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Recensione di “Amarga Navidad”: Almodóvar e il vampiro che si chiama arte

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Recensione di “Amarga Navidad”: Almodóvar e il vampiro che si chiama arte

Pedro Almodóvar ha definito Amarga Navidad – presentato in concorso alla 79ª edizione del Festival di Cannes e nelle sale italiane dal 21 maggio – «il film dove sono stato più impietoso verso me stesso».

Non è una frase di circostanza. È il film più onesto e più spietato della sua carriera recente. Un film che fa una domanda scomoda e non si preoccupa di risponderle in modo rassicurante: fin dove può spingersi un artista per raccontare una storia?

La risposta, come sempre in Almodóvar, è nascosta nei colori, nei corpi, nelle stanze. E stavolta anche in una struttura narrativa che è essa stessa la risposta.

Una storia dentro un’altra storia dentro una vita

Raúl Rossetti (Leonardo Sbaraglia) è un regista di culto in crisi creativa. Seduto davanti a una pagina da riempire cerca la scintilla dove la trovano tutti gli artisti quando sono disperati: nella vita degli altri.

Quella vita è quella di Mónica (Aitana Sánchez-Gijón), la sua assistente da vent’anni. Raúl prende la sua vita. La smonta. La rimonta. La usa.

Nasce così Elsa (Bárbara Lennie) – regista pubblicitaria, alter ego letterario di Raúl, che nel dicembre del 2004 si immerge nel lavoro dopo la morte della madre, poi fugge a Lanzarote con l’amica Patricia (Victoria Luengo), lasciando il fidanzato Bonifacio (Patrick Criado) a Madrid.

Le due storie corrono in parallelo su due piani temporali – 2004 e 2026 – e si guardano come in uno specchio. Elsa è Raúl. Raúl è Almodóvar. Il film è la confessione di come tutto questo funziona davvero.

L’arte come atto vampirico

Il cuore nero di Amarga Navidad è questa verità che nessuno ama sentirsi dire: l’arte si nutre della realtà altrui.

Non la trasforma gentilmente. Non la sublima in modo indolore. La vampirizza. La prende senza chiedere permesso, la svuota di sangue caldo e la riempie di finzione. E il vampiro – il regista, lo scrittore, il pittore – lo sa. Lo fa comunque.

Raúl trae ispirazione dalla tragedia di Mónica per scrivere la sua prossima sceneggiatura, e i due registi – lui reale, lei immaginaria – diventano due facce della stessa moneta, in un gioco di specchi dove l’autofiction rivela tanto quanto distrugge.

Almodóvar non assolve il suo protagonista. Non lo condanna nemmeno. Lo osserva con la fredda lucidità di chi sa di essere la stessa cosa – e lo dice esplicitamente, costruendo un personaggio che è chiaramente un autoritratto, con tutte le sue crepe.

Il colore come sistema di potere

Almodóvar ha dichiarato: “Quando filmo mi sento un pittore.”

In Amarga Navidad questa non è una metafora. Il regista usa la sua tavolozza cromatica come un sistema di potere. Il rosso – sempre, da sempre, il colore del desiderio e del pericolo nel suo cinema – qui si fa più quieto, più autunnale, quasi bruciato. Come se stesse raffreddando qualcosa che una volta era incandescente.

Le location amplificano questo effetto. Madrid è la città del blocco creativo – interni soffocanti, stanze ordinate che sembrano prigioni eleganti. Lanzarote è il paesaggio vulcanico, lunare, nero e senza compromessi – il posto dove ci si va quando la realtà normale non basta più, quando si ha bisogno di qualcosa di estremo per tornare a sentire.

La fotografia di Pau Esteve Birba e il montaggio di Teresa Font reggono bene la doppia temporalità, senza mai perdere il filo emotivo che tiene insieme le due storie. Le musiche di Alberto Iglesias – collaboratore storico di Almodóvar – fanno il loro lavoro con la consueta eleganza malinconica.

Bárbara Lennie e un cast senza un punto debole

Bárbara Lennie porta Elsa in scena con una presenza fisica rara: ogni silenzi, ogni sguardo spostato di mezzo centimetro racconta qualcosa che le parole non dicono. È una performance che lavora per sottrazione – e in un film così verbale, cerebralmente costruito, quella capacità di stare nel corpo è preziosa.

