Recensione di “Insidious: Fuori dall’Altrove”, ultimo stanco capitolo di un franchise che non vuole morire
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Il primo Insidious sapeva spaventarti senza mostrarti quasi niente. Una figura in fondo a un corridoio. Un volto che appare per un frame dietro una spalla. James Wan aveva capito che l’horror più efficace lavora ai margini della visione, suggerisce invece di mostrare, costruisce il terrore nello spazio tra quello che vedi e quello che immagini. Sedici anni dopo, il sesto capitolo della saga ha dimenticato quasi tutto questo.
Perché Insidious: Fuori dall’Altrove è un film difficile da stroncare e impossibile da difendere. Non è girato male. Non è recitato male. La confezione è pulita, i tempi sono rispettati, Jacob Chase sa stare dietro alla macchina da presa. Eppure quando escono i titoli di coda non ti rimane in mente quasi niente.
Dove eravamo rimasti
Fuori dall’Altrove si sviluppa cronologicamente pochi giorni dopo la fine di Insidious: La porta rossa, il capitolo del 2023. Al centro della storia c’è Gemma – Amelia Eve – una giovane madre che cresce sua figlia nella casa in cui è nata, e che scopre di possedere un’abilità rara e pericolosa: non solo sa entrare nell’Altrove, il regno-purgatorio delle anime perdute al centro dell’universo di Insidious, ma può portare nel mondo reale le entità che lo abitano. Una volta che i demoni capiscono cosa sa fare, il nostro mondo diventa il loro campo di gioco.

Torna Lin Shaye nei panni di Elise Rainier, che continua a comparire in forme varie a seconda delle necessità narrative. Il suo ritorno è gestito con una certa discrezione nella prima parte del film, ed è probabilmente la cosa che funziona meglio: c’è ancora qualcosa di genuinamente affettuoso nel modo in cui la saga tratta questo personaggio, e Shaye porta in scena una presenza che nessun altro elemento del cast riesce a eguagliare.
Il problema si chiama Cyrus
Ogni horror regge o cade sul suo villain. Ed è qui che Fuori dall’Altrove incassa il colpo più duro. Cyrus – interpretato da Sam Spruell – è uno dei cattivi più anonimi e privi di carisma che la saga abbia mai proposto. Non spaventa, non affascina, non lascia nessuna traccia nella memoria. È una presenza funzionale, un ingranaggio narrativo, niente di più. Confrontato con il Darth Maul del primo Insidious – quella figura in rosso e nero che affascina e incute terrore ancora oggi – Cyrus sembra un personaggio provvisorio che nessuno ha avuto il tempo di scrivere davvero.
Senza un villain che regga sulle proprie gambe, tutta la tensione del film deve ricadere sui jump scare. E i jump scare di Fuori dall’Altrove sono costruiti con una prevedibilità quasi didattica. Se hai visto più di tre film horror in vita tua li vedi arrivare da lontano un miglio.
C’è un momento in cui il film si immerge nell’estetica dei luoghi liminari – quegli spazi vuoti, abbandonati, geometricamente perfetti e profondamente inquietanti che hanno colonizzato l’horror degli ultimi anni, dalle Backrooms in poi. È una scelta comprensibile: quell’estetica funziona, ha una sua efficacia visiva consolidata, e il film ci si adagia con competenza.

Il problema è che non ci fa niente di interessante. I luoghi liminari di Fuori dall’Altrove sono un prestito dalla contemporaneità, non una visione. Sono lì perché la moda vuole così, non perché il film abbia davvero qualcosa da dire su cosa significhi uno spazio che dovrebbe essere abitabile e invece non lo è. James Wan, nel primo Insidious, costruiva l’Altrove come un luogo con una logica interna precisa, quasi pittoresca nella sua mostruosità. Qui si galleggia.
La cosa più interessante di Fuori dall’Altrove – e forse la cosa più frustrante – è che a tratti sembra voler essere un film diverso. Più personale, più centrato sul rapporto tra Gemma e sua figlia Maya, sul trauma che passa di madre in madre, sull’eredità del dolore come forma di possessione.
Ma è un’intuizione che il film non ha il coraggio di seguire fino in fondo. Ogni volta che si avvicina a qualcosa di vero e doloroso, la sceneggiatura si ritrae e torna al percorso sicuro del franchise. E il finale – roboante, convulso, pieno di creature e caos visivo – demolisce sistematicamente tutto quello che la prima parte aveva costruito con qualche cura.
Ci sono momenti horror che funzionano, isolati.
Ma ci sono anche momenti in cui si ride involontariamente, e nell’horror è il segnale più chiaro che qualcosa è andato storto.
Al cinema da mercoledì 19 agosto.
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