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Recensione di “Digger”: Iñárritu ride della fine del mondo perché ormai siamo tutti fottuti

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Recensione di “Digger”: Iñárritu ride della fine del mondo perché ormai siamo tutti fottuti

Ricordate il cinema catastrofico di una volta? Quello che cercava di spaventarci raccontandoci quello che sarebbe potuto succedere?

Un meteorite. Una nuova glaciazione. Un terremoto. Una pandemia. L’estinzione.

Poi è arrivato Don’t Look Up e il meteorite è diventato il modo più semplice per raccontare una società talmente impegnata a litigare, consumare, comunicare e proteggere i propri interessi da non riuscire neppure a reagire davanti alla propria possibile fine.

Alejandro González Iñárritu con Digger sembra essere arrivato allo stadio successivo.

La catastrofe non è più qualcosa che dobbiamo evitare. È qualcosa con cui abbiamo imparato a convivere.

A quel punto rimane una possibilità: riderne.

E Digger fa ridere. Molto.

Solo che più si ride, più diventa difficile capire esattamente di cosa stiamo ridendo.

Un consiglio: evitate gli spoiler

Andate a vederlo al cinema cercando di saperne il meno possibile.

La premessa basta e avanza.

Tom Cruise è Digger Rockwell, un potentissimo magnate del petrolio, uno di quegli uomini convinti che il denaro non serva semplicemente a comprare le cose, ma possa modificare le regole secondo le quali funziona il mondo.

Quando un’operazione della sua compagnia in Groenlandia provoca un disastro ambientale dalle conseguenze potenzialmente devastanti, Digger si ritrova nella situazione più assurda possibile: l’uomo che ha contribuito a creare il problema deve convincere il mondo di essere anche l’unico capace di risolverlo.

Mi fermerei qui.

Perché Digger cambia pelle, prospettiva e persino il rapporto che instaura con ciò che abbiamo visto. Raccontarne più del necessario significherebbe sottrarre al film una parte importante del suo effetto.

L’apocalisse secondo Alejandro González Iñárritu

Il punto di partenza è evidentemente la crisi climatica, ma sarebbe riduttivo considerare Digger semplicemente una satira ecologista.

A Iñárritu interessa qualcosa di più sgradevole.

Sappiamo cosa sta succedendo.

Abbiamo i dati. Abbiamo le immagini. Abbiamo gli scienziati. Abbiamo visto incendi, alluvioni, temperature record, ghiacciai che scompaiono. Abbiamo persino costruito un linguaggio attraverso il quale raccontare tutto questo.

Eppure continuiamo.

Il film parte praticamente da questa constatazione.

Il problema non è più convincerci che il baratro esista. Il problema è che abbiamo costruito un sistema incapace di fermarsi anche quando riesce perfettamente a vedere il baratro davanti a sé.

Digger Rockwell siamo anche noi

Digger è certamente un mostro del capitalismo contemporaneo.

È egocentrico, megalomane, grottesco, convinto che qualsiasi problema possa essere affrontato con la stessa mentalità che probabilmente ha contribuito a generarlo.

Ma Iñárritu evita la soluzione più comoda: trasformarlo nel cattivo che possiamo osservare dall’esterno sentendoci migliori.

Il mondo intorno a lui funziona secondo la stessa logica.

Politica, economia, comunicazione, interessi personali, responsabilità collettive: tutti sembrano contemporaneamente consapevoli del problema e incapaci di immaginare qualcosa che non passi attraverso il sistema che quel problema ha prodotto.

È questa la vera ambiguità di Digger.

Vogliamo cambiare il mondo senza rinunciare al mondo che abbiamo costruito.

Vogliamo salvare il pianeta senza modificare troppo il nostro modo di vivere.

Vogliamo che qualcuno trovi una soluzione purché quella soluzione non richieda di mettere realmente in discussione ciò che siamo.

E così continuiamo a scavare.

Il nome Digger, in fondo, non potrebbe essere più esplicito.

Tom Cruise da Oscar

Poi c’è Tom Cruise.

E forse una delle sorprese maggiori di Digger consiste semplicemente nel ricordarsi quanto sia bravo.

Negli ultimi vent’anni Cruise ha costruito una seconda carriera straordinaria intorno alla propria fisicità. È diventato l’uomo che corre, salta, pilota, si arrampica, cade da un aereo e mette il proprio corpo al servizio dello spettacolo cinematografico.

Pancia, capelli diradati, trucco prostetico, accento marcato, movimenti sgraziati. La trasformazione richiedeva inizialmente circa sei ore di trucco prima che il processo venisse progressivamente ridotto.

