirare quel tanto che basta per far sentire quanto poco spazio ci sia. E il bianco e nero non è un omaggio estetico ma una necessità morale: come ha dichiarato lo stesso Sallato, rappresenta un conflitto fatto di chiaroscuri, di zone d’ombra, di sfumature in cui il bene e il male non si distinguono con la riga netta che vorremmo.

Campo di battaglia

Nicolás Zárate porta Silva con una qualità difficile da nominare: la capacità di non recitare più di quanto la scena richieda. Silva è un ex responsabile dell’intelligence, un uomo che ha imparato a custodire le informazioni, anche quelle interne, anche quelle morali. Ogni momento in cui qualcosa trapela – uno sguardo tenuto troppo a lungo su un prigioniero, una pausa impercettibile prima di impartire un ordine – vale più di qualsiasi monologo. Il volto angolare di Zárate riflette il bianco e nero della fotografia in un caleidoscopio di luci e ombre che dice esattamente quello che il personaggio non dice mai ad alta voce.

Marcial Tagle come colonnello Jahn è il contraltare perfetto: dove Silva trattiene, Jahn gestisce; dove Silva soffre in silenzio, Jahn amministra con la precisione di chi ha fatto la sua scelta una volta per tutte. Tra i due c’è una storia passata che il film lascia intuire senza mai esplicitare, e quella reticenza narrativa è una delle scelte più intelligenti della sceneggiatura.

La violenza che non si mostra

Una delle scelte più coraggiose del film è quella di tenere la violenza fuori campo. Non per pudore, ma per precisa consapevolezza estetica: la tortura e la morte esistono nell’effetto devastante che producono sugli occhi di chi deve ordinarle o subirle. Arrivano attraverso i suoni, attraverso le reazioni di Silva quando esce dall’hangar, attraverso la qualità del suo sguardo mentre cerca di continuare a fare il suo lavoro come se niente fosse.

È la scelta giusta perché l’orrore di un sistema repressivo non sta solo nel corpo torturato: sta nel sistema che rende quella tortura ordinaria, burocratica, quotidiana. E per raccontare questa normalizzazione bisogna adottarne parzialmente il freddo distacco.

Ottantadue minuti

Sallato sa cosa vuole raccontare e non spreca un’inquadratura nel tragitto. Il film è ambientato nell’arco di ventiquattro ore – una sola notte in bilico tra obbedienza e coscienza – e quella concentrazione temporale stringe la tensione senza mai allentarla.

L’Hangar Rosso appartiene al presente più di quanto sembri, racconta qualcosa che non riguarda solo il Cile del 1973. Riguarda chiunque lavori all’interno di un’istituzione che comincia a chiedere cose difficili da riconciliare con chi si crede di essere. Silva non è un mostro. Non è nemmeno un eroe. È qualcuno che ha detto di sì una volta, e poi ha dovuto convivere con le conseguenze di quel sì. È la storia più comune e più inquietante che esista.

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About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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