Recensione de “La casa: Il rogo del male” di Sébastien Vaniček: tanto gore, poca paura
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Ci sono saghe horror che invecchiano restando sempre uguali e altre che cambiano pelle a ogni capitolo. La casa appartiene decisamente alla seconda categoria. Dopo aver rivoluzionato il genere con la trilogia di Sam Raimi e aver intrapreso una strada molto più brutale con il remake di Fede Álvarez e La casa – Il risveglio del male di Lee Cronin, La casa: Il rogo del male (Burn) diretto da Sébastien Vaniček continua su questa direzione, cercando però di recuperare almeno una parte dello spirito originale della serie.
Il risultato è un film che funziona, diverte e probabilmente conquisterà gli appassionati dell’horror contemporaneo, ma che conferma anche una sensazione: quella scintilla anarchica e artigianale che rendeva unici i primi Evil Dead sembra ormai appartenere a un’altra epoca.
Più sangue che paura
Il nuovo capitolo non lesina nulla. Sangue, mutilazioni, possessioni demoniache e corpi deformati si susseguono con un’intensità quasi costante. È un horror costruito sul sovraccarico visivo, in cui ogni scena sembra voler alzare continuamente l’asticella dell’eccesso.
È una tendenza che ormai caratterizza buona parte del cinema horror moderno. Anche Lee Cronin, con La Mummia, aveva scelto questa strada, e non è difficile trovare punti di contatto tra quel film e questo nuovo La casa: entrambi puntano più sul disgusto e sull’impatto fisico che sulla costruzione della suspense.
Il problema è che, a forza di spingere sull’acceleratore, si rischia di perdere qualcosa di fondamentale: la paura.
Meno atmosfera, più spettacolo
Sam Raimi terrorizzava anche con una porta che cigolava o con una telecamera che attraversava il bosco. Bastavano pochi effetti artigianali e un’inquadratura inventiva per creare un’atmosfera che ancora oggi conserva tutto il suo fascino.
Qui, invece, il terrore lascia spesso il posto allo spettacolo. Il film intrattiene, colpisce e sorprende con immagini estreme, ma raramente riesce a creare quella tensione crescente che ti fa stringere i braccioli della poltrona.
Ed è forse questa la differenza più evidente tra il vecchio e il nuovo corso della saga.
L’umorismo torna finalmente a farsi vedere
Una delle sorprese più piacevoli è il ritorno di un certo gusto per l’umorismo nero.
Non siamo ovviamente ai livelli della follia slapstick dell’Armata delle Tenebre, ma il film inserisce diversi momenti in cui la violenza diventa così esagerata da sfiorare il grottesco. Si ride, e si ride anche volentieri.
È un elemento che mancava negli ultimi capitoli e che restituisce almeno in parte quella personalità scanzonata che ha sempre distinto La casa dagli altri horror.
La CGI convince poco e la metafora finisce per appesantire il racconto
Non tutto, però, funziona allo stesso modo.
Quando il film si affida maggiormente alla computer grafica, soprattutto nel finale, l’illusione si incrina. Alcuni effetti digitali risultano meno convincenti rispetto agli splendidi effetti prostetici utilizzati per buona parte della pellicola e finiscono per togliere forza proprio alle sequenze che dovrebbero essere le più spettacolari.
Anche sul piano narrativo emerge qualche limite. Il film insiste continuamente sulla sua metafora centrale, ribadendola più volte fino a renderla quasi ingombrante. Quello che inizialmente aggiunge profondità finisce per diventare un elemento troppo esplicito, rallentando il racconto e sottraendo spazio all’immediatezza che ha sempre caratterizzato la saga.
Un horror moderno che piacerà a molti
La casa: Il rogo del male è un horror energico, violento e consapevole del proprio pubblico. Non cerca di replicare Sam Raimi, e probabilmente fa bene a non provarci. Ormai Evil Dead è diventato un franchise con una sua nuova identità.
Personalmente continuo però a preferire quella follia creativa dei primi capitoli: gli effetti in stop-motion, le invenzioni registiche, la sensazione che ogni scena potesse prendere una direzione completamente imprevedibile.
Qui tutto è più grande, più rumoroso e più sanguinoso.
Ma, paradossalmente, un po’ meno spaventoso.
Resta comunque un film che gli appassionati del genere difficilmente disprezzeranno. Anzi, è probabile che per molti rappresenti uno dei migliori horror commerciali dell’anno. Per chi, invece, è cresciuto con Ash Williams e con i boschi maledetti di Sam Raimi, resterà inevitabilmente la nostalgia di un cinema horror capace di terrorizzare con molta meno carneficina… e molta più fantasia.
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