Digger può essere patetico, arrogante, disperato, divertentissimo e improvvisamente tragico. Cruise non sembra preoccuparsi neppure per un secondo di proteggere la propria immagine da star.

E quando il film gli concede spazio, ricorda l’attore di Magnolia, Eyes Wide Shut e Nato il quattro luglio: quello capace di utilizzare il proprio carisma anche per mettere a disagio lo spettatore.

Riz Ahmed, John Goodman e un cast impressionante

E Cruise è circondato benissimo.

Riz Ahmed, John Goodman, Sandra Hüller, Michael Stuhlbarg, Jesse Plemons, Sophie Wilde ed Emma D’Arcy formano un cast quasi spropositato.

Non tutti occupano lo stesso spazio e sarebbe già uno spoiler spiegare troppo alcune funzioni narrative.

Quello che conta è che Iñárritu utilizza spesso i personaggi come variazioni della stessa domanda: cosa rimane dei nostri principi quando le conseguenze delle nostre scelte diventano reali?

Un film sull’ambiguità più che sulle risposte

Iñárritu non ci consegna un prontuario ecologista e non offre una soluzione politica pronta per essere trasformata in una frase da condividere sui social.

Anzi, più il film procede, più le certezze si sfaldano.

Chi è responsabile? Chi dovrebbe sacrificarsi? Quanto siamo disposti a perdere per evitare qualcosa di peggiore?

E soprattutto: siamo davvero capaci di scegliere il bene collettivo quando entra in conflitto con quello individuale?

Il film non risponde.

Peggio: rende progressivamente più difficile rispondere.

Per questo la sua visione è così pessimista. Non perché sostenga semplicemente che il mondo finirà, ma perché osserva con lucidità i meccanismi che dovrebbero impedirlo e sembra non trovare nulla a cui affidarsi completamente.

Politica, capitale, tecnologia, morale, comunicazione.

Tutto può diventare contemporaneamente soluzione e parte del problema.

Ridere mentre tutto crolla

Ed eccoci all’aspetto più sorprendente: Digger è molto divertente.

Grottesco, assurdo, a volte persino demenziale.

Il regista definisce il progetto una “commedia di proporzioni catastrofiche”, e il tono parte da una satira enorme, quasi cartoonesca, per poi muoversi verso territori molto più strani e cupi.

Il riferimento inevitabile è Il dottor Stranamore: uomini potentissimi chiamati a gestire una catastrofe enorme continuando a comportarsi secondo logiche terribilmente piccole.

Ma Iñárritu lavora in un’epoca nella quale la realtà ha quasi raggiunto la satira.

Il miliardario convinto di poter salvare il mondo.

Il politico che deve gestire contemporaneamente catastrofe e consenso.

La tragedia trasformata in comunicazione.

La soluzione venduta con la stessa logica con cui vendiamo un prodotto.

Non c’è quasi bisogno di deformare la realtà.

Basta spingerla un centimetro più avanti.

Emmanuel Lubezki e un’apocalisse da guardare dentro

Formalmente Digger è impressionante.

Iñárritu torna a lavorare con Emmanuel “Chivo” Lubezki e gira l’intero film in VistaVision, utilizzando anche ottiche vintage Leica appositamente sviluppate.

Ma sarebbe un errore ridurre questa scelta alla semplice bellezza dell’immagine.

Iñárritu ha spiegato di volere un’inquadratura che funzionasse quasi come un dipinto: non un’immagine che dica continuamente allo spettatore dove guardare, ma uno spazio abbastanza profondo da permettergli di scegliere cosa osservare. Per il regista, un volto racconta chi sia un personaggio, mentre la stanza nella quale quel personaggio vive può raccontare perché sia diventato così.

È un principio perfetto per Digger.

Perché questo è un film nel quale bisogna continuamente guardare anche ciò che sta intorno ai protagonisti.

Digger è enorme, stratificato, sgradevole, divertente e deliberatamente ambiguo.

Probabilmente farà discutere moltissimo proprio perché rifiuta la comodità di una lettura unica e Iñárritu costruisce intorno a loro una commedia apocalittica capace di far ridere mentre racconta qualcosa di profondamente disperato.

Abbiamo passato decenni a realizzare film che ci avvertivano del futuro.

Digger si comporta come se quel futuro fosse già arrivato.

Non resta che capire come vivere dentro ciò che abbiamo creato.

Oppure continuare a scavare.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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