Leonardo Sbaraglia è perfetto come Raúl: un uomo che ha trasformato l’intelligenza in armatura, e che si sgretola dall’interno nel momento in cui quella armatura smette di proteggere.

Aitana Sánchez-Gijón nel ruolo di Mónica ha il compito ingrato di interpretare colei che viene vampirizzata – colei che perde qualcosa di suo senza che nessuno glielo chieda. Lo fa con una dignità che commuove.

L’arte che mangia la realtà

Amarga Navidad si inserisce in una tradizione cinematografica precisa – quella dei film che mettono a nudo il processo creativo nella sua componente più disturbante: la necessità dell’artista di appropriarsi del reale per trasformarlo in opera.

Vale la pena costruire una piccola mappa di questo territorio.

Animali Notturni (Tom Ford, 2016) è forse il caso più vicino. Edward Sheefan scrive un romanzo e lo dedica alla ex moglie. Il romanzo è violento, brutale, pieno di sangue. È la vendetta di un artista: trasformare il dolore subito in narrazione, e poi consegnare quella narrazione a chi lo ha inflitto. L’arte come arma, non come cura. La finzione che vampirizza il passato condiviso e lo restituisce trasfigurato – irriconoscibile eppure perfettamente riconoscibile.

Barton Fink (Joel e Ethan Coen, 1991) è la discesa agli inferi del blocco creativo. Barton – drammaturgo di successo spedito a Hollywood – non riesce a scrivere perché non sa ascoltare. Non sa prendere dalla realtà perché è troppo convinto di avere già tutto dentro di sé. Il film dei Coen capovolge il problema di Raúl: non l’artista che ruba troppo dalla vita degli altri, ma quello che non riesce a rubare abbastanza e si porta dentro la colpa di questo fallimento.

Adaptation (Charlie Kaufman e Spike Jonze, 2002) è il film che forse teorizza questo meccanismo nel modo più esplicito – e più autoironico. Charlie Kaufman deve adattare un libro. Non ci riesce. Allora scrive un film su un autore che deve adattare un libro e non ci riesce. La finzione divora la realtà, poi divora se stessa, e poi ricomincia. È un ouroboros narrativo che illumina qualcosa di fondamentale: il racconto della creazione artistica è esso stesso un atto di creazione, e come tale non può essere innocente.

Synecdoche, New York (Charlie Kaufman, 2008) porta tutto questo all’estremo. Caden Cotard costruisce un teatro che riproduce New York dentro New York, mette in scena la propria vita con attori che la recitano, e perde completamente il confine tra la rappresentazione e l’esistenza. È il film sul processo creativo portato all’assurdo – ma quell’assurdo ha la logica spietata dei sogni, e ogni artista che lo guarda riconosce qualcosa di sé.

Quello che accomuna tutti questi film – e che Amarga Navidad porta in Spagna con la firma inconfondibile di Almodóvar – è una consapevolezza precisa: creare significa sottrarre. Ogni storia raccontata è una storia tolta a qualcuno. Ogni personaggio è un essere umano ridotto a funzione narrativa. E l’artista che lo fa sa benissimo quello che sta facendo.

Un Almodóvar che guarda dentro se stesso

Amarga Navidad non è il film più immediato di Almodóvar. Non è il più sensuale, né il più melodrammatico, né il più divertente.

È il più onesto.

È un film di un uomo di 76 anni che guarda indietro al proprio mestiere e si chiede: quante volte ho preso qualcosa che non mi apparteneva per trasformarlo in cinema? E la risposta, implicita, mai dichiarata, è: sempre. Come tutti. Come chiunque abbia mai raccontato una storia.

Non è una confessione comoda. Ma è una confessione vera.

About Author

Giovanni Lembo

Giornalista, sceneggiatore, speaker, podcaster, raccontastorie, papà imperfetto. Direttore di Sitopreferito.it e fondatore del Preferito Network. Conduce Preferito Cinema Show su Radio Kaos Italy tutti i martedì alle ore 16. Gli piacciono i social, smanettare con le nuove tecnologie, i fumetti, le belle storie, scrivere di notte con la musica nelle orecchie, vedere un sacco di film. Ha un sacco di amici immaginari.

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