Recensione di “HIM”: il sogno americano che diventa incubo
Recensione di "HIM": il sogno americano diventa un incubo nell'horror psicologico prodotto da Jordan Peele.
“HIM“, il nuovo horror psicologico prodotto da Jordan Peele e diretto da Justin Tipping, si addentra nelle pieghe oscure del mondo del football americano, trasformando il campo da gioco in un terreno fertile per l’ansia, la paranoia e la disumanizzazione.
Un sogno americano che diventa incubo
La storia segue Cam, un giovane e promettente quarterback la cui carriera sembra in ascesa. Tuttavia, quando riceve un invito ad allenarsi in un compound isolato con Isaiah White (Marlon Wayans), un ex giocatore leggendario ma ormai ritirato, il suo sogno americano inizia a tingersi di sfumature inquietanti. Quello che dovrebbe essere un’opportunità d’oro si trasforma in un’esperienza claustrofobica e mentalmente estenuante, dove la ricerca della perfezione sportiva si fonde con un crescente senso di terrore. Il film gioca con l’idea del mentore che diventa aguzzino, esplorando la manipolazione psicologica e i sacrifici estremi richiesti per raggiungere l’apice in un ambiente iper-competitivo.
Tra simbolismo e critica sociale
Dal punto di vista estetico, il film ha una forza indiscutibile. La fotografia alterna la freddezza delle palestre e degli spogliatoi a lampi visionari, in cui il sudore diventa quasi luce liquida e i corpi si trasformano in idoli di carne. Il montaggio nervoso e la colonna sonora martellante contribuiscono a creare un senso di trance, come se ogni passaggio fosse parte di una cerimonia iniziatica. In questi momenti HIM affascina, cattura lo sguardo e restituisce davvero la sensazione di trovarsi dentro un incubo lucido.
Il problema arriva quando si cerca di dare senso a tutto questo. La metafora del culto sportivo è chiara, ma la sceneggiatura non riesce a trasformarla in un percorso narrativo solido. Le dinamiche tra maestro e allievo cambiano tono senza logica, i simboli appaiono e scompaiono senza continuità, e il finale, invece di portare a un’esplosione catartica, si perde in un caos confuso. Si percepisce l’ambizione di criticare la mascolinità tossica e la fame di fama, ma il messaggio resta più accennato che compiuto.
Il veterano del football funziona soprattutto come maschera di potere, con il suo sorriso glaciale e il carisma intimidatorio. Il giovane protagonista regge bene la parte fisica, mostrando la trasformazione del corpo e l’angoscia crescente, ma resta spesso abbandonato a dialoghi vuoti o situazioni che non evolvono. I personaggi secondari sono poco più che funzioni narrative: procuratori, familiari e figure di contorno servono a ribadire i temi senza aggiungere profondità.
HIM è un film che colpisce l’occhio, ma non il cuore. Visivamente intrigante, con momenti di vera suggestione, si perde però in una scrittura incerta e simbolismi esibiti più che interiorizzati. Rimane un esperimento interessante, ma anche un’occasione mancata: un’opera che vorrebbe essere denuncia e allegoria, e che invece lascia soprattutto l’impressione di un’estetica forte al servizio di una storia poco riuscita.
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