Recensione di “Good Boy” di Jan Komasa: educazione fa rima con tortura psicologica
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Sareste disposti a barattare la vostra libertà per il conforto di una cura che non avete mai chiesto? È questo l’interrogativo brutale che anima Good Boy, il nuovo lavoro di Jan Komasa dal 6 marzo al cinema.
Il regista di Corpus Christi mette da parte la spiritualità tormentata per esplorare un territorio ancora più oscuro: quello di una riabilitazione che assomiglia terribilmente a una tortura psicologica. Tommy, un diciannovenne abituato alla violenza delle strade, si ritrova prigioniero di una famiglia facoltosa che non vuole riscatti, ma solo trasformarlo nel “ragazzo per bene” che non è mai stato.
Good Boy è una fiaba nera che scardina l’idea di benevolenza, mostrandoci come il desiderio di proteggere possa trasformarsi rapidamente in una forma spaventosa di tirannia.
Tra sadismo e vulnerabilità
Il film vive della tensione elettrica generata da un cast in stato di grazia. Stephen Graham e Andrea Riseborough interpretano una coppia che incarna la perversione del concetto di famiglia, muovendosi con una grazia inquietante tra sorrisi premurosi e una crudeltà glaciale.

Al centro di questa morsa c’è la prova straordinaria di Anson Boon, capace di trasmettere il terrore di chi vede la propria identità sgretolarsi sotto il peso di una “gentilezza” che non lascia via di scampo. La narrazione procede per sottrazione, evitando facili soluzioni e spingendo lo spettatore a confrontarsi con una zona grigia dove la linea tra amore e violenza diventa un confine quasi invisibile.
Komasa conferma il suo talento nel sezionare le ipocrisie della società moderna, condendo il tutto con un umorismo nero che punge senza mai cercare la risata facile.
Good Boy non è solo un thriller di sopravvivenza, ma un’indagine sulla necessità umana di controllo e sulla fragilità del libero arbitrio in un mondo che sembra ossessionato dall’idea di dover “aggiustare” tutto ciò che appare fuori posto.
È un’opera spietata, che comunica con lo spettatore attraverso una messa in scena pulita e soffocante, lasciandoci addosso il sospetto che, a volte, la prigione più sicura sia proprio quella costruita con le migliori intenzioni.
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